Avere vent’anni: novembre 2002

AMON AMARTH  – Versus The World

Michele Romani: Gli Amon Amarth di vent’anni fa erano ancora lontani da quel suono plasticoso da supermercato che li ha purtroppo caratterizzati da Surtur Rising in poi. È singolare come il livello sempre più basso dei loro lavori abbia coinciso con la crescita inarrestabile delle vendite e degli incassi ai botteghini dei concerti che li ha fatti diventare, almeno all’interno della scena metal, un gruppo mainstream a tutti gli effetti. Ho sempre considerato questo Versus the World un gran bel disco, inferiore solo all’esordio Once Sent from the Golden Hall ma di gran lunga meglio dei non troppo entusiasmanti Avenger e The Crusher. Parliamo di un lavoro per certi versi anomalo all’interno della nutrita discografia della band di Stoccolma, in cui al classico viking/melodic death metal d’assalto viene preferito un suono assai più cadenzato e incentrato sulla melodia, molto meno strutturato e più semplificato rispetto ai dischi precedenti. In tal senso l’iniziale Death in Fire è piuttosto canonica, ma basta lasciar scorrere il disco per imbattersi in brani notevolissimi e di un certo sapore nostalgico, come Where Silent God Stand Guard o la spettacolare doppietta Across the Rainbow Bridge/Through Years of Oppression. Peccato che, come dicevo, gli Amon Amarth non si sarebbero mai più ripetuti su questi livelli.

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GOSPEL OF THE HORNS – A Call to Arms

Griffar: Cult band australiana nata a metà anni ’90 come side project dei più celebri Destroyer 666 e successivamente distaccatasi dal gruppo genitore, i Gospel of the Horns, prima di debuttare con questo A Call to Arms, avevano pubblicato un paio di demo e due EP poi ristampati in vari formati. Proprio come i Destroyer 666, i Gospel of the Horns propongono un black metal fortemente influenzato dal thrash, con riff lineari, affilati e trascinanti che, se vi piace lo stile, vi faranno scapocciare di brutto. Il disco è piuttosto breve – sette pezzi per meno di 33 minuti – l’accoppiata iniziale Chaos Bringer/Absolute Power è una bella mazzata e fa presagire mirabilie, poi la struttura ripetitiva dei brani (due-tre riff al massimo intervallati da brevi assoli di impronta slayeriana) sposta un po’ il giudizio sul “carino, sì, bello energico ma alla lunga un po’ monotono”. È quindi un bene che il disco sia corto, diretto e conciso. Tecnica nella media, produzione e registrazione più che accettabili, screaming convinto senza eccessi sgolanti, A Call to Arms soddisferà chi tra voi apprezza band tipo Desaster, Urgehal, Bestial Mockery, gran parte del black metal sudamericano o certe produzioni Hell’s Headbangers o Iron Bonehead. I Gospel of the Horns incisero poi un secondo disco (Realm of the Damned, 2007) e un altro Ep (Ceremonial Conjuration, 2012) prima di sparire, ricapitolare tutta la loro musica con compilation e boxed set e sciogliersi definitivamente nel 2018. A Call to Arms uscì per la Invictus productions in CD e LP, quest’ultimo ristampato dalla label stessa nel 2020, pertanto si trova a prezzi più che abbordabili.

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THE DUSKFALL – Frailty

Barg: Vent’anni fa era scoppiata la moda del death/thrash svedese e noi assistevamo impotenti all’esondazione di gruppi, gruppetti e gruppettini che si lanciavano nel calderone. Spesso avevano il pedigree svedese, ma in realtà arrivavano da tutte le parti. Come questi The Duskfall, finlandesi, nati probabilmente come progetto ad hoc che coinvolgeva nomi più o meno noti: il chitarrista Mikael Sandorf, già nei Gates of Ishtar, peraltro unico rimasto attualmente della formazione originale; il cantante Kai Jaakkola, che poi sarebbe finito in Deathbound e Deathchain; e il batterista Oskar Karlsson, membro di Defleshed, Helltrain, Sarcasm, Scheitan e Gates of Ishtar. Frailty è il debutto dei The Duskfall e, come la maggior parte degli album di questo genere, è grossomodo definibile come carino e scorrevole; certo, ora si può guardare con più lucidità alla questione, ma vent’anni fa ne uscivano talmente tanti di ‘sti dischi che penso che neanche Griffar fosse troppo entusiasta di mettersi ad ascoltarne un altro. La sensazione generale era di fastidio, del tipo oddio che palle, un altro disco death/thrash; la qual cosa a un certo punto era talmente degenerata che la gente iniziava addirittura a prendersela con Slaughter of the Soul per aver dato l’ispirazione a tutta questa miriade di stronzi. In effetti Frailty non ha nulla di particolarmente originale da poter essere distinto dal mare magnum di dischi analoghi, ma non era un brutto disco. E, riprendendo il discorso sulle cose che possono sempre andare peggio, dopo pochi anni ci avrebbe pensato la moda del metalcore a farci rimpiangere i millemila dischi-clone degli At the Gates.

