I nuovi entusiasmanti album di quattro gruppi di merda

MACHINE HEAD – Of Kingdom and Crown

Un ottimo album di metal melodico per grandi e piccini che alterna brani cadenzati ad altri di impostazione più veloce; si segnala l’ingresso prepotente dei blast beat in Become the Firestorm a giustificare la presenza di un annoiato Vogg in formazione. A quattro anni di distanza da Catharsis, che contava altrettante tracce, ossia quindici, il disco restituisce la cosiddetta sensazione di via di mezzo che già percepimmo all’epoca di Bloodstone & Diamonds, e mi ha lasciato del tutto indifferente. Non è la carriera trentennale dei Machine Head a sorprendermi, ma il fatto che un elemento come Flynn, noto bipolare, continui a manifestare la volontà di trattenere un pubblico spiccatamente metallaro e a voler rivivere una sorta di exploit commerciale in un mainstream che non c’è, ed in cui, già nel 1999, quando un mainstream ancora esisteva, non ne era l’attore principale. Ciò mi sorprende assai, perché all’epoca dei manicomi aperti probabilmente un soggetto del genere sarebbe stato trattenuto nelle stanze al centro della struttura, quelle con le minori probabilità di evasione.

La canzone: Become the Firestorm, con i blast beat e il ritornellino pulito americano rigorosamente in fila, seguiti dal riff pseudo-black e dal solito miasma nu metal sul break centrale. Avevi qualche cos’altro da metterci?

AMON AMARTH – The Great Heathen Army

Un ottimo album di metal melodico per grandi e piccini che alterna brani cadenzati ad altri di impostazione meno cadenzata; si segnala, pertanto, il videoclip ufficiale con loro che entrano in un ufficio e fanno i coglioni senza che intervenga perentoria la sicurezza. Tre gli anni di distanza dall’orrendo Berserker, col quale accertai senza riserve l’avvenuto decesso della band di Versus the World (vorrei dire Once Sent from the Golden Hall ma esagererei). Il disco restituisce la cosiddetta sensazione di via di mezzo per estrapolare più tracce possibili adatte all’esecuzione sul palco (l’unico pretesto possibile nel 2022 per giustificare l’esistenza di una band del genere, oltre alla sua trasformazione in concime stallatico) e non ce n’è una, dico una, che mi sia anche vagamente rimasta in testa al primo ascolto. Al secondo le cose non sono affatto migliorate. Sarei un acerrimo bugiardo se affermassi di avere proseguito oltre, anche se la Convenzione di Schengen, annessa l’Italia nel 1990, ha stabilito che un recensore debba ascoltare un album almeno cinquantasette volte prima di poter asserire che esso fa schifo. Ottima la barba di Johan Hegg, anche se personalmente prediligo il baby butt shaving.

La canzone: Dawn of Norsemen, tutto sommato carina. Chissà se fra una settimana me la ricorderò ancora.

BEHEMOTH – Opvs Contra Natvram

Un ottimo album di metal melodico per grandi e piccini che centellina brani veloci favorendone altri di impostazione cadenzata; si segnala, pertanto, che da Grom sono trascorsi più di venticinque anni e che potreste aver benissimo dimenticato che questa è la stessa combriccola di stronzi che negli anni Novanta fu capace di mettere a segno colpi simili, prima di assumere Inferno alla batteria e chiudere i battenti. Tre gli anni trascorsi dall’accettabile I Loved you at your Darkest, il cui successore gli è certamente inferiore; considerato che I Loved you at your Darkest era nettamente inferiore a The Satanist e che dei Behemoth si è parlato soprattutto per cose tipo i cruciformi croccantini per animali domestici, temo di non poter aggiungere altro. Il disco fa schifo, ma le quattro band oggi trattate sono quanto di più allettante esista per i metallari del nuovo millennio e mi esimerò quindi dall’aggiungere altro: sono tutti vostri, abbracciateli come orsetti della Trudi e poi correte in bagno perché vi siete pisciati le mutande. La cosa che più mi sorprende è che tutti ascoltano i Behemoth e vanno ai concerti dei Behemoth, ma personalmente non conosco un fan dichiarato dei Behemoth, creando di fatto un insolito e preoccupante parallelismo con gli anni in cui Berlusconi raccoglieva generose percentuali elettorali sebbene nessuno affermasse pubblicamente d’averlo votato.

