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Il disco maturo dei CLUTCH e il dito amputato di MATT PIKE

26 dicembre 2018

Quest’anno lo stoner rock è andato davvero molto forte: un album bello sfrontato a nome Monster Magnet e quello più ordinario degli Orange Goblin, nonché l’ottimo – ma non impeccabile – disco firmato Sleep ci hanno coralmente ricordato quanto Joshua Homme possa tranquillamente continuare a girovagare per gli aeroporti con indosso manganelli, motoseghe o strap-on anziché comporre nuovo materiale in studio. Ma ci eravamo dimenticati dei Clutch e degli High On Fire, che poi non è che suonino proprio stoner, ammesso e concesso che quel termine indichi realmente un qualcosa di circoscritto. Io sono uno di quelli che danno contro alle etichette, per poi rotolarmici sopra come un maiale sul fango e sulla merda in attesa di ricevere altre ghiande da sgretolare, quindi non faccio testo. Bando alle ciance, il clima fumoso delle feste natalizie è o non è la migliore occasione per mettere sotto all’albero due band come queste?

Procediamo con ordine. Verso i Clutch posso confessare di nutrire una contrastante sensazione divisa fra amore (90%) e odio (il restante 10%). Il perché è riconducibile al fatto che sono talmente forti da meritare più fama e successo di quanto il fato gli riserverà mai: la loro è la classica situazione per la quale i vecchi rocker pronuncerebbero quelle frasi da bar, tipo se solo si fossero formati nel 1990… Cazzo, sì che sono nati più o meno allora, ed è proprio quello che mi fa rabbia. Il loro materiale è generalmente andato in crescendo, e della prima decade discografica ne ho pure rivalutato l’omonimo e quel The Elephant Riders con cui iniziai a interessarmi alla musica di Neil Fallon e soci. È in quel periodo che avrebbero potuto ritagliarsi un posto fra i nomi che non passeranno mai di moda, ma le cose straordinarie si sono messi a farle dopo, cioè quando l’industria musicale iniziava lentamente a contare quanto un televisore a tubo catodico. 

Per cui Earth RockerPsychic Warfare, i miei album preferiti dei Clutch, mi lasciano quella sensazione di fico ma potete fare ancora di meglio, come se avessi in qualche maniera appurato che il loro lento crescendo un giorno li porterà alla realizzazione del capolavoro definitivo, il quale, lo do in realtà per scontato, probabilmente non uscirà mai oppure è già lì sugli scaffali da anni. E’ una sensazione difficile da spiegare, ma arrivati a The Book Of Bad Decisions constato che i Clutch hanno finalmente raggiunto la capacità di sfornare un album “summa”, maturo e completo, ma che allo stesso tempo hanno letteralmente cacato fuori dal vaso con l’eterna questione dell’esagerato numero di brani, e pure perso un po’ dell’irruenza che rese irresistibili i due dischi precedenti – peraltro usciti nel pieno dei problemi fisici che avevano afflitto Neil Fallon a metà decennio. Ho pensato questa cosa fin dal suo primo ascolto: parte Gimme The Keys e ti ritrovi a disposizione, chiavi in mano, tutto ciò che vorresti dai Clutch. Ma non è all’ennesima potenza come una Sucker For The Witch o una X-Ray Visions, e la faccenda ti puzza di merda molto più di quanto dovrebbe.

È quel mezzo gradino sotto che mi dà noia come se avessero inciso una pippa clamorosa, con l’aggravante impazienza di utilizzare una (soltanto) buona Gimme The Keys per aprire la strada al nuovo album. Insomma, aspettandomi sempre di più dai Clutch sono finito per ritenere ordinario un lavoro che in realtà è più che dignitoso, ma sicuramente inferiore a Psychic Warfare sotto moltissimi punti di vista. Per il resto sono sempre loro, ma stavolta rendono meglio quando rallentano: Emily Dickinson è la mia preferita per distacco e pure la conclusiva Lorelei lievita con lo scorrere dei secondi, sigillando meglio che si può l’interminabile scaletta. Fra le più tradizionali ho sicuramente apprezzato How To Shake Hands, mentre la successiva In Walks Barbarella ha due contro-coglioni che non finiscono più per come è stata impostata, e per l’energia che riesce a sprigionare senza nemmeno provare a pestare come una dannata. Bravi, ma con la sensazione che il picco massimo sia già stato toccato, e che ora si possa temere l’inizio di una fase calante di questa leggenda – o poco ci manca – dell’heavy rock.