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BLOODBATH – Resurrection through Carnage

Ciccio Russo: La proliferazione incontrollata di cloni degli At The Gates di cui parlava il Barg poc’anzi fu forse responsabile, almeno in parte, dell’inesplicabile botto dei Bloodbath. Già autore di un Ep un paio d’anni prima, il quartetto era stato messo su per cazzeggio da Nystrom e Renkse dei Katatonia, Akerfeldt degli Opeth e Sua Maestà Dan Swano allo scopo di sfogare la propria passione per il death d’antan. Proposito nobilissimo. Il problema è che questo Resurrection through Carnage è davvero un dischetto senza infamia e senza lode e davvero non mi capacito come all’epoca fosse piaciuto a così tanta gente. Mi fa male non parlare bene di qualsiasi cosa nella quale sia coinvolto Dan Swano ma non c’è davvero nulla che distingua questi dieci brani da un album sfigato dei Centinex a caso o da uno qualsiasi dei cloni dei primi Entombed che avevano ripreso a furoreggiare alcuni anni fa. Qualche pezzo carino c’è pure, soprattutto quando viene proposta qualche variazione sul tema in linea con il retroterra dei musicisti coinvolti, ma a leggere certe recensioni dell’epoca pareva quasi fosse uscito il nuovo Clandestine. La mia teoria è che Resurrection Through Carnage fosse stato acquistato in massa da legioni di fan di Opeth e Katatonia a digiuno di death metal che erano rimasti entusiasti in quanto non avevano mai sentito nulla del genere prima. Sennò non si spiega.

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TOTENBURG – Winterschlacht

Griffar: Nel 2002 vide la luce anche il secondo album dei Totenburg, band tuttora attiva e discretamente prolifica che si autodefinisce Thuringian Aryan Black Metal, quindi immagino avrete già capito dove vanno a parare nei testi. Winterschlacht segue di tre anni il brutale esordio Weltmacht oder Niedergang, un coacervo di canzoni suonate con pura rabbia, puro odio e totale disprezzo per qualsiasi forma di vita. Rispetto al precedente, è registrato molto più a cazzo di cane, intro e outro wagneriana a parte: la batteria sembra suonata da un tredicenne che si cimenta per la prima volta sullo strumento dopo aver fatto pratica su fustini del detersivo e dischi di lamiera trovati in garage dal nonno assieme a qualche cimelio della seconda guerra mondiale; le chitarre hanno una distorsione strana che un po’ ricorda il primo disco dei Nastrond e sono comunque penalizzate dal mastering; almeno il basso distorto aggiunge un po’ di grezzume a queste musichette. Alla intro segue un’altra intro (cani che latrano e altro, roba da dilettanti) fino a quando non irrompe la parte effettivamente suonata di Totenburg II, che ti porta a chiedere ad alta voce: “Ma che cazzo è ‘sta roba?”. Tra l’altro praticamente ogni canzone ha un’intro. Black metal dilettantesco, roba da gruppino di ragazzini alla prima demo che hanno iniziato a suonare da tre settimane, riff semplici e semplicistici, scontati, banali, ripetitivi e suonati senza un briciolo della furia che aveva caratterizzato il primo disco. Anzi, sembra quasi un’altra band. I titoli sono del tenore di Black Metal Rules, Fire and Steel, Walhall e, soprattutto, Free Grishnackh. Tra Ep, split ed altri tre full, i Totenburg esistono ancora oggi e sono ovviamente venerati nella scena NS, essendo tra i più longevi al suo interno, ma quando l’unica cosa che hai da offrire è la tua visione politica senza alcun supporto musicale di qualità cosa ottieni? Non sembrano cattivi, sembrano solo ridicoli e non è nemmeno vero che il loro è black metal incrociato con il RAC, pure quello è un’altra cosa. Vi lascio il link di Free Grishnack, ascoltatevi che perla… Ma per piacere!

