Avere vent’anni: BATHORY – Destroyer of Worlds

Stefano Mazza: Dato l’autore del disco e la copertina, quando vidi Destroyer of Worlds ho subito pensato che il titolo si riferisse a Surtr, un gigante di fuoco che secondo la mitologia norrena alla fine dei tempi irromperà nel mondo, combatterà, vincerà tutti gli dèi e brucerà l’universo con la sua spada di fuoco. Non è così, giacché il titolo dell’album si riferisce invece a una frase del fisico Robert Oppenheimer sulla bomba atomica: “I am become death, destroyer of worlds”. Non che questo debba interessare qualcuno in particolare, ma è un modo per dire che è un disco con cui si fatica a entrare in sintonia, anche per un fan storico. Il fatto poi che in vari momenti Quorthon canti in modo stonato non aiuta a inquadrare bene la situazione. Era una cosa a cui ci aveva già abituato anche in epoche assai migliori, ma così tanto come in questo disco, mai. Sembra poi un lavoro messo insieme in fretta, è eterogeneo nello stile delle canzoni, però non in modo artistico, piuttosto da cialtroni. In questo esperimento la parte migliore è la prima, dove troviamo canzoni più tipicamente bathoriane e con momenti realmente ispirati, per esempio l’epica e ipnotica Ode, dopodiché ci avventuriamo in una fila di brani con influenze vagamente thrash, insieme ad altri stili che evidentemente Quorthon non padroneggia bene, per cui diventa davvero difficile ascoltare tutto l’album fino alla fine. Resta un lavoro curiosamente personale, anche intimista se vogliamo, ma ce lo ricorderemo come un curioso intermezzo prima di Nordland.

Maurizio Diaz: Destroyer of Worlds potrebbe essere ricordato come l’album in cui Quorthon si è definitivamente rotto il cazzo. Rappresenta il momento in cui l’appagamento di comporre musica viene superato dalla volontà di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, con l’obiettivo di spiazzare e in qualche modo alzare cortesemente un dito medio in faccia alla torma di appassionati che berciavano di come dovesse suonare un disco dei Bathory, o che semplicemente non gli davano la giusta importanza o gliene davano troppa. Già su The Purity of Essence aveva cercato un contrasto del genere, cercando in tutti i modi di farla fuori dal vaso (in un lussuosissimo doppio CD da un’ora e mezza, chi vuol cogliere le coincidenze le colga), ma in fondo quello era un disco solista: qui ci sbatte proprio il nome Bathory sopra, mentre nel libretto stampa la nota beffarda:

This album is dedicated to all the BATHORY fans – you are the best!

Pacifico dunque che ne sia uscito un guazzabuglio di roba, visto anche che Destroyer of Worlds è stato registrato in fretta e furia su pressione della casa discografica la quale, stando alle interviste dell’epoca, suggeriva di pubblicare qualcosa che fosse assimilabile al suono classico dei Bathory con un occhio di riguardo alle richieste sia dei fan (mi viene in mente Cesare Carrozzi) che generalmente vogliono qualcosa che esiste solo nella loro testa, sia della critica specializzata, che, oltre a comportarsi come i soggetti di cui sopra, ama anche essere brillante e per scherzare nelle interviste chiede cose astruse tipo come mai non hai mai scritto una canzone sull’hockey? Quindi Quorthon fa esattamente questo, perché in fondo non c’è un cazzo da ridere: quella è la sua musica e, se tu hai da ridire per delle ragioni stupide, beh vaffanculo. Evita dunque accuratamente qualunque riferimento esoterico o vichingo, compone di getto un pot-pourri di stili, registra e bum, fuori il disco, pieno di parti provvisorie e con la tracklist sballata. I pezzi sono assemblati in maniera così disorganica che viene il dubbio che le brusche interruzioni tra le atmosfere dei brani non siano casuali e dettate dalla rapidità di produzione, ma piuttosto ricolleghino il titolo dell’album all’atto stesso di bruciare i “mondi” e le atmosfere dei Bathory, piuttosto che alla title track ispirata a Oppenheimer. Eppure, nonostante il livore, Destroyer of Worlds è pieno di momenti buoni: Lake of Fire per esempio, Ode (mamma quanto spacca quel riff), Pestilence, ma anche gli episodi più trashettoni e le stesse Krom e Sudden Death (il pezzo sull’hockey), nel loro essere rockeggione e cazzare, hanno dei momenti e delle soluzioni che ti ci fanno scapocciare su. Per carità, non sarà il disco definitivo dei Bathory, ha però ha una sua ragion d’essere e ho sempre trovato ingiusto il relegarlo a un episodio sbagliato o da dimenticare, come spesso accade. Salviamo Destroyer of Worlds!

Marco Belardi: Gli anni Novanta hanno rappresentato per Quorthon un bel casino. Due album da solista, compilation a pioggia e il ritorno al thrash con due titoli azzardati come Requiem e Octagon; il primo ancora ai limiti del presentabile, il secondo decisamente no. Allo scoccare del millennio gli ritorna l’ispirazione, ma, di punto in bianco, si ritrova il bastone fra le ruote. Lui vuol fare una cosa, l’etichetta ne pretende un altra; vorrebbe lavorare con calma a un nuovo disco a nome Bathory, non a nome Quorthon, ma gli viene messa una fretta indicibile. L’etichetta lo stressa inoltre con una trafila insostenibile di interviste, nel corso delle quali è sempre e comunque ironico, loquace, disponibile. Ma non si guarda dallo sputtanare chi l’aveva messo in quella situazione: mette le mani avanti, in un certo senso. Il risultato è Destroyer of Worlds, un 50 e 50 fra sonorità epic e quella sorta di proto thrash che aveva imbastito intorno al 1994, rendendo, di fatto, il ricordo dei tempi di Under the Sign of the Black Mark doloroso se non addirittura lancinante. Destroyer of Worlds è un album composto e registrato in fretta e furia, ma ha dei barlumi d’ispirazione altissimi in entrambi i sensi. L’opener Lake of Fire è la più rappresentativa sulla sponda epic metal, Death From Above regna dall’altra parte. Complessivamente ci sono quattro o cinque brani degni di nota, ma anche della roba che mi rivoltò lo stomaco con la stessa efficacia con cui te lo rivolta un bel caffè con sale e limone. Un anno più tardi, Quorthon ci avrebbe mostrato i fuochi d’artificio.

 

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