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Avere vent’anni: il disco che ho ascoltato di più in vita mia

30 gennaio 2016

burzum-noekkenQuesta potrebbe essere tipo la recensione che aspetti di fare da tutta una vita e che da sola può giustificare il fatto di continuare ad ascoltare nuova robaccia e scriverne ad uso e consumo dei nostri 24 lettori, come dice sempre Trainspotting. All’atto pratico non lo sarà. Non nel mio caso, almeno. Primo perché capire come impostarla è un affare di una difficoltà enorme. Poi non hai idea di come sarebbe più opportuno svilupparla. Dico sul serio, è un mese che provo a scriverla e fino ad ora ho cestinato almeno tre bozze, segno che evidentemente non ho ancora le idee chiare su Filosofem, su cosa sia e su cosa pretenda di essere. Questa è la quarta bozza che sovrascrivo e ancora non ho ben chiaro come finirà. Resta il fatto che Filosofem è il disco che ho ascoltato di più in vita mia ed è collegato ad una marea di situazioni, non ad una specifica, quindi sarebbe come dovervi parlare della mia vita. Posto che non frega a nessuno, per farlo non saprei proprio da dove cominciare.

Per sdrammatizzare avevo pure provato ad immaginare che qualcuno mi chiedesse di parlargli del mio libro preferito (perché è più o meno questo l’ordine di importanza che attribuisco a Filosofem in assoluto) che è, senza ombra di dubbio, Il Conte di Montecristo. Se dovessi far venire voglia a qualcuno di leggerlo di certo non partirei dallo spiegargli cosa è il feuilleton e cosa rappresentava per la gente comune nell’Ottocento; nemmeno dal periodo storico o la geografia dei luoghi che ne hanno determinato i natali. Forse dovrei partire dalla descrizione del personaggio Dumas, ma anche lì non saprei veramente da dove cominciare. Meglio il Dumas scrittore, il Dumas gourmet, il massone, lo sciupafemmine, l’astuto politico, l’avventuriero? O invece dovrei raccontare gli aneddoti e le leggende che girano intorno alla sua misteriosa figura? Per non parlare poi dei mille enigmi riguardanti i personaggi dei suoi libri… Probabilmente non finirei mai e rischierei di deviare troppo dal libro l’attenzione del mio povero e ormai stanco uditore. Ma questa non è una recensione su Dumas, anzi non è per niente una recensione.

filosofem2Avevo fatto anche tutto un discorso fastidioso sul personaggio Vikernes, su quelli che non riescono a distinguere la macchietta dall’artista, per provare ad immedesimarmi di più nel sentimento prevalente in Filosofem che, a mio parere, è il fastidio. Ma poi mi sono chiesto: se io, dopo vent’anni, non sono ancora in grado di parlare con serenità di questo disco come posso pretendere che qualcun altro riesca a distinguere i due piani con maggiore serenità rispetto a me? Però, tra le varie bozza che ho cestinato, forse avevo individuato la giusta chiave di lettura: raccontare la storia. Quando un libro è troppo grande, immenso, e non sei un critico letterario con alla base studi strutturati, non ti resta che, appunto, raccontare la storia e quella che ci narra Filosofem è una storia che ci rappresenta pienamente, che sotto sotto appartiene a quelli che la pensano come noi e pure a tutti quegli altri che non la pensano come noi: si tratta del volersi distinguere dalla massa. Filosofem, infatti, era nato nelle intenzioni di Vikernes, da come lui ci racconta, come un modo per distinguersi, criticare un certo modo di fare musica, di atteggiarsi, ed è un discorso ancora attualissimo e forse è lo stesso discorso che è alla base del nostro essere metallari. (Charles)

5 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    30 gennaio 2016 14:38

    L’idea della recensione del disco della vita (che per sua stessa natura è mutevole), o di quello ascoltato di più (che non è la stessa cosa), a rotazione magari della redazione, la trovo ottima. Sono curioso anche dei colleghi di sito.

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  2. 30 gennaio 2016 15:27

    Aderisco alla proposta di weareblind, e per incoraggiare gli autori aggiungo che, a mio avviso, raccontare della propria vita con riferimento a un’opera non è noioso o irrilevante (a certe condizioni, d’accordo), perché è la percezione dell’opera che dà senso all’opera stessa. E, alla fine, il senso – di qualcosa o, i più fragili/ingenui, di tutte le cose – è quello che ognuno di noi cerca. “Filosofem”, come vedete (io non l’ho neanche mai sentito, a onor del vero).

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    • weareblind permalink
      31 gennaio 2016 17:24

      Nemmeno io l’ho mai sentito, né mi interessa. Come tutto il black. Però l’idea di MS è ottima.

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