Avere vent’anni: LINKIN PARK – Hybrid Theory

Edoardo Giardina: Quest’ultimo periodo è stato stranamente impegnato, sia da un punto di vista mentale che fisicamente di cose da fare, tra trasferimenti, cambiamenti, ecc. Pur tenendoci abbastanza a scrivere qualcosa su Hybrid Theory ero quindi pronto a lasciare la patata bollente al Barg (che invece notoriamente non fa mai un cazzo se non portare in giro per la Milano da bere il suo cagnolino gracilino nella sua pochette per cagnolini gracilini nel tentativo di attaccare bottone con gli altri milanesi risvoltinati). La sua risposta però è stata: “No, è un disco generazionale ed è meglio fare una recensione multipla“. E alla fine è vero, che ci piaccia o meno, Hybrid Theory è un disco generazionale. Uscì nel momento in cui il nu metal raggiungeva il massimo della popolarità (portandosi dietro, più o meno, anche gli altri sottogeneri). Ma fu anche il momento in cui iniziò il canto del cigno del metal in quanto genere più o meno popolare: vi sfido a scrivere il nome di un gruppo che a partire dal 2000 raggiunse la popolarità trasversale che avevano raggiunto, giusto per fare qualche esempio, Metallica, Pantera e Korn nei tre lustri precedenti. Quelli che sembravano poterlo fare si trasformarono presto in fenomeni da baraccone buoni per le quattordicenni alternative (penso agli Slipknot, ma anche ai Linkin Park stessi, ovviamente). Ad ogni modo, se dovessi descrivere Hybrid Theory in poche parole e con qualche paragone direi che il gruppo di Santa Monica aveva cercato di trovare una via di mezzo commerciale tra Slipknot e Limp Bizkit (riuscendoci). Il motivo per cui, almeno personalmente, non detesto e non biasimo i Linkin Park di quel periodo è che ancora non ci riesco a vedere malizia in quei versi rappati, in quei ritornelli radiofonici e in quelle “sfuriate aggressive” (anche se già con Meteora cominciarono a cambiare le cose). A riascoltarlo dopo vent’anni si può comunque tranquillamente dire che non è invecchiato benissimo. Ma, secondo me, la dimostrazione della spontaneità di quel lavoro è che, pur avendo reso sempre più orecchiabile la loro musica, dopo i primi due album nessuno se li è più filati di striscio (tranne le suddette ragazzine). E comunque di sottofondo ai video di Goku che si trasforma in Super Saiyan ci finiva In the End, mica What I’ve Done.

Trainspotting: Hybrid Theory è un disco del cazzo di canzoncine del cazzo, tutte però bellissime e compiutamente perfette. Sono dodici, undici se escludiamo il cazzeggio di Cure for the Itch, e ognuna di queste è un potenziale singolo spaccaclassifica e spaccatutto. Ha venduto 32 milioni di copie, è stato il disco di debutto più venduto dal 2000 in poi, ne sono stati estratti quattro singoli ed è stato pure fatto un disco di remix dell’intero album. I pezzi sono stati confezionati per passare in radio, tutti: si va dai 2’37’’ di One Step Closer ai 3’37’’ di In The End, e non c’è una singola nota fuori posto, nessun passaggio a vuoto, nessun momento di pausa. Hybrid Theory venne creato per piacere, e piacque. I Linkin Park erano un gruppettino di stronzi fighettini incapaci che arrivarono sulla vetta del mondo grazie a un momento di grazia compositiva e alla maestria di un produttore che conosceva evidentemente benissimo il proprio mestiere. Andrebbe sezionato e studiato per capire l’algoritmo che ti fa impiantare le canzoni nel cervello e non te le fa andare via mai più.

Io non ero un grande fan del nu metal, ammesso che Hybrid Theory si possa rubricare come nu metal o con qualsiasi altra definizione che contenga la parola metal in mezzo, ma rimasi patologicamente di sotto per questo disco per più di un anno. Lo ascoltavo in continuazione, chiaramente vergognandomene come un ladro, ma tant’è. Non smisi di ascoltarlo perché mi venne a noia, ma perché mi resi conto che mi stava facendo male. Ascoltare alla nausea queste undici canzoncine del cazzo stava deteriorando la mia soglia dell’attenzione nell’ascoltare musica, portandomi ad avere difficoltà nell’apprezzare la complessità e nell’approfondire i diversi piani d’ascolto. Mi spaventai, giuro, perché temevo potesse essere un danno permanente. Da un giorno all’altro mi forzai quindi a non sentirlo più e iniziai una cura traumatica di gruppi cervellotici, indigesti, tecnici, tutti in growl e il più tendenti al progressive possibile. Fu allora che cominciai ad apprezzare gli Opeth, credo. Ora che lo riascolto, Hybrid Theory, niente è cambiato: potrei sentirlo all’infinito, come se non fosse passato un giorno da allora, perché è talmente perfetto da non aver risentito minimamente dello scorrere del tempo. L’importante è però imparare dai propri errori – come si dice dalle mie parti, uno spavento vale per cento – e toglierlo immediatamente appena finisco di scrivere.

Il pregiato Giardina ha comunque avanzato un tema molto interessante. Nel 2000-2001 le cose che andavano di più erano i Linkin Park e Dragon Ball, e nei millemila AMV (Anime Music Video) che giravano in rete i pezzi di Hybrid Theory erano la colonna sonora obbligata. Rivederli è sempre un tuffo al cuore.

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