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NOVEMBRE – Dreams d’Azur

Michele Romani: A circa un anno di distanza dal successo di Novembrine Waltz i Novembre si dedicarono pienamente a un progetto di cui si parlava da parecchio tempo, ossia la riregistrazione del loro disco di debutto Wish I Could Dream it Again del lontano 1994. Le ragioni di questa mossa furono sostanzialmente due: rendere finalmente disponibile un disco oramai introvabile e dare nuova vita a un lavoro la cui qualità di registrazione era molto carente. I tempi, si sa, erano quelli che erano, figuriamoci per una sconosciuta band di Catania all’esordio assoluto. I fratelli Orlando non vollero lasciare nulla al caso, richiamando addirittura il tastierista e chitarrista originario, coadiuvato alla seconda chitarra dal sempre fedele Massimiliano Pagliuso, e il risultato finale rende pienamente giustizia a un lavoro ai tempi passato forse troppo inosservato, anche se la magia del suono originario dato da Dan Swano ai suoi Unisound Studios è andata inevitabilmente un po’ persa. Per il resto i pezzi presenti (se si esclude l’ultima Crystal) rimangono sostanzialmente invariati, anche se nell’esecuzione si sentono parecchio le influenze di lavori come Classica o il già citato Novembrine Waltz. Per i fan dei Novembre che non sono mai riusciti a mettere le mani sulla prima stampa, Dreams d’Azur è un acquisto a dir poco obbligatorio.

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RUNNING WILD – Live

Barg: I Running Wild (anzi, RUNNING WILD!) sono uno dei gruppi migliori della storia dell’umanità, e questo in esame è un doppio disco dal vivo uscito più o meno quando ancora lo smalto non si era troppo consunto. Sarà sicuramente un capolavoro, no? Sì e no, amici. Perché Live ha un grosso, evidente, marchiano difetto: la scaletta. Basta guardarla mezza volta per capire. Una dozzina di dischi alle spalle, gran parte dei quali capolavori assoluti, e non si riesce a scegliere i pezzi giusti per un live riepilogativo di oltre un’ora e mezza? È abbastanza sconfortante che ci sia così poco da Black Hand Inn, per dire. Ma anche che non ci siano The Rivalry o Ballad of William Kidd, che erano pezzi più recenti e che avrebbero potuto entrare nel discorso promozionale. Detto questo, intendiamoci: i pezzi minori o peggiori che i Running Wild potevano proporre nel 2002 sono comunque quasi tutti spettacolari, e in più loro sfornano una prestazione splendida. Il giudizio è quindi positivo, ma rimane il rammarico per quello che poteva essere una splendida occasione per un greatest hits dal vivo.

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ABLAZE MY SORROW – Anger, Hate and Fury

Griffar: Come trasformare in canzonette il death metal svedese. Gli Ablaze My Sorrow suonano da dio e sanno anche come si scrive e si arrangia un brano, ma i loro primi due dischi erano un’altra cosa: queste sono canzoncine pop-death metal che funzionano perché fanno il verso a gente come In Flames o Soilwork o Gardenian ma, mannaggia la vacca Eva, If Emotions still Burn e The Plague erano tutta un’altra cosa. Questa è roba costruita a tavolino, ultramelodica e aggressiva quanto basta per non far addormentare l’ascoltatore, suonata con poca convinzione da gente che avrebbe potuto creare qualcosa di più spontaneo ma ha invece cercato di cavalcare l’onda sperando di fare qualche soldino in più. Where the Strong Live Forever e Heartless, voce a parte, avrebbero potuto stare in rotazione su Virgin Radio a fianco di Nickelback, Muse o Smoke on the Water. Altro che melodeath, questo è mieledeath, roba da coma diabetico al terzo (ed ultimo) ascolto. Sputtanamento e rincoglionimento assoluti, alla stregua di Cold Lake dei Celtic Frost. Rabbia, odio e furia: ma dove cazzo sono mai? Ci sarebbe mancata solo una cover de Il Pulcino Pio, poi saremmo stati a posto.

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REVEREND BIZARRE – In the Rectory of the Bizarre Reverend

Lorenzo Centini: Venti anni ma potrebbero essere quaranta. O venti giorni. In The Rectory Of the Bizarre Reverend  se ne frega del tempo, lo manipola. Lo congela. Sei brani per settantaquattro minuti. Tempi lentissimi, progressioni millimetriche. Un’aria sospesa, opprimente, pesante. Ma, occhio, composizione spaventosamente avvincente, visti i ritmi e visto il fatto che si tratta dell’esordio di tre ragazzetti finlandesi al ritorno dal servizio militare. Pochissimi elementi, solo tre strumenti, quelli essenziali. Produzione scarna e perfetta, senza tempo pure quella. Ed il lamento, lo sconforto teatrale di Albert Witchfinder. Le canzoni però sono canzoni. Bellissime, estenuanti. I capisaldi classici del doom e del metallo epico riveriti, omaggiati e persino in alcuni casi eguagliati. E i Reverend Bizarre sono classici. Già all’esordio. Che penso potreste pure ascoltarvi a velocità x1.5 e potrebbe funzionare uguale. Ma meglio così, che interrompere il tempo frenetico per ritrovarsi in un incubo gotico di buio e polvere è sempre più necessario, al giorno d’oggi.

