Riccardoni cicciottoni: MICHAEL ROMEO – War of the Worlds part 2

In realtà non è che ci sia molto da dire, perché è lo stesso disco di quasi quattro anni fa (War of the Worlds Part 1 – come passa il tempo), solo molto meno ispirato. Chiariamoci: non è brutto, anzi, solo che quello prima è meglio. E, se è vero che il precedente soffre di un paio di difetti che ne limano assai le potenzialità, anche questo ha le stesse tare, purtroppo accentuate. Perché ricordatevi sempre, cari quattro lettori, che se qualcosa col tempo non migliora allora sicuramente è destinato a peggiorare. E cosa è peggiorato in War of the Worlds Part 2 rispetto alla parte uno? Anzitutto il calo qualitativo nella seconda porzione del disco è ancora più accentuato rispetto a quello della prima parte, e non perché il lato A sia estremamente riuscito, piuttosto per la debolezza intrinseca delle canzoni: Maschinenmensch, che idealmente dovrebbe essere la piccola suite del disco, è incredibilmente noiosa, e gli altri pezzi, Hybrids e Parasite, sono del tutto superflui, riempitivi che secondo me in altri tempi sarebbero stati scartati. Cosa che se ora non è accaduta è perché, tolti quelli, a conti fatti del lato B sarebbe rimasto ben poco, visto che quello che resta sono pezzettini orchestrali col piglio della colonna sonora e nient’altro.

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La prima parte del disco invece suona piuttosto bene, a cominciare dal singoli Divide & Conquer e Metamorphosis, assai riusciti, proseguendo con Destroyer e arrivando a Just Before the Dawn, che come Believe dell’album precedente è una ballata elettrica gradevole che di certo farebbe la sua figura nei titoli di coda di qualche film d’animazione della Disney. E quindi cosa altro c’è di sbagliato in War of the Worlds Part  2? Il cantante. Perché, Dino Jelusick non ti piace? SEI MATTO? Beh no, chiaro che mi piace e che la sua è una prestazione maiuscola in lungo e in largo per tutto il disco. Il problema però è che con lui dietro al microfono l’effetto déjà-vu coi Symphony X è ancora più accentuato rispetto a War of the Worlds Part 1, dove se Rick Castellano (che sconosciuto era e sconosciuto è rimasto, purtroppo) pagava il suo tributo a Russell Allen limitandosi a ricordarlo un po’ in certi frangenti (e specificatamente andando a ripescare l’Allen prima maniera, quello che non sporcava troppo la voce), qui Dino invece esagera e in parecchie occasioni arriva vicinissimo al plagio totale, stavolta dell’Allen della seconda parte di carriera, azzerando o quasi le seppur minime differenze tra Romeo ed il suo gruppo madre, specie quello degli ultimi anni. Non so se è qualcosa di cercato dallo stesso Romeo oppure la maniera di Jelusick di omaggiare l’illustre influenza (non il Covid) (…), però a questo punto mi chiedo davvero che senso mai abbia avuto passare quattro anni a registrare un altro disco solista quando Romeo avrebbe potuto benissimo impiegare lo stesso materiale coi Symphony X e fine. Boh. Insomma, un peccato. (Cesare Carrozzi)

One comment

  • Ma più che Allen, il cantante non ti sembra il clone di Jorn Lande? Un po’ come il cantante dei defunti Persuader, che suonava estremamente simile a Hansi Kursch, ma senza averne la classe, questo mi fa lo stesso effetto (blah).

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