Avere vent’anni: THE CROWN – Deathrace King

È dura parlare di uno dei propri dischi preferiti di sempre senza scadere nel banale o abusare dei soliti quattro aggettivi da giornalettaro che ormai si leggono pure nelle recensioni di TV Sorrisi e Canzoni. Allo stesso modo è difficile cercare di descrivere, in poche parole e senza sembrare un nostalgico rompicoglioni (cosa che in fondo sono e un po’ pure mi vanto), l’affetto che nutro nei confronti dei The Crown e, in particolare, di Deathrace King, al netto della parabola discendente che gli svedesi hanno intrapreso da qualche anno.

All’epoca dell’uscita di Deathrace King avevo dieci anni, e stavo appena cominciando a muovere i primi passi nel mondo del metal accompagnato da The Time of the Oath degli Helloween, Obsolete dei Fear Factory e The Sound of Perseverance. Un’iniziazione se vogliamo poco canonica rispetto ai miei amici dell’epoca che si stavano infognando con gli Iron Maiden (a buon diritto, ci mancherebbe). Io invece sono stato sempre attratto dalle frange più estreme di quella musica che è essa stessa per definizione estrema; e questa tendenza mi ha accompagnato fino ad oggi, seppur con alcune grosse eccezioni che mi hanno portato ad ampliare gli orizzonti scoprendo realtà a volte distanti anni luce dal metal, ma ugualmente validissime. L’avvicinamento al death e, di conseguenza, ai The Crown avvenne però diversi anni dopo, nel biennio 2006/2007 con l’acquisto praticamente in simultanea di The Beast dei Vader, Primal Massacre dei Vomitory e, per l’appunto, Deathrace King.

Retroattivamente è difficile dire quale di questi 3 dischi mi colpì di più: The Beast era sicuramente il più accessibile, quasi più verso il thrash che il death, probabilmente il lavoro più “morbido” dei Vader a memoria d’uomo. Primal Massacre era invece esattamente dall’altra parte: un assalto incessante e violentissimo al quale le mie orecchie non erano ancora del tutto pronte. Deathrace King, e questo l’ho capito con il senno di poi, univa il meglio dei due “mondi”: c’era la violenza cieca stemperata da melodie perfette che ti si stampavano in testa, c’era una produzione curata al punto giusto, tale da rendere perfettamente distinguibili gli strumenti senza sforare nello stucchevole o in quello che in quegli anni si stava affermando come il marchio di fabbrica di certe major tedesche che sfornano band con lo stampino come nemmeno la fabbrica dei mostri. Era esattamente ciò di cui avevo bisogno in quel momento, il lasciapassare per entrare appieno nel mondo del death metal. Ancora oggi, se qualcuno mi chiedesse una lista di dieci dischi da ascoltare per capire il death metal, Deathrace King vi occuperebbe un posto di diritto.

Non voglio dilungarmi in un pippone sul fatto che i The Crown abbiano (ahimè) perso la bussola ormai da tempo e non voglio nemmeno rivangare la cocente delusione che mi provocò Cobra Speed Venom, un disco che ascoltai qualche volta giusto per scriverne e del quale non ricordo una nota. È brutto dover parlare così di una delle proprie band preferite, ma tant’è. Confesso in realtà che non ho perso la speranza che i The Crown possano tornare sui loro passi e riaccendere la scintilla che li ha resi grandi, Deathrace King è lì a dimostrarlo, oggi come vent’anni fa. (Luca Bonetta)

2 commenti

  • damn whoever you die ( chi ve muort ) ! ogni volta che apro un vostro post mi tocca riaggiornare le playlist. Disco della madonna.

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  • un disco fantastico! Rebel angel con quel riff più rock che death metal è stata la mia suoneria per anni. Però forse sei troppo severo con cobra speed venom… non allaccia neanche le scarpe a deathrace king ma non l’ho trovato un brutto album. E’ che quest’album sta ai the crown come fu Vittra per i Naglfar: irripetibile.

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