La canzone: Versvs Christvs, quel genere di titoli dei quali i Behemoth sono da sempre maestri assoluti.

ARCH ENEMY – Deceivers

Un ottimo album di metal melodico per grandi e piccini che alterna brani stucchevolmente melodici ad altri appena meno melodici, il che implica il far finta che in tutto questo ci sia della grinta. Autentica grinta. Cinque, per fortuna, gli anni trascorsi dal precedente Will to Power che recensii fra gli spasmi; inutile soffermarmi sulle differenze fra questo e quell’altro poiché si sta parlando di gruppi che a un certo punto della loro vita professionale hanno buttato al cesso l’idea di comporre un nuovo album portando avanti una direzione, cambiandola, o spostandola anche solo d’una virgola. Il nuovo album degli Arch Enemy è questo circa da Anthems of Rebellion, e se affermate il contrario siete degli evasori fiscali per almeno sette milioni di dollari e vi giuro che vi prenderanno. Mi soffermerei piuttosto su Alissa, Alissina mia, la mia preferita dopo Johan Liiva e pure Angela Gossow: hai trentasette anni e la tua collega più anziana fu defenestrata da Amott a trentotto. Su Manpower.it e Adecco.it potrai trovare alcune soluzioni su come muoversi dall’anno prossimo, perché il rossocrinito che suonò su Heartwork ha in cuore un ghiacciolo, e tu sai bene che prenderà una tarda teenager al tuo posto. Ora pandemie, buchi finanziari, austerity e tutti in giardino perché in casa fa più freddo: ma, vi prego, non un altro album di questi sciagurati cronici per almeno cinque anni.

La canzone: The Watcher, tutta sparata, senza tregue, finché non prendono un ritornello degli Amon Amarth e lo mettono lì, per dispetto.

Dischi come questi non aggiungono e non tolgono nulla a quanto già detto dall’heavy metal dalla sua nascita alla sua acclamata putrescenza fra le prime linee. Ed escono su Metal Blade ed etichette affini, i cui uffici li immagino come un miasma di trentacinquenni tatuate che allattano non stop i figli concepiti su qualche scrivania coi monitor fissi sullo screen saver col logo di Windows 95 che si muove prima da sinistra verso destra e poi, improvvisamente, da destra verso sinistra, mentre dall’altro lato della barricata in legno compensato le controparti maschili – gli stessi ignobili individui che nel 1996 asserivano che i Metallica facevano schifo – si gingillano in telefonate a gruppi musicali che apriranno grazie a loro il prossimo Hellfest suonando in apertura alle 3:57 del mattino al cospetto di un pubblico con la dissenteria dalla sera precedente. La Metal Blade, non so se vi rendete conto di com’è finita la Metal Blade. Animosity e Technocracy, gli ultimi titoli storici della Metal Blade che ho riascoltato di recente. Titoli che ad alcuni di voi non diranno nulla, perché la vostra Metal Blade è questa bilanciata mistura di melodia e cacofonia cui non puoi neanche dire che fa schifo da quanto è costruita a tavolino. Ma a cui puoi certamente dire che non ha niente a che spartire con l’arte, dal momento che il Jeff Loomis lì impegnato, inutile ed emarginato anche in questa occasione, avrà un po’ la stessa espressione che ha Keylor Navas sulla panca del Parco dei Principi di Parigi. Mondo, fai proprio schifo.

Dischi come questi, concludo, sono usciti a circa un mese di distanza l’uno dall’altro e dagli altri due ancora, una sorta di cannoneggiamento a Iwo Jima come quello che gli americani adoperarono come strategia per rendere claustrofobico il sonno dei soldati nemici, prima di invaderli nell’arcipelago di Ogasawara. Chiunque nutrisse un minimo barlume di speranza per il futuro, chiunque pensasse di rivivere un periodo felice come quello della scena stoner d’una decina di anni fa o del simpatico quanto fine a sé stesso movimento NWOTHM di oggi, con un atto di guerra simile, intavolato dalle case discografiche e da voi che date ancora il pane a certa gente, perderà ogni vana speranza. (Marco Belardi)

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