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THE CHASM – Conjuration of the Spectral Empire

Ciccio Russo: Quinto album di questa straordinaria, misconosciuta band messicana, che da trent’anni porta avanti un discorso personalissimo e senza compromessi con l’orgoglio underground di chi tiene solo a quella sparuta ma fedele torma di adepti che non ha mai smesso di seguirli. Forse un po’ meno centrato del precedente Procession to the Infraworld, Conjuration of the Spectral Empire ne prosegue la ricerca sonora, orientata a un death metal dalla scrittura originale e complessa e dalle atmosfere epiche e avvincenti, sorretto da una peculiare vena melodica che non guarda alla scena svedese (salvo certi suoi esponenti più marginali e irregolari) bensì alla tradizione nordamericana degli anni ’80 e al progressive di ispirazione fantascientifica. I The Chasm hanno pubblicato un nuovo Lp, il nono, qualche mese fa e mi riprometto – ma non prometto – di approfondire il discorso.

DIONYSUS – Sign of Truth

Barg: Il debutto dei Dionysus ebbe qualche risalto perché si trattava del gruppo di Olaf Hayer, già al microfono nei due dischi solisti di Luca Turilli, King of the Nordic Twilight e Prophet of the Last Eclipse. Quest’ultimo, peraltro, era uscito contemporaneamente a questo Sign of Truth, e sulla prestazione di Hayer mi devo ripetere: tanto mi appariva anonimo con Turilli tanto è suo agio con questi Dionysus, che non avranno cambiato le sorti dell’heavy metal ma che comunque avrebbero meritato molta più considerazione. Sono esistiti per sei anni e hanno fatto uscire tre dischi, di cui l’ultimo Anima Mundi è il migliore, e il loro stile era una specie di reinterpretazione svedese dei primissimi Gamma Ray, quelli di Ralf Scheepers, a cui Hayer sembra ispirarsi in parecchi momenti. Niente di trascendentale, ma si lascia sentire con piacere.

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OBSCURANT – Lifeform: Dead

Griffar: Primo dei due album pubblicati dai finlandesi Obscurant, Lifeform: Dead, uscito per Woodcut records (a cui dobbiamo eterna riconoscenza per aver prodotto gran parte dei gruppi black finnici a partire dagli Horna), è un disco di death metal goticheggiante, melodico fino alla sdolcinatezza, coi classici chitarroni, i tastieroni di sottofondo, le voci pulite epiche e vichinghe alternate al classico growl/scream, i tempi cadenzati inframmezzati da qualche rara parte più spinta, pezzi molto simili e tutti potenziali hit nelle radio metal da classifica e poco altro. Un disco piacione che puntava al successo commerciale in modo smaccato e per questo fu criticato con ferocia e spesso stroncato senza pietà, anche per via di chi ci suonava: Lukkainen di Horna e Behexen alla voce e chitarra, il tastierista Simonen degli Alghazanth (da un po’ di tempo anche negli …and Oceans), alla seconda chitarra Honkonen di Funeris Nocturnum e Swallow the Sun, e infine batterista e bassista sempre di Alghazanth. Gente con curriculum senza macchia, autori di una sfilza di dischi della madonna da perderci il conto e la testa, messa insieme a suonare pezzi melliflui manco fossero i Take That del gothic death nordico. Questo ammasso di merda lo stroncai anch’io, in modo brutale e virulento; chiesi pubblicamente ai membri del gruppo di abiurare e disconoscere la loro partecipazione a questa latrina di Cd con una dichiarazione ufficiale tipo, che so, che nei contratti delle loro altre band c’era una clausola capestro che gli imponeva di prendere parte a questo schifo a meno di grosse pene pecuniarie. Ci andai giù talmente duro che la webzine non pubblicò il pezzo e venni bonariamente redarguito perché di solito recensioni negative non se ne scrivevano per non irritare le etichette, sennò si veniva tagliati fuori dai canali promozionali. Piuttosto meglio evitare di parlarne e basta, una dimenticanza non pregiudica l’obiettivo finale (vendere quanti più dischi possibile, se il prodotto fa schifo chissene), non fa danni ed è facilmente giustificabile (“Sapete, escono tanti di quei dischi…”, discorso valido ancora oggi su molte testate ma, siatene certi, non qui su Metal Skunk). Io, che mi pregio di dire e scrivere sempre e solo quello che penso IO di un disco, non la presi benissimo, e difatti la mia collaborazione con questi tizi durò ancora poco tempo. Questo è l’unico motivo per il quale parlo di questo album, altrimenti avrei lasciato perdere. L’unica cosa che merita è l’oblio.

