L’architettura della vita moderna fa schifo (ma non troppo) e David Gold l’aveva capito

Tendenzialmente, questo genere di articoli andrebbe scritto o in concomitanza della morte dell’artista (più o meno perlomeno: anche se è un giorno in ritardo fa niente), o per un anniversario che sia cifra tonda. L’anno prossimo saranno addirittura passati dieci anni precisi dalla morte di David Gold, cantante, chitarrista e per un certo periodo anche batterista dei Woods of Ypres, in un incidente stradale a 31 anni, mentre viaggiava con la sua moto su un’autostrada dell’Ontario. Il problema è che io ho capito David Gold solo ora; non l’avevo capito nove anni fa e non lo capirò tra un anno. L’ho capito adesso.

Ciò è probabilmente amplificato dal fatto che sono diventato metallaro più o meno in concomitanza della pubblicazione del secondo album dei Woods of Ypres, quando i canadesi stavano cominciando a capitalizzare la grande qualità del loro debutto discografico, Pursuit of the Sun & Allure of the Earth. L’affezione è quindi inevitabile, soprattutto se si parla di un artista che ha scritto canzoni che, per come lui riusciva ad interpretarle, mi fanno venire i brividi tuttora, dopo tanti anni, e col quale ci seguivamo a vicenda su Last.fm – qualcuno sa se esiste ancora? A dire la verità, gli album in cui David Gold ha preso le redini di almeno metà degli strumenti del gruppo non sono all’altezza del fulgorante debutto. Woods III: The Deepest Roots and Darkest Blues rimane ancora acerbo soprattutto da un punto di vista compositivo. Woods IV: The Green Album mantiene dei passaggi a vuoto ma in generale migliora di molto da una prospettiva stilistica e ritrova l’alchimia quasi perfetta tra black metal e doom che c’era in Pursuit of the Sun & Allure of the Earth. Il vero attimo di momentanea incomprensione per me arriva col quarto LP Woods 5: Grey Skies and Electric Light.

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Reazione scomposta di un amico alla notizia.

Il fatidico incidente arriva poco prima della pubblicazione di Woods 5: Grey Skies and Electric Light, che uscirà postumo a febbraio 2012 ricco di frasi cariche di presagi, su tutte il verso “Back on the highway, under the moon, my final moments” dalla commovente Alternate Ending – sconcertante pur considerando l’attaccamento morboso alla tematica della morte che un gruppo simile generalmente mette in mostra. All’epoca, esclusa qualche canzone, non riuscii ad apprezzarlo veramente. La piega a tratti quasi black’n’roll (comunque anticipata nei loro album precedenti) mi rimase indigesta. Ciò che mi spiazzò di primo acchito fu che questa vena quasi riccardona andava di pari passo con una maggiore maturità dei testi e delle tematiche – basti paragonare una Move On! (The Woman will Always Leave the Man), traccia finale di Woods IV, con qualsiasi canzone di Woods 5.

Già dopo qualche anno, crescendo, cominciai ad apprezzare diverse canzoni e a ritrovarci sprazzi di un’impalcatura concettuale che mi stavo costruendo e che mi avrebbe accompagnato negli anni a venire. Fino a quest’anno, quando ho risentito Woods 5 dopo tanto tempo e sono riuscito a ritrovare qualche mio pensiero o sentimento in ogni passaggio dell’album. A partire dal bellissimo ritornello di Death is not an Exit: “We were nothing for a billion years before our time / And we will be nothing more again, for an eternity yet to come“. Per arrivare, nella sua seconda metà, a Modern Life Architecture, perla doom di cui dovrei probabilmente citare tutto il testo per renderne il peso; ma anche il singolo un po’ radiofonico un po’ stupido Career Suicide (Is not Real Suicide), il quale torna alle vecchie abitudini di questi doppi titoli infiniti fin troppo chiari nelle loro intenzioni, contiene passaggi non scontati: “we have only one life to live, just one opportunity / And failure is not the end of the world, that’s just society!

Paradossalmente, ad un certo punto ho anche cominciato a trovarci uno spiraglio di speranza in diverse canzoni, sebbene l’impalcatura musicale suggerisca tutt’altro. Basti citare Adora Vivos, la stessa Death is not an Exit o un altro passaggio di Alternate Ending, molto simile alla conclusione apparentemente raggiunta da Christopher McCandless secondo la ricostruzione di Jon Krakauer: “In the end, was there anyone to share in your joy?” David Gold, sono contento che tu abbia lasciato una traccia del tuo passaggio. Non ero pronto a dirtelo allora, ma sono pronto adesso.

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