A Matt Pike invece non si può dire nulla, neanche se il suo album è oggettivamente molto meno efficace di quello del quale ho parlato qui sopra. Ho apprezzato tanto The Sciences, anche senza finire per tenergli da parte un posto in top ten. Questo perché c’è qualcosa di fondo che comunque non mi ha convinto, mentre per quello che riguarda gli High On Fire li ritengo in fase calante da diversi dischi, nonostante Luminiferous mi avesse fatto fare delle discrete scapocciate. È che non mi sorprendono più, ora che con Electric Messiah – in contemporanea al disco degli Sleep, capace di generare un hype da fare esplodere i rospi – Matt Pike ci presenta un album feroce e perfettamente suddiviso fra le classiche sfuriate di thrash metal rivestito dal grasso di balena, e quei pezzi doom/sludge usciti fuori dall’Inferno che il musicista del Michigan dovrebbe semplicemente insegnare nelle scuole. Electric Messiah è un album piuttosto prevedibile, ma se ci sono due motivi per salvarlo, questi sono gli – apparentemente – ostici pezzi da dieci minuti ciascuno di durata. Uno ve lo ritroverete davanti subito dopo l’ottima e prevedibile opener Spewn From The Earth, mentre l’altro è indubbiamente il brano del disco e porta il titolo di Sanctioned Annihilation. Matt Pike è allucinato per tutta la sua durata, c’è un riff che pare sputato fuori da The End Complete degli Obituary e generalmente si gode di brutto a oltranza. È convincente pure Drowning Dog in chiusura, o perlomeno capace di far pensare alle vecchie cose della band, quelle composte prima che al frontman venisse in mente di suonare nella maniera più pesante e metallara possibile, superando a più riprese il limite posto.

Electric Messiah è anche il classico album a cui darei tipo un sei e mezzo. Odio i voti specie per il fatto che mi ricordano i miei alle superiori, ma mettiamo in chiaro una cosa: il nostro beniamino, dopo essersi ispirato ad una visione notturna riguardante Lemmy Kilmister per la sua realizzazione, ha annullato un tour con i Municipal Waste poiché costretto ad amputarsi il dito di un piede. Ha pure messo la foto su Instagram, c’è questa cancrena mozzata con i punti di sutura, e immagino il colosso Google che ora si ritrova intasato da criteri di ricerca che solo ieri erano simili a caterina balivo feet ed oggi vertono sul matt pike feet per una non chiarita ragione. Non lo sanno il perché di questa faccenda, neanche se tutti gli hanno dato il consenso ad accedere a qualunque cosa presente sui dispositivi mobile, tramite ogni applicazione installata.

Mettereste cinque di voto a un alunno a cui è appena schiantato il gattino? Io tollererei qualunque album da Matt Pike in un momento nel quale il chitarrista di Holy Mountain si ritrova con un dito in meno, per seri problemi fisici oppure perché esattamente come avrei fatto io, ha inventato un presupposto per annullare il tour con una band sopravvalutata e che inizia a rompere i coglioni come i Municipal Waste. Onestamente, ho ben apprezzato l’effetto sorpresa scaturito dai primi due album composti dai thrasher della Virginia, dopodiché non mi hanno mai detto molto, e quindi avrei preso anch’io le tronchesi in fretta e furia. Electric Messiah è in definitiva un album caruccio, caratterizzato da una metà abbondante dei brani che non riesce a superare di gran lunga la sufficienza: ma a Matt Pike vogliamo e vorremo un bene infinito, soprattutto noi di Music To Light Your Joints To. (Marco Belardi)

2 commenti leave one →
  1. Cosmo Kidd permalink
    26 dicembre 2018 13:31

    Per quanto mi riguarda il triplete di Blast Tyrant, Robot Hive/Exodus e From Beale Street to Oblivion resta il loro picco assoluto. Poi da lì un lieve calo e anche questo album, bello ma non eccezionale, me lo conferma. Forse, come dici, troppi brani.

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  2. sergente kabukiman permalink
    27 dicembre 2018 21:35

    Penso che il “problema” degli high on fire sia che stanno al terzo disco prodotto da kurt ballou che ha abbondantemente rotto il cazzo dato che fa suonare tutto uguale. Blessed black wings era perfetto anche per il suo essere registrato quasi in presa diretta, e questo perché Steve Albini non è fesso e sa che una band come gli HOF rende meglio in circostanze simili. che palle.

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