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Avere vent’anni: SUMMONING – Dol Guldur

27 gennaio 2017

dol-guldur

Dol Guldur è il terzo disco dei Summoning, quello con l’infame compito di succedere al capolavoro Minas Morgul. Di quest’ultimo riprende praticamente tutto, tanto da costituirne quasi una continuazione; già l’album successivo, Stronghold, vedrà un cambio stilistico repentino, di cui parleremo più diffusamente tra un paio d’anni.

Siamo dunque sulla scia di Minas Morgul: i mezzi tecnici sono più o meno gli stessi, con il medesimo suono, la medesima produzione e la medesima fredda e impersonale drum machine, rigettando dunque qualsiasi ipotesi di impreziosirsi con barocchismi e migliorie tecniche varie – ciò che poi sperimenteranno appunto in StrongholdDol Guldur sembra essere stato scritto tenendo presente la drum machine sin dall’inizio, senza più la sensazione che alcuni pezzi fossero vecchie idee applicate al nuovo metodo. I ritmi rallentano, diventano meno ossessivi, le melodie si fanno più ariose, tutto tende a strutturarsi intorno a dei giri di tastiera. L’ultima Over Old Hills, quasi un’anticipazione del disco successivospezza la generale omogeneità dell’album.

La vera differenza stilistica con Minas Morgul, benché quasi impercettibile a orecchie normali (ma chi riesce ad apprezzare davvero i Summoning non ha di sicuro orecchie normali), è la maggiore rarefazione delle atmosfere, senza più alcun residuo del passato black metal, qui ormai ridotto a mero retroterra, per quanto evidentissimo. 

In questo modo il minimalismo, l’essenzialità e la destrutturazione assumono ancora più importanza. In Dol Guldur i ritmi marziali sono meno incalzanti, e affiora di meno la cupezza notturna del passato; in esso rivive un mondo rarefatto, sospeso in una crepuscolo spettrale, come non completamente coincidente con la nostra dimensione di esistenza. È in casi come questi che la mancanza di una traduzione efficace per il termine eerie tarpa le ali al discorso, e più che mai non bastano gli usuali fiabesco o fatato per spiegare il concetto: ma eerie è esattamente ciò che Dol Guldur è.

Per usare una metafora politica, quello che i Summoning musicano è il Tolkien profondo, cioè quell’immaginario cristallizzato nel tempo, derivante dai miti europei, di cui lo scrittore inglese è cronologicamente l’ultimo dei cantori. Un immaginario che si pone fuori da questo mondo, ma che pure in qualche modo percepiamo come nostro, quasi fosse sempre stato presente in un angolo nascosto della nostra mente, nel nostro sangue, nel nostro spirito. Il motivo per cui questo immaginario lo ritroviamo con tutta la sua potenza archetipica nei Summoning e non, ad esempio, nei film, è perché tocca delle corde così nascoste e dimenticate che per operare ci vuole il bisturi del chirurgo, non una motosega. Come il vecchio gioco dell’Allegro Chirurgo, appunto: devi muovere la mano senza farla mai tremare, altrimenti suona tutto. E ai Summoning la mano ha tremato molte volte; ma in qualche modo sono riusciti a creare un equilibrio perfetto, molte più volte di quante gliene si potesse umanamente chiedere. La musica dei Summoning non è una colonna sonora di Tolkien, ma viene da quello stesso mondo. (barg)

4 commenti leave one →
  1. bonzo79 permalink
    30 gennaio 2017 16:00

    bella rece… il disco però è così così

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  2. analviolence permalink
    31 gennaio 2017 12:13

    Recensione concettualmente perfetta, bravo trainspotting.

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