Avere vent’anni: RUNNING WILD – Victory

Cesare Carrozzi: Come probabilmente saprete (o forse no, ma se siete lettori affezionati ne sarete certo a conoscenza) i Running Wild sono uno dei gruppi preferiti di Trainspotting, quasi a prescindere da quello che fanno (che poi è, stringi stringi ma manco troppo, sempre la stessa cosa), uno di quei casi di innamoramento che lo colgono sovente perché in fondo è un orsacchiottino tenerone brutto come la muerte. Per carità, piacciono tantissimo anche a me, ma fino ad un certo punto, cioè fino a che si tratta di album effettivamente ispirati. E Victory, amici cari, purtroppo non lo è. La cosa è comprensibilissima, nel senso che dopo un trittico immortale e definitivo come Black Hand Inn, Masquerade e The Rivalry un calo ci sarebbe stato per chiunque, figurarsi per uno che propone praticamente sempre lo stesso riff come Rock’n’Rolf, compositore unico dietro ai Running Wild da quando esistono. Che poi, voglio dire, ho citato giusto gli ultimi tre capolavori del nostro vecchio crucco, ma non dobbiamo dimenticarci che dietro i precedenti Under Jolly Roger, Death Or Glory o Blazon Stone c’è sempre e solo lui, quindi un grandissimo ed incondizionato HAIL! a Rolf Kasparek, che praticamente tira avanti la carretta da più di quarant’anni, non glielo leva nessuno. Solo che, ecco, Victory fa un po’ cacare. Cioè non è proprio brutto brutto, però capite bene che, se fai sempre lo stesso pezzo variandolo quel tanto che basta per farci un altro disco, quando quella variazione oltre che minima è pure loffia stiamo apposto. E quindi, diciamo che Victory è piuttosto loffio, sì. Non è che faccia tutto schifo, però: per dire, Victory è molto ganza, e ho sempre pensato che fosse un pezzo che per qualche ragione è rimasto escluso da qualche disco precedente; Fall Of Dorkas pure è carina, The Ussar non è male e insomma, abbiamo finito coi pregi. Diciamo che riascoltando Victory ho ricordato per bene il perché coi Running Wild mi sono fermato a The Rivalry, anche se negli ultimi anni Trainspotting dice che hanno pubblicato qualcosa di carino, però quello è innamorato e sente tutti cuoricini, quindi boh. Vabbuo’, prima o poi ascolterò. Senza fretta.

Trainspotting: Il pessimo Cesare mi accusa di essere un fan terminale dei RUNNING WILD!, il che è verissimo.

Mi rendo infatti conto non solo di riuscire a farmi piacere cose che la maggior parte della gente reputa repellenti, ma anche di avere un’opinione molto più fomentata del normale a proposito dei dischi storici o comunque universalmente apprezzati, tipo non so Death or Glory e The Rivalry. Il che corrisponde esattamente al concetto di fan terminale, più o meno. Ma ci sono comunque dei limiti: del resto ci sono anche delle cose dei Summoning che proprio non riescono a piacermi, e a un certo punto persino io ho dovuto cedere le armi e ammettere che i Blind Guardian erano diventati un gruppo finito.

Questo ragionamento in verità si applica anche ai RUNNING WILD!, di cui ci sono album che non ascolto mai, o quantomeno mai per intero. Victory è uno di questi. Lo trovo anche io moscio, per usare il termine già utilizzato dal Carrozzi. Certo, anche qui ci sono dei pezzi splendidi come When Time Runs Out o Timeriders, e anche qui gli assoli spaccano mediamente ovunque. Ma già dall’apertura con Fall of Dorkas si capisce che c’è qualcosa che non va; ed effettivamente in Victory manca spesso la spinta, il fomento, la cazzimma che ti fa alzare le braccia al cielo immaginandoti di stare navigando su un veliero che punta a tutta velocità contro una nave da abbordare. Non è che sia un brutto disco, non sia mai: i pezzi molto belli o anche solo carini ci sono, e come detto quando parte l’assolo senti quasi sempre la salsedine che ti sferza la faccia, ma in confronto alla precedente discografia di Rock’n’Rolf si può parlare quantomeno di disco minore, diciamo così.

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