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Classificone di questo decennio di metallo

12 luglio 2019

Anche se questo post non parla di loro è dedicato alla memoria di quelli che abbiamo perso per strada, ai quali il pensiero non può che andare inevitabilmente.

Dopo quattro anni da quell’articolo sulla prova del tempo ho avvertito nuovamente l’esigenza di volgere lo sguardo indietro e fare, ancora una volta, il punto della situazione a partire dall’anno di nascita del blog, perché quello, il tempo, passa sempre più velocemente e si mangia tutto. Inoltre, mi diverto sempre a fare le classifiche e i riepilogoni fini a sé stessi.

ANNO 2010

Di quell’anno non mi è rimasto praticamente niente. Bisogna ammettere che Ecailles De la Lune è sempre bello come un tempo, però sono proprio i tempi ad essere cambiati e, alla fine, quella inaugurata dagli Alcest fu una moda tutto sommato passeggera. Quello fu anche l’anno del nuovo Anathema, un album che col senno di poi assume un significato ancora più importante alla luce di ciò che è accaduto dopo Weather Systems. Riascoltavo in questi giorni Judgement, che cade il suo ventennale, e trovo quel periodo che va dal 1998 al 2012 così bello e coerente che mi sale un odio ancora più grande nei confronti di hipster e indieboy e della loro costante tendenza ad appropriarsi delle nostre cose (tra magliettine di Burzum e altre amenità di questo tipo). Belus non si tocca, tanto è vero che ormai chi se lo fila più? Paradossalmente di tutto quel ciclo ciò che resta è lo schifo che provai con Abrahadabra, a testimonianza che la merda, quanto raggiunge queste vette, fa tutto il giro e diventa immortale. In definitiva, anno del cazzo.

ANNO 2011

Confermo tutto quello che avevo già detto. Avrei giusto trattato con più attenzione Svartir Sandar dei Solstafir e mi rendo conto che, mutatis mutandis, a Mare gli do più credito oggi che ieri. Rispetto a Lulu e Illud Divinum Insanus fate copia/incolla di quanto detto sui Dimmu Borgir, con la differenza che anche la merda era più merda nel 2011. Anno meraviglioso, dunque, congiunzione astrale più unica che rara, stralcio di XX secolo in uno più buio. Oggi come ieri mi ascolto tutto quello che esce ma fondamentalmente prendo e butto via quasi subito (a parte rari casi), con i riascolti sono abbastanza fermo al 2011, che di quell’anno mi piace veramente tutto. L’unico rimorso che mi porterò nella tomba è quello di non aver capito per tempo e spinto con tutte le mie forze March of the Norse. Però alla fine l’ho capito: il disco di Demonaz è il miglior album dell’ultimo ventennio.

ANNO 2012

Sì, ok, Manowar unica fede, si gioca e si cazzeggia, si va a sbattere fino al Polo Nord per vederli e ce li tatua pure addosso all’occorrenza, però, parlando seriamente, il vero album di quell’anno fu RIITIIR, non scherziamo proprio. Meglio il 2011 del tanto decantato 2012, però: la metà della roba che ho – faticosamente – messo in una play (per l’occasione elevata addirittura a 15) non la ascolto praticamente più. Vede come cambiano le cose, signora mia?

ANNO 2013

No, non è (incredibilmente) Asa, non è 13 e nemmeno Surgical Steel, ma Κατά τον δαίμονα εαυτού il migliore. Di nuovo: non scherziamo. Oltre ai Rotting Christ e agli altri citati (seppur in minor misura), di quell’anno ascolto a ripetizione solo Echoes of Battle, l’unico album dei Caladan Brood di Salt Lake City, i migliori epigoni dei Summoning di sempre. Pure Last Patrol e The Eldritch Dark hanno tenuto botta benissimo. Infine, chiamatemi pure poser ma Infestissumam ogni tanto me lo sparo con piacere. Annata ancora potente.

ANNO 2014

Dissi: “alla fine vince clamorosamente la prova del tempo At War With Reality“. Rispetto al 2014 è ancora vero e lo confermo. Ne uscì fuori pure un post riepilogativo, quindi è inutile che aggiunga altro. Per gli Alestorm di quegli anni valga un discorso simile, ma fortemente edulcorato, a quello che si fa da sempre per i Manowar. Tengono botta strabene pure quei Mastodon. Melana Chasmata ricordo che era fico assai ma chi lo ha più ascoltato, sarà il caso che lo riprenda perché ne avevo totalmente dimenticato l’esistenza. Nel complesso, anno abbastanza deludente ma non come il 2010.

ANNO 2015

Strafighi i Clutch, e chi lo nega, ma il vero disco dell’anno fu Pylon dei Killing Joke. Il problema fu che ce ne accorgemmo tutti troppo tardi. Comunque, qui non si vuole fare “revisionismo storico”, perché ci sono cose che devono accadere per forza ed è giusto e sacrosanto che accadano. Ad esempio, l’album dei Faith No More ci doveva stare obbligatoriamente sul podio della play (come fu per i Black Sabbath un paio di anni prima e per The Lord Of Steel qualche anno ancora prima), e non perché la Ipecac ci passasse qualche prebenda ma poiché si trattava di un evento e bisogna anche inquadrare le cose da un punto di vista più ampio. Ovviamente questo non sarebbe accaduto se stessimo parlando di un disco brutto o così-così. Tanto è vero che, secondo me correttamente, né The Book of Souls, sempre di quest’anno, né Hardwired… To Self-Distruct, dell’anno successivo, sono finiti in play, e parliamo dei nomi più grossi in assoluto, nonché di due dischi dei quali oggettivamente non si può affermare che facciano totalmente schifo, a meno che uno sia ancora affetto da certi atteggiamenti preadolescenziali da hater un po’ stupidino. Però, ecco il però, se volessimo valutare con oggettività massima quell’album dei FNM preso da solo, album che a me oggi ha lasciato ben poco e su cui da subito avevo manifestato delle perplessità, occorre ricordare che quell’anno uscì anche un certo The Blessed Curse dei Manilla Road che gli dava una pista.

