Avere vent’anni: SUMMONING – Stronghold

Stronghold è così diverso dai dischi che lo precedono e seguono che tendenzialmente non lo considero neanche un vero e proprio disco dei Summoning. Già i Summoning sono il gruppo strano per eccellenza, ma all’interno della loro discografia questo è il disco più strano in assoluto. Talmente strano che fa tutto il giro e diventa, contestualizzato rispetto agli altri, il disco più normale di tutti e sette (escludiamo per ovvie ragioni il debutto Lugburz). Quali che siano i motivi, nel 1999 Silenius e Protector decisero di prendere una deviazione dalla strada tracciata dal capolavoro soprannaturale Minas Morgul e cambiarono il proprio stile in modo netto, stravolgendolo abbastanza da sconvolgere l’ascoltatore ma non tanto da tradire le proprie premesse concettuali. I Summoning non sono uno di quei gruppi che si possono descrivere, ma per Stronghold si può ragionare per negazione, cioè Stronghold non è come gli altri loro album sotto questo e quest’altro aspetto. Ad esempio la produzione: laddove Minas Morgul e Dol Guldur avevano un suono minimale, secco, essenziale, che dava l’idea di sospensione spaziotemporale e scolpiva quelle melodie nell’immota distanza dell’immortalità, come lo sfondo dorato di un’icona bizantina, in Stronghold i tappeti di tastiera sono in primo piano, rivestendo l’album di uno spirito barocco a cui il duo austriaco sembrava totalmente estraneo.

Per fugare qualsiasi ambiguità specifichiamo che questo ruolo principe delle tastiere non li avvicina comunque in alcun modo al black sinfonico di moda in quegli anni: al massimo, se si vuole cercare un punto di riferimento, si possono citare le atmosfere di certi Empyrium o altri gruppi della scena austriaca di fine anni Novanta. Questa tendenza a diversificare il proprio stile si esplica anche con soluzioni fino a quel momento inedite (e che spesso poi non verranno più replicate): voci femminili, riff più serrati, una maggiore aderenza alla forma-canzone, un differente utilizzo della ripetizione ipnotica. Un pezzo come The Glory Disappears sarebbe totalmente fuori contesto in qualsiasi altro loro album, ma non è il solo: The Rotting Horse on the Deadly Ground è probabilmente uno dei momenti più normali della discografia dei Summoning, pur essendo uno dei picchi del disco.

Un altro elemento di diversità si trova nel drastico ridimensionamento strutturale delle ritmiche marziali caratteristiche dei Summoning. Non era passato troppo tempo da pezzi come Through the Forest of Dol Guldur e The Passing of the Grey Company, completamente (o quasi) basati su quel tipo di ritmiche, e, considerando che già dal successivo Let Mortal Heroes Sing Your Fame i Summoning riprenderanno quella caratteristica fondante, si può considerare Stronghold come una parentesi isolata anche da questo punto di vista.

Con quest’album, inoltre, Silenius e Protector cambiarono studio di registrazione, ed evidentemente mentre registravano non avevano ancora preso bene le misure. Per questo motivo Stronghold soffre di una produzione che non si può non definire sbagliata, con quelle tastiere troppo in evidenza, quelle chitarre sparate che in certi momenti coprono gli altri strumenti, per quella sensazione di accumulo che fa a pugni con il loro tradizionale suono scarno e minimale.

Per questi e per altri motivi, evidenti a chi ha ben assimilato la discografia del duo austriaco, Stronghold sembra a tutti gli effetti un esperimento da cui tornarono frettolosamente indietro – e per fortuna, considerato che Let Mortal Heroes Sing Your Fame del 2001 è l’altro loro capolavoro assoluto insieme a Minas Morgul. Ora però fermate tutto ciò che state facendo e fate partire Like Some Snow-White Marble Eyes, perché io posso anche spremermi all’estremo per cercare di tirare fuori un discorso dignitoso, ma i Summoning sono il classico caso di magic that a name would stain. (barg)

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