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Musica da camera ardente #17

8 dicembre 2018

Puntata importantissima, una di quelle imprescindibili insomma, e tutta italiana, nella quale parleremo delle ultime pubblicazioni di tre band tra loro interconnesse da molti punti di vista e tutte e tre ambasciatrici nel mondo della via italiana al suono oscuro.

Questa volta il boccone del Re me lo mangio subito, avendo un debole per Videtta & Co. Ogni volta ci fanno aspettare un po’ di più e, a questo giro, erano otto gli anni che si fremeva per il nuovo lavoro dei napoletani Argine. Di Umori d’Autunno parlammo benissimo (il blog era appena sorto dalle macerie di Metal Shock e sembra passato un secolo), come di un atto di evoluzione ulteriore, come dell’album della maturità. Riascoltandolo oggi, sembra incredibile quanto non sia invecchiato di un giorno e, soprattutto, quanto Pathos! sia la sua continuazione naturale. Maturità acquisita, dunque, è il tempo di sviluppare ulteriormente il proprio suono facendo leva su quelle caratteristiche che appartengono solo a loro. Diciamolo subito: Pathos! se la gioca con Umori per la palma di miglior album di sempre dei partenopei. Il post-punk e neo-folk sono i due riferimenti sospesi intorno ai quali il violino di Caterina Bianco e il piano di Luigi Rubino creano atmosfere volte ad esaltare il significato dei testi recitati dalla profonda voce di Corrado Videtta. Ognuno ha il suo posto preciso in questo delicato lavoro di costruzione del Bello: le pelli di Alessio Sica rendono inconfondibile il richiamo alle atmosfere marziali del neo-folk e il basso di Michele de Finis spinge la mente verso il beat avanguardista italiano degli anni ’70. Io qui e là ci sento tanto il primo Battiato e la cosa mi piace da morire. Molto belli anche quei momenti di chitarra acustica e percussioni, laddove si inserisce la voce eterea di Caterina e piacevoli anche quegli altri più leggeri verso la fine del disco (Aurora e Il Tempo della Verità).

Ancora Napoli (che questa sia la puntata #17 della rubrica è un puro caso, guagliù) ed ancora un album di cui bisogna parlare assolutamente. Da fan, ma da amante della buona musica in generale, sono a dir poco entusiasta di questa operazione in cui si sono cimentati i Corde Oblique: Back Through the Liquid Mirror è una lavorazione live, registrata negli Splash Studio della capitale Partenope, dei loro migliori brani, e praticamente mantiene lo stile del live ma con una cura del dettaglio nell’esecuzione e nella qualità audio che solo in uno studio è possibile raggiungere. Si tratta di qualcosa di più di un semplice best of, dunque. Lo specchio liquido attraverso il quale Prencipe e soci riflettono sé stessi è quello del tempo, durante lo scorrere del quale la band ha inevitabilmente cambiato pelle, che oggi rimanda l’immagine di una realtà solidissima. La riproposizione, a volte più fedele, a volte meno, dello loro pietre miliari è tutta all’insegna della semplicità, del romanticismo e della raffinatezza. Si raggiungono picchi di emozione veramente alti (come nella cover di Flying degli Anathema), soprattutto quando una certa verve rock progressiva, che è un po’ alla base di tutto il comparto strumentale, si alterna alla meravigliosa voce di Annalisa Madonna, sostenuta con grande classe dal violino di Alfredo Notarloberti.

Altra prova di grande raffinatezza, Synchronicity Embraced, il nuovo album di inediti degli Ataraxia, ultimo di una lunghissima e prolifica carriera iniziata negli anni ’80, si presenta in una forma musicale purissima ed eterea. Pur nell’alveo della darkwave, come da tradizione, il nuovo lavoro dei modenesi mi appare distante dal precedente Deep Blue Firmament che per me si inseriva di diritto tra i migliori dischi usciti nel 2016. Synchronicity lo trovo ancora più cerebrale, avanguardista e lirico del recente passato, ma, a sua difesa, monolitico, razionale e compatto, non spicca per memorabili colpi da maestro (a parte l’opener etereal ambient Oenoe, che è, tra l’altro, il brano che preferisco). Si mantiene costantemente su un medesimo livello di coerenza, emotiva e qualitativa. Piacevolmente spiazzante e opportunamente fuori contesto, la trama cavalleresca e medievaleggiante de La Vista del Bardo. Ogni lavoro degli Ataraxia rappresenta sempre, per chi lo ascolta, il gradito “ritorno a casa”.

Troppo spesso, quando si è alla ricerca di sonorità “diverse”, si dirige l’attenzione fuori dall’Italia, magari oltreoceano, quando invece basta semplicemente valorizzare ciò che è dietro l’angolo, come Ataraxia, Corde Oblique e Argine, alcune delle più importanti realtà musicali di questo paese, anche al di là dei rispettivi confini di genere. (Charles)

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