Vabbè, Bad Magic, un pezzo di cuore, belli e brutti ricordi. Sfondone pazzesco, mio ma anche collettivo, quello di non aver trattato/ascoltato a dovere The Children of the Night dei Tribulation, indubbiamente uno dei migliori album dell’ultimo decennio, fatto apposta per gentaccia come noi cresciuta a metallo novantiano. Per il resto, lo vissi come un anno non completamente soddisfacente, ma se ci ripenso oggi, beh… E poi, attenzione, nel 2015 uscì il disco più di merda dei tempi moderni, che ebbe il grande merito di insegnarci a trarci d’impaccio dalle situazioni più fluide grazie ad una parola magica: BUBUBU. Sicuramente fu un anno che mi segnò parecchio, in cui discutemmo tantissimo tra noi, come sempre accade quando scendono in campo i pezzi grossi o quando avvengono certe fratture nella storia.

ANNO 2016

Tanta musica e poche chiacchiere qui: si risale finalmente la china. Questo è l’anno delle conferme. Primo posto Rotting Christ, confermo (quantomeno alla carriera), anche se i Moonsorrow rompono i culi ancora più del solito e la palma di migliore poteva serenamente andare a loro. Per i Blood Ceremony e Alia O’Brien ancora amore: confermo (oh, non hanno fatto più dischi dal quel dì). Insomma, confermo abbastanza tutto e confermo anche il fatto di ascoltare la maggior parte dei miei dischi da play di questo anno, ma non proprio tutti. Venerazione personale per Affinity, ma anche un sonoro li mortacci vostra se ripenso alla fine che hanno fatto gli Haken.

ANNO 2017

Un solo nome: Manilla Road. Black Drapes For Tomorrow degli Shores of Null non solo tiene botta ma incredibilmente cresce ancora, a conferma del fatto che il bello oggettivo esiste e non ha confini di genere e tempo. Enisum: grande scoperta. Scuorn: beh, sì, bravi, chi lo nega, ma non mi hanno mai preso così tanto, nel senso, molto ma non così tanto. Mass VI degli Amenra lo ascolto di rado perché mi cambia l’umore in negativo, però che bomba ragazzi. Per il resto, un altro anno poverello, con presenze in play di dischi che nel biennio ’11/’12 finivano a stento in “altra roba che mi è garbata”, che verrà ricordato come quello dell’ultimo concerto dei Black Sabbath e quindi della fine di ogni cosa.

ANNO 2018

Abysmal Grief: dominio assoluto. Judas Priest e Voivod secondi in classifica? Ma andate a cagare, su. Il secondo doveva essere Mark of the Necrogram dei Necrophobic, punto. Haunted, scoperta tardiva (e riunitevi, cristo di un dio). Bella la fissa collettiva per la synthwave. Nuovo At The Gates: vorrei ma non posso. Molta Italia di qualità. Annetto tutto sommato discreto, mediamente buono con pochi picchi.

ANNO 2019

È presto per dire ma è iniziato abbastanza di merda. Qualcosa di buono però sta faticosamente venendo fuori. Ne riparleremo fra qualche mese.

Dunque, tirando le somme, se dovessi fare la playlistona personale di questi 10 anni scarsi, verrebbe fuori una roba del genere:

Disco del decennio (ma pure del ventennio):

DEMONAZ – March of the Norse

Top 10:

ENSLAVED – RIITIIR

ROTTING CHRIST – Κατά τον δαίμονα εαυτού

MANILLA ROAD – To Kill a King

KILLING JOKE – Pylon

ANATHEMA – Weather Systems

MOONSORROW – Jumalten Aika

TRIBULATION – The Children of the Night

ABYSMAL GRIEF – Blasphema secta

FALKENBACH – Asa

NECROPHOBIC – Mark of the Necrogram

E il brano che ho ascoltato di più in assoluto durante tutti questi anni lo vogliamo dire?

5 commenti leave one →
  1. Bonzo79 permalink
    12 luglio 2019 14:28

    Nel 2010 sono usciti AEALO e Varjoina kuljemme kuolleiden maassa, che secondo me ai successivi delle rispettive band cagano in testa…

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  2. Fredrik DZ0 permalink
    12 luglio 2019 14:54

    Post troppo impegnativo per un metallaro in vacanza. Mi son portato in cuffia epsilon dei blood stain Child, disco da spiaggia dal 2011.

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  3. Fanta permalink
    12 luglio 2019 19:40

    Citi roba che considero anch’io molto valida, tra la cose che riascolti.
    Aggiungo una lista di cose ulteriori che mi vengono in mente. Dischi che continuo ad ascoltare molto volentieri.
    Esoteric – Paragon of dissonance
    Mgla – Exercises in futility
    Solitude – Sister
    Vektor – Terminal redux
    Carcass – Surgical steel
    Yob – Clearing the path to ascend
    Trees of eternity – Hour of the nightingale
    Ne Obliviscaris – Portal of I
    Batushka – Litourgiya
    Insomnium – Winter’s gate

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