Avere vent’anni: PANTERA – Reinventing the Steel

Edoardo Giardina: Al momento di decidere chi dovesse recensire Reinventing the Steel quasi tutta la redazione è scappata e ha cominciato a passarsi la patata bollente. Tra chi diceva che fa cagare senza appello, passando per chi prova a farselo piacere da venti anni ma non ci riesce, arrivando a chi lo reputa comunque discreto – che scade nel mediocre solo se paragonato agli altri loro album. Io faccio parte di questi ultimi e mi trovo anche d’accordo con chi ha fatto notare il paradosso del titolo: i Pantera sono stati uno dei gruppi metal più importanti e innovativi degli anni Novanta (i primi quattro album sono degli anni Ottanta infatti e facciamo finta che fossero di un altro gruppo); l’album che è il più normale si intitola Reinventare il metallo. Perché alla fine è questo Reinventing the Steel, un album normale, che arriva a fine carriera, poco prima dello scioglimento ma a dissapori e litigi interni inoltrati. Però i Pantera erano un gruppo talmente straordinario che, nonostante tutto ciò, malgrado un Phil Anselmo che chiaramente già non ce la fa più e con un Dimebag Darrell poco ispirato, riuscì comunque a pubblicare un album che farebbe sfigurare molte discografie e che contiene pezzoni della madonna come Revolution is my Name e Yesterday Don’t Mean Shit.

Stefano Greco: Reinventing the Steel è, a ragione, considerato da molti (tutti?) una mezza delusione. Non è un discorso puramente qualitativo (alla fine ha anche diversi ottimi pezzi), il problema vero è che il capitolo finale dei Pantera è una promessa mancata. Per almeno due motivi. Il primo, ovvio, è che rappresenta l’esatto contrario di quello che il suo titolo tanto pomposamente afferma: è un disco che non reinventa assolutamente nulla, ma che al contrario guarda consapevolmente indietro. Il secondo motivo, parallelo a quanto già detto, è che per la prima volta da Cowboys from Hell la band non fa un passo in avanti in termini di cattiveria e abbrutimento del suono.

Reinventing the Steel suona fin troppo ragionato, quasi una manovra per consolidare i Pantera come gruppo metal mainstream o forse l’estremo tentativo di essere considerati “un gruppo classico”. Con il problema che del mainstream i texani erano già stati esponenti, sebbene in maniera del tutto imprevedibile (l’esordio di Far Beyond Driven al numero 1 resta una cosa che ancora non si spiega nessuno).  In retrospettiva ci sono dentro varie cose interessanti, una è che il sound ammorbidito in qualche modo anticipa alcune tendenze di revivalismo settantiano / sabbathiano che in quel periodo (grazie anche alla reunion degli originali) tornavano di moda. E questo suo passatismo riesce a rendere “identitario” il messaggio del metal. “There is a part of me that is always sixteen”, forse la maggiore sintesi di quello che significa essere metallari, è il proclama all’inizio di quel manifesto che è Goddamn Electric. Anselmo è custode e ministro officiante della fede (“Your trust is in whiskey, weed and Black Sabbath/Slayer sempre da Goddamn Electric).  Insomma, magari annacquati, ma sono pur sempre i Pantera. C’è autoaffermazione ma anche consapevolezza, Yesterday don’t Mean Shit è una cosa da adulti e significa oggi più di ieri. Il problema però è che Reinventing The Steel rimane più un buon argomento di conversazione che un album che si riascolta spesso. E resta condannato per sempre a rimanere l’epilogo sottotono di un racconto incredibile. È un vero peccato, ma alla fine capita abbastanza spesso.

