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Music to light your joints to #21

17 dicembre 2017

Cari amici del vero metal, bentornati alla rubrica che vi suggerisce cosa dire alla Municipale quando venite fermati alle tre di notte sulla tangenziale in sella al vostro fido drago viola.
Il 2017 sta confermando per l’ennesima volta come l’ambito stoner/doom/post-qualcosa sia tra le correnti più floride del genere musicale che tanto amiamo. Le uscite interessanti si moltiplicano come semi di canapa sativa nel giardino di Casa Cisneros e anche per noi di Metal Skunk, notoriamente sempre sul pezzo, risulta difficile star dietro a tutto quello che producono i discepoli di Tony Iommi sparsi per il mondo.
Natale però si avvicina a grandi falcate e con esso la necessità di trovare un’adeguata colonna sonora al processo digestivo che dal pomeriggio del 25 dicembre ci terrà universalmente occupati fino all’anno nuovo. Ecco quindi una breve rassegna di valide alternative a Michael Bublé da proporre ai vostri parenti, tra una discussione sui giovani che non sono più quelli di una volta e la classica, serratissima, sessione di tombola intergenerazionale.

AMENRA – Mass VI (Neurot Recordings)

Partiamo col botto, cioè con uno degli album che verosimilmente si contenderanno la palma di disco dell’anno nella playlist più attesa dalle casalinghe di Palm Desert. Confesso di non aver compreso appieno la grandezza degli Amenra finché non me li sono trovati davanti in tutta la loro imponenza al Roadburn del 2016, dove si esibirono sia in veste acustica e intima che, il giorno successivo, nella più ordinaria e devastante mise elettrica. Entrambe queste anime convivono all’interno del sesto capitolo della Messa, giunto a ben cinque anni di distanza dal precedente. Non è un caso se tutti gli album della band belga abbiano lo stesso titolo, come fossero movimenti di un’unica grande composizione. Gli elementi alla base del nuovo atto sono gli stessi che caratterizzavano i predecessori, ma si avverte una maturità compositiva e una grazia stilistica che finora, almeno in studio, erano rimaste un po’ soffocate da una certa magniloquente e talvolta ridondante prolissità. Mass VI appare un compendio equilibrato di ciò che Colin van Eeckhout e compagni hanno prodotto sino ad oggi: frammenti folk di rarefatta bellezza incastonati tra muraglie di sludge pesantissimo, atmosfere eteree dilaniate da esplosioni di violenza ancestrale. Una celebrazione al contempo sacra e profana, che trasuda vita e morte, sangue e lacrime, dolore e ascesi.

ELDER – Reflections Of A Floating World (Stickman Records)

Controllando le statistiche dei miei ascolti su Spotify, ho realizzato non senza una certa sorpresa che l’album che ho sentito di più quest’anno è stato il quarto lavoro in studio degli Elder. In realtà ci sarebbe poco da stupirsi, perché Reflections Of A Floating World scorre magnificamente per oltre un’ora e alla fine lascia una sensazione di acquolina in bocca abbastanza inusuale per un disco così complesso e articolato. E invece l’impressione è proprio quella di assaggiare una pietanza deliziosa che si ha voglia di riprovare al più presto. Appena due anni dopo l’acclamato Lore, gli Elder riescono incredibilmente ad alzare l’asticella, amalgamando in modo mirabile i Pink Floyd con gli Yob, i Rush con gli High on Fire, e tirando fuori dal cilindro un coniglio con le sembianze di un mammut strafatto lanciato a tutta velocità nel deserto. Non è solo questione di riff indovinati, che pure abbondano, o di ricercatezza formale, comunque difficilmente eguagliabile nell’attuale panorama heavy-psych. Il trio bostoniano (per l’occasione allargatosi a quintetto) costruisce su un’impalcatura sabbathiana classica un monumento sonoro che travalica i generi e si erge polveroso ma imponente, intimo e al contempo superbamente maestoso. Allacciate bene le cinture prima di pigiare il tasto “play”.

SASQUATCH – Maneuvers (Mad Oak Records)

Continuiamo a volare nel verde dipinto di verde con i Sasquatch, gruppo californiano in giro da inizio millennio e autore dell’album più squisitamente stoner del 2017. Se le nove tracce che lo compongono fossero belle la metà del suo artwork, sapremmo già quale disco piazzare in cima alla classifica di fine anno e non passeremmo le nottate a tormentarci. Purtroppo invece dovremo fare i conti con l’insonnia ancora per qualche giorno: Maneuvers infatti è esattamente quello che ci si aspetta da tre ragazzoni di Los Angeles cresciuti a pane e fuzz, né più né meno. Non che questo sia necessariamente un male, beninteso, ma gli elementi di novità sono frequenti come le apparizioni pubbliche di Matt Pike con una maglietta addosso. Rock‘n’roll desertico, tonnellate di riff grassi e un mood scapocciante che paga pegno ai mostri sacri del genere, Fu Manchu e Corrosion of Conformity in primis. Nonostante la prevedibilità della loro proposta, i Sasquatch dimostrano comunque di avere la cazzimma necessaria per apparire credibili, allontanando l’etichetta di ennesima cover band dei Kyuss. L’odore sincero della passione e il fumo degli amplificatori promanano da ogni nota, e questo basta e avanza per renderceli simpatici.