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WOODS OF YPRES – Against the Seasons

Barg: Questo è l’Ep di debutto del meraviglioso progetto del mai troppo compianto David Gold, che peraltro qui ancora non cantava, limitandosi a suonare la batteria e a essere il compositore unico. Ci sarebbe da fare il solito discorso se definire o meno Ep un album che dura più di Reign in Blood, ma sopravvoliamo. Against the Seasons – Cold Winter Songs from the Dead Summer Heat (questo il titolo completo) è a tutti gli effetti un disco black metal da considerarsi doppiamente anticipatore: per certi versi anticipa l’ancora a venire ondata di black metal cascadico (che poi sarebbe meglio definire nordamericano, visto che molti di quei gruppi non venivano dalla Cascadia, compresi i Woods of Ypres che erano canadesi) e d’altro canto rappresenta quel famoso retroterra black che viene sempre tenuto in considerazione rispetto ai dischi successivi del gruppo, che col tempo cambierà radicalmente genere senza però mai dimenticarsi delle proprie origini. E che dire, signori. Io scoprii i Woods of Ypres all’uscita del canto del cigno Grey Skies and Electric Lights e me ne innamorai perdutamente, ma se nel 2002 avessi ascoltato Against the Seasons sarei impazzito più o meno allo stesso modo. Tutte le caratteristiche del black atmosferico, autunnale e boschivo che tuttora viene fuori da quelle coordinate spaziali sono già contenute qui; non so se il sommo Griffar potrebbe concordare con questa mia affermazione, ma credo che all’epoca non ci fossero neanche troppi punti di riferimento per descrivere un disco simile, a meno che non si vada a pescare altrove nel tempo e nello spazio fino a Bergtatt degli Ulver o cose del genere. Se vi piace il black atmosferico da ascoltare nelle fredde giornate invernali mentre fuori piove e la gente finge di essere felice mentre in realtà sta morendo dentro, Against the Seasons potrebbe essere la riscoperta dell’anno. In ogni caso il consiglio è uno solo: ascoltate i Woods of Ypres, uno dei gruppi più sottovalutati e incompresi degli ultimi vent’anni.

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MALEVOLENT CREATION – The Will to Kill

Ciccio Russo: Il botto dei Nile, la crisi del black metal e l’imporsi del brutal trucido alla Devourment avevano dato nuova linfa alla scena death americana, che fino a un paio d’anni prima – a parte i soliti Immolation – era sembrata in coma irreversibile. Fu in questo contesto che i Malevolent Creation strapparono un contratto alla Nuclear Blast e pubblicarono uno degli episodi migliori della parte mediana della loro discografia. The Will to Kill è l’album più riuscito dei veterani statunitensi quantomeno da In Cold Blood. L’ingresso di due giovani nuovi elementi – Justin DiPinto alla batteria e Kyle Symons, già con Fasciana e Barrett negli HatePlow, alla voce – aveva riportato idee e cazzimma in una band che aveva iniziato ad adagiarsi e qua ritrova una scrittura più varia, sia pur nei limiti del suo inconfondibile “death slayeriano”. Le prime quattro tracce devastano tutto nel raggio di un chilometro oggi come vent’anni fa ma un brano davvero debole non c’è e questo è forse l’ultimo Lp dei Malevolent Creation di cui lo si possa dire.

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MYSTIC FOREST – Waltz in the Midst of Trees

Griffar: Terzo di cinque album totali, Waltz in the Midst of Trees vent’anni fa dimostrò una volta di più quanto Stefan Kozak fosse un genio musicale, appassionato di metal estremo e di musica classica al punto da fonderle assieme in un’unica entità credibile e non pacchiana, anzi: ammaliante, fascinosa, indescrivibilmente romantica e spesso struggente. Avendo già parlato dei Mystic Forest a proposito di Welcome Back in the Forest, sarò breve: il genere musica proposto da Kozak (e solo da lui) è un misto di black metal furente associato a melodie di pianoforte che sovente attingono a brani famosi di musica classica riarrangiati e riadattati allo scopo. La voce femminile che contrasta lo screaming di Stefan un po’ alleggerisce l’atmosfera ma quello che predomina in questi dieci brani, sempre cupi e malinconici, è il buio, l’oscurità più spessa, le tenebre più nere che avvelenano l’esistenza. Se vi sono piaciuti i due album precedenti qui andrete sul sicuro, se vi piace la musica tormentata e non avete mai ascoltato nulla dei Mystic Forest, dovreste conceder loro una chance. In memoria di Stefan Kozak, morto suicida gettandosi sotto un treno in corsa nel sempre più remoto 2015.

