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Tesi, antitesi e sintesi: HAKEN – Affinity

13 giugno 2016

affinityEntusiasmante. Già assurto a personale pietra miliare del prog metal contemporaneo, sarei anche propenso a nominarlo disco dell’anno da adesso, qualsiasi cosa possa uscire da qui alla fine di questo già ottimo 2016, ma la prudenza mi frena, visto il contesto. Era tempo che chiedevamo a gran voce un ritorno agli ‘imbarazzi’ del formidabile biennio 2012-2013, quando stilare le playlist di fine anno era un affare pernicioso. Chiunque ne uscirà vincitore quest’anno avrà i veri numeri per passare a futura memoria. Per me Affinity questi numeri li ha proprio tutti. Era da The Theory of Everything che non mi trovavo di fronte ad un lavoro così ben pensato, congegnato e misurato; da Metropolis Pt. 2 che non ascoltavo un progressive metal di questa qualità, precisione e potenza; da Weather Systems non sperimentavo un’erezione pilifera per delle melodie così emozionanti, ampie, perfette. I gruppi richiamati alla mente poc’anzi non sono affatto casuali: Affinity è un po’ la sintesi di tutto ciò e vince la complicatissima sfida della coesistenza degli opposti. Nel momento in cui la tecnica prevale, la leggerezza appiana tutto il resto; un attimo prima si arranca nel tenere il passo dei tempi dispari e un secondo dopo si è scortati sottobraccio dalla sinuosità di una melodia; si fa un salto nel futuro e un tuffo nel passato. In buona sostanza, Affinity è l’alfa e l’omega di ciò che dovrebbe essere il prog metal oggi, almeno per come lo intendo io, cioè un genere che deve essere finalmente esautorato dall’obbligo di manifestare virtuosismo e tecnica al di sopra di tutto il resto.

A partire dalla copertina salta agli occhi il concept vintage e lo-fi, lo confermano i titoli dei brani (affinity.exe) e il costante sottotesto musicale che richiama una evidente passione per il mondo del retrogaming e l’elettronica basilare degli anni ’80. Gli Haken di Affinity non concedono nessuno spazio al citazionismo fine a sé stesso, saltando a piè pari due pericolosi fossi nei quali cadere sarebbe stato fin troppo facile: il passatismo e l’autocompiacimento. Trovo che Affinity sia superiore in ogni aspetto al precedente e (misteriosamente) acclamatissimo The Mountain, album che reputo di un fighettume allucinante: il classico disco fatto a tavolino ad uso e consumo degli hipster e comunque non dei metallari, affettato e pieno zeppo di inutili riempitivi jazz-fusion e ‘pattonismi’ che se non sei, appunto, Mike Patton risultano solo ridicoli. Addirittura il ben più canonico Visions l’ho trovato più gradevole. Al di là della sua anima melodica e ‘calda’, Affinity è un album sostanzialmente congegnato nel rispetto dello stile prog, quindi ha una durata impegnativa ed è suddiviso in due parti dalla classica suite di un quarto d’ora, dove si lascia più spazio al ‘manico’ dei singoli musicisti che ad altro e in cui gli addetti ai lavori e fan più reazionari potranno sicuramente cogliere maggiori dettagli rispetto all’ascoltatore casuale. Si arriva facilmente a farselo piacere ma c’è bisogno di un po’ più di attenzione per apprezzarne le reale potenza. Segnatevi questo nome: Haken. (Charles)

13 commenti leave one →
  1. 13 giugno 2016 11:03

    Dissento solo sul giudizio di The Mountain, disco splendido ma che guardava molto agli anni ’70, a partire dalle armonie vocali di chiara scuola Gentlegiantiana. Qua invece hanno stravolto tutto, ripartendo da una base di prog metal moderno con influenze djent ma ficcandoci dentro una valanga di elettronica, linee vocali anni ’80, chitarre che si ispirano in egual misura ai Leprous (c’è anche un cameo del cantante sulla title-track) e ai King Crimson di Discipline. Ma come dice giustamente Charles, non è citazionismo fine a se stesso ma una rivisitazione molto personale, originale e fortemente autoironica.
    Il punto di forza di questo disco è proprio aver creato un mix che può piacere ad ascoltatori di generi molto distanti tra loro, come il metal o l’elettronica: a me la dubstep fa cagare, ma quando parte lo stacco di The Endless Knot mi ritrovo a ballare senza neanche rendermene conto (e non solo io: quando l’hanno suonata dal vivo a Milano, c’era TUTTO il Legend che saltava).
    Chapeau Haken.