MONOLORD – Rust (RidingEasy Records)

Torniamo sulla terra (si fa per dire) con il terzo album dei Monolord, band svedese che da queste parti amiamo molto. I precedenti Empress Rising e Vænir si erano affacciati con una certa prepotenza nell’affollato cortile delle produzioni stoner/doom contemporanee, ma avevano secondo me il difetto di concentrare l’acme emotivo tutto all’interno di un unico mega-brano (coincidente in entrambi i dischi, non a caso, con la title track) annegando il resto dei brani dentro un pastone di pesantezza vibrante ma alla lunga un po’ stancante. Rust invece si presenta molto più vario, nonostante l’impatto generale sia sempre delicato come un elefante in un negozio di cristalli. Durante Wormland compaiono addirittura dei violini, mentre la coda della conclusiva At Niceae sfocia in un emozionante commiato acustico, segno di una svolta finalmente matura e personale. Il modo migliore per riconciliarsi con la Svezia dopo la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali.

ELECTRIC WIZARD – Wizard Bloody Wizard (Spinefarm Records)

Concludiamo la selezione di nefandezze prefestive con un disco che tutti gli amanti di questa musica aspettavano come un bambino attende Babbo Natale la notte del 24 dicembre. Io con gli Electric Wizard non riesco ad essere oggettivo, è più forte di me. Non ce la faccio proprio a dare pareri ragionati, analizzare i singoli brani, soppesarne le sfumature e, alla fine, emettere un verdetto motivato. Il mio approccio nei loro confronti è una faccenda di pura pancia, una questione – oserei dire – epidermica. Se durante l’ascolto sento la terra aprirsi sotto i miei piedi e le dita pelose di un demone con la testa caprina afferrarmi la caviglia, vuol dire che l’album è riuscito. Se invece rimango tranquillo e l’ascolto scorre senza manifestazioni ultraterrene, allora significa che l’album non è riuscito. Tutto qui. Solo un altro gruppo mi provoca questo tipo di reazioni, seppur toccando tasti diversi del mio subconscio, e sono gli Slayer. Repentless non è un disco brutto perché mancano i pezzi, non fa schifo perché i suoni puzzano lontano un miglio di plastica bruciata. O meglio, non solo per questi motivi. Ma il vero problema di Repentless è che non fa paura. Ascoltandolo non hai la sensazione di pericolo imminente, non vedi l’abisso spalancarsi davanti a te, e un disco degli Slayer che non ti obbliga a guardarti le spalle è un disco innocuo, quindi inutile, quindi brutto. Lo stesso discorso vale per gli Electric Wizard. È la sospensione dell’incredulità a fare la differenza.
Wizard Bloody Wizard suona sorprendentemente pulito, meno caciarone e debordante di quanto la strada intrapresa con Time to Die e le ultime, confuse, prestazioni live lasciassero presagire. Viaggia in territori morbosi e soffusi per gran parte della sua durata, mettendo in disparte le divagazioni simil-drone dell’ultimo periodo in favore di un blues ritmato e circolare, che cresce nota dopo nota, brano dopo brano, fino all’esplosione finale di Mourning of the Magicians, una sorta di Return Trip degli anni ’10, grandiosa, imponente, talmente monumentale da far apparire la mezzora precedente poco più che un’intro preparatoria. Come together / And feel it now / Goodbye, farewell / I’ll see you in hell, declama Jus Osborn dall’oltretomba. Le porte degli inferi si spalancano, la puzza di zolfo invade la stanza, Lucifero tende la mano. L’incantesimo è riuscito ancora una volta. Lunga vita allo Stregone Elettrico.


Bene, cari amici, anche questa puntata della rubrica più sobria del web è giunta al termine. Metal Skunk vi augura una serena digestione e vi ricorda che la droga fa male, ma gli Avenged Sevenfold di più. Tony Iommi sia con voi.

11 commenti leave one →
  1. Crisuommolo permalink
    17 dicembre 2017 10:37

    In estate ho visto i Sasquatch dal vivo. Hanno partecipato a un festival Stoner in uno sperduto paese delle colline sannite e vi assicuro che sono devastanti.

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    • Enrico permalink
      18 dicembre 2017 11:04

      Io li ho visti l’anno scorso a Roma e hanno spaccato talmente tanto che a un certo punto è saltato l’impianto di amplificazione del locale.

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  2. weareblind permalink
    17 dicembre 2017 10:59

    Oh, io pretendo la classifica di fine anno, eh.

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  3. Lorenzo (l'altro) permalink
    17 dicembre 2017 17:10

    sottoscrivo, Wizard Bloody Wizard è una figata immonda, ora non è che se non fai una mattonata drone e ti rimetti a scrivere canzoni sei diventato banale e senza idee. macché, era il disco che speravo facessero dopo Black Masses. non che avessi da lamentarmi con time to die, però…

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  4. Fanta permalink
    17 dicembre 2017 18:34

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    • vito lomonaco permalink
      18 dicembre 2017 09:26

      scusa la domanda che non c’ entra un cazzo ma tecnicamente come si fa a postare un video sul forum?

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      • Fanta permalink
        18 dicembre 2017 12:10

        Ciao Vito, ho solo linkato direttamente da YouTube, me lo ha dato in automatico il formato video.

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  5. Fanta permalink
    17 dicembre 2017 19:13

    P.S. Gli Elder non li avevo ancora mai sentiti. Disco immenso.

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  6. Zac permalink
    22 dicembre 2017 14:19

    Elder visti al keep it low festival [che potrebbe essere ribattezzato anche il Music to light your joints to Festival].. mi avevano colpito anche se li avevo trovati all’epoca un po’ sbrodoloni.. con questo album hanno fatto un bel salto!

    RnR

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