Avere vent’anni: NOCTURNAL RITES – Afterlife

Il problema di Afterlife, e dei dischi che gli sono seguiti, è che voleva suonare “moderno” a tutti i costi, pur non avendo nessuna della caratteristiche della “modernità” o “post-modernità” che dir si voglia. A prescindere che poi dovremmo discutere su cosa è moderno e come lo si riconosce, ma è un discorso lungo e poi manco me ne frega un cazzo di affrontarlo, francamente. D’altronde era l’anno Duemila, erano tutti un po’ vittima della suggestione dell’essere entrati in una nuova era solo perché il calendario diceva così (e se è vero è comunque un’era peggiore della precedente, almeno finora), c’era il millenium bug, i Korn, i P.O.D., il primo Matrix era uscito giusto l’anno precedente, era avvenuta la riscoperta delle accordature ribassate e della sette corde, e insomma era un periodo piuttosto convulso, strano, dove tutti o quasi cercavano di darsi una patina di innovazione/rinnovamento addosso, a prescindere che si trattasse di qualcosa di naturale o forzato o se fosse proprio vero, sostanziale, oppure no.

Ecco, nel caso dei Nocturnal Rites non solo si è trattato di un processo forzato (cioé deciso a tavolino dall’oggi al domani), ma manco era di sostanza. Cioè questi stronzi scandinavi si erano messi in testa che aggiungendo una corda alle chitarre (e al basso), prendendo un altro cantante al posto di quello precedente e abbandonando al contempo le tematiche fantasy per spostarsi più sul fantascientifico in salsa cyberpunk da due lire, sarebbero rinati freschi e giovani per il nuovo millennio, quando poi, stringi stringi ma manco troppo, è tutto uguale a prima tranne che (ovviamente come accade in questi casi) è peggio di prima. Ora, in senso assoluto l’unico passo avanti fatto dai Nocturnal Rites con Afterlife risiede proprio nella voce del nuovo cantante, Jonny Lindkvist, sicuramente più dotato del precedente titolare Anders Zackrisson, ma è finita lì: Afterlife per assurdo suona proprio come un passo indietro rispetto alla progressione naturale che li aveva portati, nell’arco dei primi tre dischi, a diventare una piccola rivelazione nel territorio power metal fine anni novanta, oltre ad una promessa per gli anni successivi che però, amici cari, non è stata affatto mantenuta. Non che Afterlife sia proprio tutto da buttare, dentro c’è addirittura una delle mia canzoni preferite dei Nocturnal Rites, Hell and Back che probabilmente gli sarà riuscita a culo, ed anche Wake Up Dead non è male, ma signori cari abbiamo finito coi pregi, perché per il resto è in tutto e per tutto meno dei predecessori. Vi lascio Hell and Back, che per il resto ‘sto disco non serve a niente, e oltretutto non si può manco spacciarlo per modernariato. Umpf. (Cesare Carrozzi)

One comment

  • Me lo regalarano un 3 anni dopo, fatto poi autografare dal biondissimo Jonny fuori dal rolling stone nel 2005 di spalla ai Rayz, ma mai approfondito troppo. Mi fai venire voglia/non voglia di andare a scavare prima.

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