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Avere vent’anni: SONATA ARCTICA – Ecliptica

30 settembre 2019

Avevo iniziato a scrivere una lunga dissertazione dotta sulla storia del power metal continentale, il ruolo del parossismo nel suo meccanismo evolutivo, i differenti sottoinsiemi nazionali, eccetera. Poi ho cancellato tutto. Perché, seriamente, parlare di Ecliptica cercando di elevare e complicare il discorso è inutile. Ecliptica ebbe lo straordinario successo che ebbe all’epoca – e che riscuote ancora oggi, nonostante i Sonata Arctica ormai siano uno dei peggiori gruppi della Terra – per il semplicissimo motivo che è un disco meraviglioso e perfetto. Puoi metterlo su in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza, e non solo non ti stanca mai, ma ti ritrovi a canticchiarlo fino all’ultima canzone, e quando finisce sembra che siano passati cinque minuti. E lo rimetti su di nuovo, e così via, in un circolo infinito che durerà probabilmente fino all’ora della nostra morte amen. Blank File – My Land – 8th Commandment – Replica – Kingdom for a Heart – FullMoon – Letter to Dana – UnOpened – Picturing the Past – Destruction Preventer: dieci pezzi senza un punto debole, un difetto, un momento che ti faccia annoiare o pensare di passare alla traccia successiva. Ecliptica è uno degli album in assoluto più qualitativamente omogenei che conosca, e vent’anni di tempo e polvere non hanno per nulla appannato il suo fulgore di piccola gemma uscita fuori chissà come, chissà perché, dalla penna di uno che, non appena ha potuto, ha preso tutto ciò che di unico e commovente c’era in questa formula splendida e l’ha fatta svaccare in una disgustosa discarica di supponenza e patetismo posticcio.

Ma Ecliptica rimane, e rimarrà sempre. Un faro irraggiungibile per chiunque voglia capire come fare a scrivere belle canzoni, melodiche, commoventi eppure (ancora) non zuccherose, con quell’equilibrio perfetto tra ogni componente e un innato sense of wonder di uno sguardo sul mondo ingenuo e speranzoso, non ancora macchiato dallo schianto frontale con la realtà e le sue miserie. Per questo non ha senso parlare di come questo disco sia potuto uscire in quel momento storico, dell’influenza degli Stratovarius nel power finlandese, della genesi del gruppo dai Tricky Beans ai Tricky Means e poi finalmente ai Sonata Arctica, di come il fatto che l’unico compositore fosse il cantante/tastierista abbia influito sul risultato finale, di Letter to Dana che è ispirata a Dana Scully, del riff di 8th Commandment che ne ricorda uno di Malmsteen, eccetera. Ecliptica è splendido perché le sue canzoni sono splendide. Punto. Capirete come sia inutile, in questo caso, mettersi a spaccare il capello in quattro per cercare di dire qualcosa di intelligente, e parimenti come sia inutile per voi stare a leggere le mie paturnie su un qualcosa di così puro e semplice da capire. È ormai autunno, e con il freddo è finalmente la stagione perfetta: fatevi un favore e riascoltatelo da cima a fondo, ancora una volta, senza pensarci troppo, perché stavolta davvero non c’è niente a cui pensare. (barg)

4 commenti leave one →
  1. Arkady permalink
    30 settembre 2019 10:02

    Disco invecchiato stupendamente. Ricordo di averlo comprato dopo averli visti in concerto di supporto ai Rhapsody e Stratovarius. L’album non era ancora uscito ma fecero un’esibizione grandiosa, la migiliore della serata. Riuscirono pure a far cantare un Palavobis sold out Full Moon sebbene nessuno la conoscesse.
    Avevano anche una tastierista fighetta che non sapeva fare gli assoli, cosi tony Kakko le si avvicinava e li suonava lui.
    Bei tempi.
    Per me morti dopo l’esordio

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  2. 30 settembre 2019 17:43

    Una cosa va riconosciuta: che si tratti di power, black o qualsiasi altro genere, o disco, o artista, Barg lo vive intensamente. Questo vale un ascolto a ciò che propone al di là dei propri gusti.

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  3. 30 settembre 2019 19:02

    Ovviamente ora si aspetta la recensione di “Silence”.

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  4. 1 ottobre 2019 08:01

    Li scoprii con “Silence” e non mi incuriosirono più di tanto, quindi per me questo è il primo ascolto, e devo dire che nonostante questo il disco si fa godere per intero. Immagino che il più grande complimento che si possa fare a un recensore è che la sua recensione spinge ad ascoltare il disco recensito, e, beh, ecco, ha funzionato anche stavolta; bravo Barg, e grazie.
    P.S.: l’aspetto forse vincente del power è che continua a restare una musica pervicacemente scacciafiga. La gente non lo sa…

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