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ORANGE GOBLIN – The Wolf Bites Back

2 luglio 2018

Caratteristica che non sopporto di uno dei miei generi preferiti, lo stoner rock, è che lo possiamo ammirare nella sua forma più pura davvero poche volte. Questo perchè si abbina bene un po’ a tutto, e non è raro che alcuni degli esponenti di punta di questo movimento siano andati a parare da tutt’altra parte dopo una manciata di dischi. Come è accaduto ai Fu Manchu, ai Monster Magnet e – per l’appunto, ma in maniera meno evidente, o se vogliamo disturbante – agli Orange Goblin.

Questi ultimi, inglesi e capitanati da una delle voci più belle del genere intero, hanno resistito alle tentazioni perlomeno da Frequencies From Planet Ten fino a The Big Black, in mezzo ai quali stava soltanto il favoloso Time Travelling Blues con la loro migliore canzone per distacco, The Man Who Invented Time, una delle cose più energiche e cazzute che ho sentito a ridosso dello scoccare degli anni Duemila. Batteria in one-take, performance mostruosa da parte del solito Chris Turner, voce incazzata nera ma a sovrastare tutto le chitarre, semplicemente memorabili. Come anticipato sopra, a distanza di qualche anno hanno deciso pure di loro di scendere dal “carrozzone” dello stoner per appesantire il sound e aggiungervi un pizzico di metallo e rock duro in sfavore della caratteristica vena psichedelica degli esordi. È la storia degli altri leader europei di questo movimento, gli Spiritual Beggars, ed è la storia dei Monster Magnet, i quali si trasformarono decisamente in qualcos’altro con Powertrip. È pure quella di Joshua Homme, rinato musicalmente da tutt’altra parte con i Queens Of The Stone Age: sembra parte di un copione già scritto e che quasi tutti avevano deciso di recitare riga per riga, parola per parola. E funzionava, perché se lo zoccolo duro dei fan di chiunque ripeterà che Blues For The Red Sun o Dopes To Infinity sono inarrivabili, il successo – quello vero – arriverà sempre un po’ più tardi. 

In coincidenza con l’evoluzione intrapresa in The Big Black, che era tosto ma ancora molto bello, uscirono i peggiori lavori della band. Coup de grace, ma anche i due successivi, non mi hanno mai entusiasmato; ma non ho mai rinunciato a sentire qualcosa di nuovo in cui incidesse quel diavolo sciolto di Ben Ward. Paradossalmente, con l’abbandono del membro storico Pete O’Malley, le cose sono anche cambiate in meglio. Lo stesso film, ancora una volta, già girato pure dai Monster Magnet con Ed Mundell che lasciava e la nave – anzichè affondare – riprendeva vigore.

Per quanto le due band abbiano corso in parallelo per svariati anni, The Wolf Bites Back non ci mostra un paradosso come quello che corre tra Last Patrol e Mindfucker, due composizioni che celebravano Mondi lontani, ma con significativi elementi in comune. Se A Eulogy For The Damned e Back From The Abyss erano buoni, lo è pure questo e lo fa continuando a gestire bene tutto quanto l’arsenale a disposizione. Stoner rock, come in Burn The Ships, heavy-rock dirompente sulla scia dei Corrosion Of Conformity più diretti come nella meravigliosa opener Sons Of Salem – una di quelle cose che pretendi siano eseguite dal vivo, per intenderci – e tanto altro ancora. A tratti torna l’eco dei Motorhead e non solo per la comparsa di Phil Campbell, troviamo la velocità in Suicide Division e pure quel blues da locale sporco e stracolmo di troie in The Stranger. La title-track è un’altra hit dal fascino tipicamente metal anni Settanta, mentre Swords Of Fire mi ha ricordato non poco i ritmi di Slaves & Bulldozers dei Soudgarden. Non in senso negativo o ai limiti del plagio, ma è un’associazione automatica che probabilmente avrete e che riguarda la sezione ritmica in avvio.

Altro gruppo che ormai suona un po’ quello che cazzo gli pare e senza particolari cali di tono, ma, sebbene continui a preferirne gli esordi all’insegna dello stoner rock puro, acido e distorto, mai mi lamenterò di album di questo livello. Meno ruffiano e piacione di Mindfucker, più pesante di esso e con un Ben Ward che con gli anni ha perso un pelino di efficacia in favore della versatilità, ma in sostanza gli Orange Goblin di oggi sono assolutamente fra le mie band stoner rock preferite, se non la prima. Sono gli interpreti a fare la differenza, ed al servizio degli inglesi, Pete O’Malley o no, c’è uno squadrone di dannati specialisti. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    2 luglio 2018 13:42

    un ascolto a loro non si nega mai…non ho ancora ascoltato l’ultimo però mi sembra che la parabola sia in fase abbastanza discendente. Se Eulogy for the damned aveva ancora qualche bombetta in seno, del precedente non ricordo praticamente nulla.

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  2. sergente kabukiman permalink
    6 luglio 2018 15:33

    Pensa che a me piacciono di più gli ultimi dischi più metal..ma in generale penso che sia una band che può fare quello che vuole dato che è composta da musicisti della madonna, in paritcolare penso che Joe sia uno dei chitarristi più originali e dotati di tutta la scena.

    Piace a 1 persona

    • Marco Belardi permalink
      6 luglio 2018 15:35

      Per me i peggiori sono quelli di mezzo, da coup de grace in poi

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