Marco Belardi: Un album del genere può farti schifo solo se sei accecato dai dischi più belli o importanti che la medesima band ha prodotto. Arrivi a giudicarlo con la metà della lucidità che occorre, ti permetti di schifarlo, e magari ti schieri contro al videoclip con le teste grosse che girava alla TV e altri dettagli così. E poi passano vent’anni, nel corso dei quali si verificano eventi del genere: due dei tizi qui coinvolti sono morti, sepolti, ma nonostante tutto si è parlato di reunion dei Pantera finché l’ultima delle due persone aventi voce in capitolo, non è finita sotto terra anche lei. A quel punto il cantante si mette a suonare pezzi dei Pantera come in preda a un conto alla rovescia da videogioco arcade. La stessa ansia che ti prendeva a Rainbow Island quando di colpo saliva l’acqua. In seguito all’anno Duemila, inoltre, le uniche cose buone o anche solo decenti le farà proprio il pazzoide nativo di New Orleans, con i Superjoint Ritual e in particolar modo con i Down. Laddove gli manca una formazione da urlo in supporto, Phil dovrà arrangiarsi parecchio e soffrirà quanto un cane. Hardcore, metal estremo: le proverà un po’ tutte. I Pantera erano la formazione da urlo per antonomasia, eccola la differenza. Gli Hellyeah, e pure i Damageplan, sono due fra le cose più insignificanti che ho sentito in vita mia. Fanno schifo e basta.

Quest’album ricevette discrete dosi di merda addosso, quando uscì, anche se alcuni naturalmente lo elogiarono. Non ha l’impeto e il sentimento rancoroso del precedente, la forma perfetta di Far Beyond Driven e figuriamoci se ha qualcosa degli altri due classici. Ma è bello lo stesso, inutile rimarcare che è il peggiore dal 1990 in poi. Una canzone come Yesterday Don’t Mean Shit la scrivono soltanto i fuoriclasse, anche se non corrono gli anni migliori e anche se tutto quanto, intorno a te, si sta sfaldando. I Pantera di Reinventing the Steel dopo tre o quattro album uno più rivoluzionario dell’altro non mossero una pedina, fecero semplicemente un disco metal e lo fecero bene, con il consueto calo nella seconda metà e tre o quattro pezzi di livello alto, magari non altissimo. Quanto ci manca, oggi, una band così, seppur con un disco così.

9 commenti

  • Per me fu una grossa delusione, dato che considero il precedente il loro apice. È un disco quasi “allegro”, cazzone ma che non ha tiro e che non lascia nulla. Non aiutò poi una copertina indecente e Anselmo in evidente declino fisico, bolso e con quella barba indecente. Non so se, nel caso avessero proseguito, il seguito sarebbe stata una porcheria tipo Damageplan, comunque era una storia ormai giunta a termine

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  • Un’altro bell’album dei Pantera

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  • un’altro bell’album dei Pantera

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  • metà disco ottima, metà inutile… ho il dono della sintesi.

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  • Lorenzo (l'altro)

    Per me un disco fondamentale, l’unico dei Pantera che ho avuto la fortuna di vivere in diretta, masterizzato col computer nuovo appena arrivato, assordandomi sparandomi in cuffia l’attacco di Hellbound ad un volume totalmente sbagliato. Ok, non sposta nulla, ok, metà dei pezzi sono bolsi. Però c’è Revolution Is My Name e il suo video. Con loro 15enni che si sparano i dischi di ZZ Top, Led Zeppelin e Black Sabbath. Ora, dopo vent’anni, riguardo me a 15 che ascoltavo i Pantera ed in particolare questo disco. Oggi posso dire che sono metallaro da vent’anni. Se potessi scendere a farmi una serie di pinte per festeggiare, cazzo, lo farei.

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  • Guardare indietro fa sempre un po’ male, quante occasioni mancate e non parlo solo di figa, ed è così anche per questo disco. L’occasione mancata di sistemare il tutto e di consegnarci una band unita e feroce capace di arrivare ai giorni nostri come altri mostri sacri del nostro adorato metallo. E invece ci siamo beccati i duemila, e vagonate di musica inutile e di merda e la tristezza di quello che poteva essere e invece non è stato. Vado a riascoltare “the great southern trendekill” che magari mi fa passare il magone.

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  • Sergente Kabukiman

    Potrei dire la mia su questo disco, ma preferisco ritornare al 2004 e scomodare le parole di un certo Cortesi che disse più o meno “i Pantera erano rimasti chiusi in confini musicali che hanno dimostrato di saper tranquillamente aggirare con i dischi passati”. E per me i pantera che pubblicano un disco COSI’ metal, no è neanche una cosa troppo brutta.

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