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PEARL JAM – Riot Act

L’Azzeccagarbugli: Quella di Riot Act è stata la prima recensione che ho pubblicato in vita mia, su un giornale di scienze politiche de La Sapienza, quando non avevo ancora compiuto 18 anni. A distanza di vent’anni non ricordo di preciso come capitò questa cosa, visto che non ero iscritto né a quella facoltà né a quell’ateneo, ma ricordo che gli affibbiai un “7” poco convinto, avendo già intravisto l’inizio di una china discendente. Oggi confermo più o meno il giudizio, anche se alcuni brani mi sono cresciuti con il tempo. Per chi scrive, il periodo d’oro dei Pearl Jam termina con Yield, un disco tanto sottovalutato quanto ispirato; subito dopo troviamo Binaural, ancora ampiamente convincente, e poi iniziano gli ultimi, abbastanza deludenti, vent’anni in cui gli unici acuti sono alcune cose del buon Gigaton e il davvero riuscito Backspacer. Riot Act, che inaugura questa fase, è comunque un lavoro discreto, ma è la quintessenza del concetto di “album altalenante”. La tripletta iniziale è tre le migliori cose pubblicate dai Pearl Jam nell’ultimo ventennio, un concentrato delle loro sonorità da No Code in poi, che culminano nella toccante Love Boat Captain dedicata ai morti di Roskilde. Poi troviamo un paio di brani anonimi che fortunatamente lasciano spazio al bellissimo singolo I Am Mine e alla placida Thumbling My Way. Essendo però il leitmotiv del disco la sua incostanza, subito dopo ci tocca una parte centrale del tutto inconsistente, spazzata via dalla buona Help Help, classica canzone storta à la No Code che porta il disco alla sua fase conclusiva: tra un’ormai iconica Bu$hleaguer – la più carina – e la riuscita All or None. Un album assolutamente piacevole, con alcuni pezzi davvero ottimi e alcune idee melodiche come sempre convincenti, ma che non è neanche lontanamente all’altezza del passato dei Pearl Jam.

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ASTROFAES – Ancestors’ Shadows

Griffar: Gli Astrofaes erano un side project dei Drudkh al quale di volta in volta partecipavano svariati elementi della scena black ucraina, specie quella politicamente più tendente all’estrema destra. Non è un caso che il gruppo, ora che non esiste più, venga celebrato da blackster neonazisti che, quando Ancestors’ Shadows uscì, stavano ancora ciucciando il latte dai biberon. Per via di questa venerazione postuma, le versioni originali dei dischi sono diventate in breve tempo oggetto di speculazione, al punto che, per mettere fine a questo mercimonio da bordello di bassa lega, la Drakkar records ne comprò i diritti e ne ristampò la maggior parte. Così adesso li si trova tranquillamente e tanti saluti ai flipper del cazzo. Come tutti i dischi frutto di progetti paralleli, anche Ancestors’ Shadows risente molto dell’influenza della band principale. C’è un po’ più di folk slavo nelle partiture ma i suoni e le composizioni si rifanno chiaramente ai Drudkh e non credo potrebbe essere altrimenti. Quindi, se amate i dischi di Roman Saenko e compagni, assieme a quelli di Hate Forest, Blood of Kingu, Khors e Nokturnal Mortum del primo periodo, non potrete non amare anche gli Astrofaes, perché sono del tutto identici. Black metal di maniera, atmosferico, melodico, tardoautunnale nelle atmosfere, solo raramente tirato a velocità sostenute per meglio far risaltare l’aspetto più romantico delle composizioni. Il disco è molto bello e vale la pena riscoprirlo, come tutti i lavori degli Astrofaes (8 full e un 7”, tutti nel periodo 1998-2008). Ha tuttavia senso chiedersi a cosa serva pubblicare con due diversi moniker album stilisticamente così simili. Forse si preferiva non alluvionare il mercato con troppi dischi dello stesso progetto – laddove oggi è del tutto normale che un gruppo faccia uscire un disco ogni due mesi – ma la mia è solo un’ipotesi.

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SONATA ARCTICA – Songs of Silence (live in Tokyo)

