DEFTONES – Ohms

Per parlare del nono album dei Deftones è necessario partire da un dato che, quantomeno nella mia prospettiva, è sinceramente inoppugnabile: non solo la band di Chino Moreno non ha mai scritto dischi poco riusciti ma ha sempre e comunque pubblicato lavori di qualità.

Se tale affermazione può sembrare banale nella forma, non lo è nella sostanza: per un gruppo venuto fuori in piena esplosione nu metal (pur non essendo mai stato accostabile a questo genere), essere riuscito a mantenere alto il livello qualitativo della propria proposta nel corso degli anni non è cosa da poco (basti pensare alla finaccia che hanno fatto molte band dell’epoca). E ancor di più se si considera che i Deftones, pur restando sempre coerenti con loro stessi, hanno più volte cambiato pelle.

Ohms giunge dopo quattro anni da Gore, da molti ritenuto il disco meno riuscito del gruppo, e segue la pubblicazione estiva della title-track, primo singolo del disco, che aveva fomentato i fan di mezzo mondo: un brano dinamico, potente, con un riff che ti si stampa subito in testa ed una linea melodica, come sempre, straordinaria. Il secondo estratto, Genesis, ha contribuito ad alimentare le aspettative, che non sono state tradite.

Per una volta l’hype è giustificato: pur non inventandosi niente di nuovo e limitandosi a unire le atmosfere di White Pony (del resto in cabina di regia torna Terry Date) a quelle della produzione più recente, il risultato ha qualcosa in più del “solito bel disco dei Deftones”.

Senza gridare al capolavoro (come ho visto fare in giro), siamo praticamente dalle parti del bellissimo Diamond Eyes, vertice della band del post White Pony.

Potrei dilungarmi e descrivere singolarmente ogni brano ma sarebbe un inutile spreco di caratteri, perché sapete tutti cosa aspettarvi (e non lo dico in senso negativo perché anche io continuo ad amare la parmigiana di mia madre), ma allo stesso tempo nei solchi che pensate di conoscere a menadito prima ancora di premere play, si nascondono, come sempre, moltissime sorprese.

La differenza rispetto ad altre uscite recenti è che nel corso di Ohms non ci sono cali e soprattutto nei brani più melodici e in cui l’elettronica è più presente i risultati sono davvero strepitosi e, in particolare, il trittico costituito da Error, The Spell of Mathematics e Pompeji rappresenta quanto di meglio fatto dalla band negli ultimi vent’anni. Per il resto, vale ora come allora la splendida chiosa della recensione di Diamond Eyes di Stefano Greco: “Un album conciso nella durata ma gravido di emozioni; suggestioni che corrono ambivalenti sulla dualità amore/morte, sesso/violenza. Fica e coltelli. Pesante e rilassante. Come si dice in questi casi: un serio candidato a disco dell’anno“.

In estrema sintesi, un’ulteriore e oramai ultronea conferma di un concetto che andrebbe scolpito nella pietra: i Deftones spaccano SEMPRE il culo. (L’Azzeccagarbugli)

 

4 commenti

  • Ho sempre ritenuto la musica dei Deftones pronta a dilatarsi, invece riescono sempre ad essere concisi allo stesso tempo. Non so bene come spiegarlo, ma riescono a racchiudere in pochi minuti certi approcci posthardcore che nei dischi di gruppo di tale “settore” durano 10/15 minuti. Vabbuò non mi sono spiegato, ma va bene lo stesso!

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  • C’è solo una cosa su cui non sono d’accordo. Koi é nettamente migliore di Diamond: più potente, più centrato, con pezzi meravigliosi come Rosemary, Swerve e Graphic, ma avrei potuto citarle tutte, come per Ohms, altro disco incredibile.
    Per il resto la chiosa dice tutto.
    Adesso aspetto quei tardi che ascoltano manowar e paccottiglia annessa power o blackster mai cresciuti a dire che questo non é il vero metallo! Poveri stronzi. Amen

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  • “Ah Koi! Eh no, dio-can(e)” era un gran disco. Giusto. Questo non lo trovo affatto sullo stesso livello. Mi è piaciuto anche meno di Gore. Continuo ad ascoltare black metal, però. Il power no, non quello europeo. Mi fa schifo al cazzo. Lungo il continuum dei poveri stronzi dove mi metteresti?

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  • Non ti metterei in nessun continuum, figurati, non estrarre il particolare dal generale, non ha senso. Non sto parlando di chi ascolta power o black, sto parlando di chi non ha un minimo di apertura e non si accorge della qualità della musica dei Deft o dei Tool, tanto per dire, perché non sono vero metallo, o boiate simili.
    Poi sui gusti si può disquisire tranquillamente, ci mancherebbe. Benedetto sia Koy, meraviglioso, ma dai tempo a questo dischetto, meno singoli ma ugualmente favoloso, compatto, da ascoltare dritto tutto. Non ne scarterei una.

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