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    • Charles permalink
      13 giugno 2016 11:13

      Djent? Dubstep? E che animali sono? No, dai, non insultiamoli. Visto che lo hai citato: a me quel passaggio in growl del tizio dei Leprous ha dato solo fastidio perché non ci azzecca veramente nulla. Sarò di visioni limitate ma stona proprio. Poi, dire che gli Haken si ispirino ai Leprous mi sembra esagerato. Semmai si ispirano ai Dream Theater. Giusta la differenza che fai sui riferimenti/scopiazzature settantiane di The Mountain alle quali aggiungerei pure gli Anal Cunt…

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      • 13 giugno 2016 12:02

        Secondo me invece ci stava un sacco, è abbastanza breve da non eccedere e si intona con il suono più oscuro di quella parte.
        Sicuramente si ispirano un sacco ai Dream Theater, però un po’ di influenze dei Leprous ci sono: alla fine hanno fatto anche un tour insieme, e tra le due band c’è grande stima reciproca (però loro non riescono a prendermi)
        Poi beh, il prog odierno è fin troppo succube del periodo d’oro dei ’70, e spesso chi prova a distaccarsene è visto di mal occhio dai “puristi”. A maggior ragione gli Haken sono da lodare per il coraggio che hanno avuto ad allontanarsi da certi clichè e adottare sonorità così moderne.

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  2. Vanni Fucci permalink
    13 giugno 2016 12:23

    Bellissimo album, però io sinceramente di djent non ci ho sentito poi tanto. E meno male, perché non ho mai capito cosa ci trovi la gente.

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    • Charles permalink
      13 giugno 2016 12:25

      Ma di djent non c’è niente. Fughiamo ogni possibile dubbio in proposito.

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      • 13 giugno 2016 14:48

        Ma come non c’è niente? in 1985 a metà canzone ci sono dei riff pesantemente djent, e anche The Endless Knot ha diversi momenti in quello stile. Poi ovvio che non sono diventati i Periphery grazie a Odino, ma l’influenza mi sembra innegabile.

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      • Charles permalink
        13 giugno 2016 15:44

        E’ una questione di prospettive storiche. Tu potresti dire djent, Periphery o, che dio ci salvi, Tesseract; qualcun altro potrebbe dire Meshuggah, Strapping Y.L., Tool e compagnia bella. Ognuno ci sente dentro quello che più gli si confà. Personalmente, oltre agli inevitabili Dream Theater (in Visions più evidente era il richiamo ai Symphony X, invece), ritrovo forte il richiamo agli Anathema. E’ quella la parte che voglio considerare come predominante e che me li fa piacere, tra l’altro. Parlare di djent e in riferimento agli Haken, o a uno-due passaggi di chitarra, mi sembra fuorviante per chi legge e non ha ancora ascoltato l’album per intero. E poi, in Affinity mancano totalmente le parti ‘post/’core tipiche di un abominio quale è il djent (o lo djent), mentre abbonda di altre, come lo spirito, l’attitudine e un miliardo di altre cose, che ci fanno distinguere la musica vera e suonata, appunto, dallo djent.

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  3. Fanta permalink
    13 giugno 2016 17:19

    Djente allegra dio l’aiuta.

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  4. bonzo79 permalink
    14 giugno 2016 10:48

    in effetti album splendido. aldilà della tecnica strumentale, ci trovo quello che i dream theater hanno pressoché dimenticato da oltre quindici anni (salvo qualche sporadico episodio): BELLE MELODIE. grazie per la segnalazione!

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  5. fredrik permalink
    14 giugno 2016 22:03

    dio che video e musica da nerdoni. mi piace già parecchio, se tutto il cd è su questo livello devo approfondire.

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  6. Fanta permalink
    18 giugno 2016 15:23

    Concordo mio malgrado (mi piace molto di più litigare) con Carlito, come spesso mi capita. Avevo ascoltato abbastanza bene il precedente “The Mountain” e mi aveva rotto i coglioni e anche un pò infastidito. Basta con sti cazzo di anni 70 del prog.
    Oggi riscopro un disco dove a mio avviso succede un qualcosa di semplice e miracoloso: questi qua smettono di fare due cose stupide. Sforzarsi di emulare e al contempo stare attenti a negare le influenze. La prima attitudine aveva prodotto il mattone di cui sopra, la seconda, ancor peggio, rovina tante band che dicono: ah, guarda, quando compongo smetto di ascoltare tutto sennò mi lascio influenzare…Certo, bella cazzata, come se fossimo padroni di gestire la cosa premendo l’interruttore. Ma Freud continua a leggerlo qualcuno, perdio?
    Qua gli Haken si prendono la libertà di citare le loro influenze (multiple e spalmate in 3 decenni di rock e metal) amalgamandole a modo loro. È come quando cucini, gli ingredienti son sempre quelli, ma se scegli quelli di qualità e ci metti del tuo su accostamenti e tocco, allora magni bene.
    E su sto disco se magna proprio bene.

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