Barg: Songs of Silence fa parte di quella schiera di dischi dal vivo registrati esattamente quando dovevano essere registrati. Fotografa i Sonata Arctica al loro picco, quando ancora erano un meraviglioso oggetto misterioso uscito fuori dalla Finlandia la cui capacità di scrivere melodie semplicissime eppure commoventemente splendide era l’argomento preferito degli ascoltatori di power metal. Songs of Silence esce dopo il secondo album Silence, qui riproposto quasi per intero insieme ad alcuni pezzi dal debutto Ecliptica: e in quel momento storico i Sonata Arctica avevano ancora l’entusiasmo dei debuttanti, del gruppettino improbabile con uno stile musicale fuori tempo massimo che però riesce a emergere grazie alla sola incredibile forza delle proprie melodie. Sarà anche per questo che Songs of Silence non è su Spotify, a differenza dei più professionali – e più freddi – dischi dal vivo successivi: molti musicisti maturi guardano con diffidenza ai propri inizi, incapaci di vedere ciò che invece gli ascoltatori vedono benissimo, e cioè la passione strabordante che mette in secondo piano la professionalità, la tecnica scarsa, eccetera. Chi se ne frega della professionalità, amici. Immagino che Tony Kakko non riascolti con simpatia il riff di Speed of Light degli Stratovarius suonato in chiusura di False News Travel Fast all’epoca in cui i detrattori li dipingevano come semplice clone del gruppo di Timo Tolkki, ma per noi la cosa è molto divertente. E credo che Tony Kakko pensi che i suoi dischi successivi siano migliori perché meglio suonati, meglio prodotti, meglio arrangiati etc, ma a noi piacciono Ecliptica e Silence a tal punto che preferiamo sentirli dal vivo per intero piuttosto che ascoltare cinque secondi dei terrificanti dischi recenti dei Sonata Arctica. Perché amici, qua dentro ci sono dodici pezzi (quindici nell’edizione giapponese) che sono tutti capolavori, di quelli che quando li ascolti non riesci a non pensare alla solita domanda: “Ma questi come hanno fatto a scrivere una roba del genere?”. Io adoro Winterheart’s Guild, ma all’epoca di Songs of Silence i Sonata Arctica erano veramente un fenomeno paranormale inspiegabile. Poi sono vissuti abbastanza a lungo da diventare i cattivi, ma saremo loro sempre estremamente grati per ciò che ci hanno lasciato.

NAZGUL - De Expugnatione Elfmuth

NAZGÛL – De Expugnatione Elfmuth

Griffar: Risultano ancora attivi – anche se non pubblicano nulla da vent’anni – i siciliani Nazgûl, che esordirono per la minuscola etichetta catanese Elegy productions con questo full preceduto solo da una demo (Omne Est Paratum) assai poco considerata prima della ristampa in Cd dell’anno scorso. All’epoca dell’uscita, l’album fu criticato anche pesantemente per via delle voci spesso disarmoniche, dello screaming simile allo stridìo di una poiana accompagnato da divagazioni quasi operistiche, dei testi in latino e pure dell’eccessiva melodia presente nelle composizioni. A leggere un po’ di opinioni in giro, De Expugnatione Elfmuth viene apprezzato oggi proprio per il suo essere melodico dal primo all’ultimo secondo e, nel tempo, è diventato uno dei Cd più ricercati dai collezionisti, tanto che per la prima stampa originale si pagano già prezzi a tre cifre. Strana, la vita, eh? I Nazgûl suonano una musica singolare, in parte riconducibile al black metal dei Summoning dei primi tre dischi (Lugburz compreso, quindi) mischiato a una marea di altre cose, dal gothic al power metal fino alla musica classica barocca, al folk medioevale e chi più ne ha più ne metta. Quarantacinque minuti che volano via e sembrano quasi un brano unico, la colonna sonora di un gioco per computer d’ispirazione fantasy o di qualche telefilm imparentato col Signore degli Anelli. Pare quasi che i due ragazzi siciliani avessero composto il disco per caso – dato che da allora non hanno prodotto più nulla – ma a volte dal caso sortiscono cose ben fatte. Un ascolto lo merita ma cento e più euro per acquistare il Cd non li spenderei neanche se avessi vinto al Superenalotto.

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LACRIMAS PROFUNDERE – Fall, I Will Follow

Michele Romani: Fall, I Will Follow è da considerare un di disco di passaggio nella carriera dei Lacrimas Profundere, una sorta di ponte tra gli esordi pesantemente influenzati dal gothic doom dei primi Anathema e il gotico pipparolo easy listening che ha caratterizzato le ultime produzioni, anche se in tal senso l’ultimo disco ha segnato un parziale ritorno a sonorità più primordiali. Via quindi tematiche lugubri, atmosfere doomeggianti e voce in growl (presente solo in Sear Me Pale Sun), in favore di un suono nettamente più rock e diretto, un po’ sulla scia di quanto avevano fatto i Paradise Lost nei primi anni 2000, con tanto di divagazioni elettroniche e voci effettate che fanno capolino qua e là. Il livello delle composizioni si mantiene quasi sempre ottimo, ulteriore conferma della capacità del chitarrista e leader Cristopher Schmidt di scrivere sempre ottima musica, con l’unica pecca del parziale rifacimento di Adorer And Somebody, il pezzo più bello del precedente disco che in questa versione lascia a dir poco perplessi. Per il resto Fall I Will Follow resta comunque un tassello fondamentale per comprendere l’evoluzione sonora della band bavarese.

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TAETRE – Divine Misanthropic Madness

Griffar: Terzo e ultimo Lp della ciurma svedese Taetre, mai uscita dall’underground più nascosto, prima band di uno dei tizi che adesso tengono in piedi la baracca Puteraeon, Divine Misanthropic Madness è un dischetto onesto, ben suonato e con riff apprezzabili, ma troppo omogeneo e financo un po’ monotono. Titolo alla Dimmu Borgir a parte, l’album ricorda gli Swordmaster con un po’ di furia incontrollata black metal in meno, ha qualche influenza death svedese e un certo sentore degli At the Gates di With Fear I Kiss the Burning Darkness, paragone ovviamente impietoso dato che a quelle composizioni i Taetre non si avvicinano neanche alla lontana. La brevità dei brani è il pregio migliore: dodici in tutto, per lo più assestati sui due/tre minuti. I ragazzi ce la mettono tutta per comporre pezzi validi ed energici diversificando le partiture, introducendo stacchi acustici melodici o qualche vago synth, ma grossi picchi qualitativi non se ne trovano e giusto gli assoli risollevano parzialmente le sorti di un lavoro nella media, partorito da una band di terza fascia che, pur con tutto l’entusiasmo e la convinzione di questo mondo, non è mai riuscita a scrivere anche una sola canzone memorabile. Roba per completisti che di quel periodo vogliono avere tutto. Gli altri non è manco detto riescano ad ascoltare Divine Misanthropic Madness per intero.

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SUM41 – Does this Look Infected?

Barg: Mai avrei immaginato di ritrovarmi a rimpiangere i Sum41. All’epoca mi sembravano un gruppo costruito più o meno a tavolino per sfruttare la moda dell’hardcore melodico, una specie di via di mezzo tra i Pennywise e Avril Lavigne creato appositamente per raggiungere quella fetta di ascoltatori che si trovava da quelle parti e che già era stata folgorata dai Blink182. Che roba ridicola, pensavo, e rimettevo su gli Emperor facendo le smorfie grim ululando alla luna piena. Non che i Sum41 non tirassero fuori qualche canzoncina carina ogni tanto: qui dentro per esempio sono abbastanza irresistibili i singoli, Still Waiting e The Hell Song. E inoltre, riascoltato adesso, il disco scorre molto tranquillamente, anche grazie alle caratteristiche intrinseche del genere: dura mezz’ora, è semplicissimo e le canzoni raramente arrivano a tre minuti. Però all’epoca ci si poteva permettere di liquidare il gruppo come l’ennesima carnevalata mainstream fatta per spillare soldi ai gonzi. Vent’anni dopo mi ritrovo a pensare che se un disco del genere uscisse adesso e finisse in rotazione sui canali musicali sarebbe oro colato. In radio non sento una chitarra distorta da quel dì, se escludiamo quella pestilenza dei Maneskin o altri gruppacci simili. È tutto così sconfortante. Ma se la vita mi ha insegnato una cosa è che può sempre andare peggio, e fidatevi di me: un giorno ci troveremo a rimpiangere persino quei caconi dei Maneskin.

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LUCIFUGUM – Stigma Egoism

Griffar: Клеймо эгоизма. – questo il titolo originale in cirillico – è il quarto full degli ucraini Lucifugum, l’ultimo in cui suona il compianto Bal-a-Myth, che del gruppo fu fondatore assieme a Igor Namchuck, il quale avrebbe poi portato avanti il progetto assieme alla moglie Elena. Meno melodico rispetto al precedente …And the Wheels Keep Crunching, più tenebroso e minimale, ibridato in modo consistente con il black/thrash (allora di moda) e il folk patrio, Stigma Egoism non manca di difetti. È poco dinamico, è troppo lento quando cercano di buttarla sull’aggressività, è registrato coi piedi col risultato di rendere confusionarie le sfuriate più veloci. Tuttavia, tralasciate queste pecche, l’album è genuino, onesto e coinvolgente come quasi tutta la loro discografia, specialmente quella iniziale, quando era ancora vivo Bal-a-Myth. Bei tempi… Li conoscevamo in pochissimi e trovarne i dischi era quasi un’impresa. Discogs era ancora nel mondo della Luna, Paypal pure. Bisognava mandare il denaro in contanti ben nascosto nelle buste; era rischioso, non si sapeva mai cosa sarebbe arrivato e cosa no. Stigma Egoism non è un capolavoro ma è uno di quei dischi che ha carisma e fascino e ti rende contento quando te lo rigiri tra le mani dopo tutto questo tempo. Io ho sia la prima stampa in cassetta autoprodotta (la Propaganda recs. è l’etichetta dei Namchuck) che il CD (uscito per Drakkar qualche tempo dopo) e posso dire di non aver sprecato i miei soldi. Certo, quei Lucifugum erano una cosa diversa da quelli odierni, molto più politicizzati. Erano un gruppo che suonava black metal e questa era l’unica cosa che contava, quella che dovrebbe contare sempre: la musica e la passione per essa.

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