Come radersi col death metal senza tagliarsi la gola

Intendo l’ascolto di un album come il religioso silenzio fra me, le mie cuffie, il libretto del cd e i ladri che m’entrano in casa svaligiando l’impossibile, tanto se è lì che sono immerso non me ne accorgerei. In tal senso casa mia è molto più sicura che un tempo, perché, per quanto possa ostinarmi a consumare un nuovo o un vecchio album, difficilmente lo farò come quindici anni fa, il che mi costringerà a percepire il concetto di “ascolto” come tutt’altra cosa. Eppure non mi sono disamorato della musica, sia chiaro: casomai ho passivamente accettato il digitale come soluzione comoda e dal fattore etico e morale pressoché nullo.

Oggi ascolto gli album nei ritagli di tempo, questa è la verità, e credo che nel mio limbo giaccia un elevato numero di persone afflitte dal medesimo morbo dell’essersi ritrovati intorno ai quaranta. Per quanto il mio collega abruzzese mi faccia notare l’esatto opposto, oggi si tende a correre come forsennati, me incluso, anche se personalmente ci tengo a ritagliarmi spazi che, nell’arco della giornata, si limiteranno agli spazi casalinghi o ne fuoriusciranno. È lì che deve subentrare la musica, altrimenti a passare un’ora sul letto con le cuffie ci finirò al massimo una volta al mese. È la cruda verità, non si scappa, non si cercano scusanti.

La prima cosa da fare a quel punto è sovrapporre la musica ai piccoli doveri quotidiani, così da poter rinfacciare – a chi sostiene che hai troppo tempo a disposizione – che tu il “tempo” lo stai solo ottimizzando. I fattori di rischio sono due: distruggere un arrosto nel forno perché eri concentrato sull’ultimo, meraviglioso Psychotic Waltz, o non capirci niente perché avevi parecchia fame.

Ascolto sempre Musica mentre cucino, è sistematico. L’altro vantaggio è che in cucina sono estremamente lento e mi perdo in una marea di cazzate. Ieri, mentre macinavo il caffè, perché ormai sono vecchio e nell’invecchiare ho scelto di mollare una volta per tutte quelle stramaledette capsule e di ricominciare a macinare i grani, mi sono risentito Obsolete dei Fear Factory, e lo svantaggio è che credo di averci messo più di venti minuti a macinare una selezione di arabica e due miscele con la robusta (quelle, per intenderci, leggermente meno aromatiche ma che fanno un botto di cremina). Poi ho messo su il nuovo (non proprio) dei Mr. Bungle e mi sono preparato un mio classico, le tagliatelle pomodorini e lardo di Colonnata, perché, di rientro dalla Lunigiana, eravamo passati di lì per poi rincasare con questo gigantesco tocco d’oro bianco, che, non fraintendetemi, non è affatto il marmo che i redneck locali espongono un po’ ovunque. Ne conseguono due cose: che me lo sto mangiando solo io, e che ogni tre per due dovrò cucinare qualcosa con il lardo a costo di garantirmi esami del sangue dagli esiti osceni da qui a quando mi seppelliranno. E i Mr. Bungle che fanno thrash mentre affetti il lardo ci stanno da dieci. Il mio punto debole in cucina sono tuttavia le lunghe preparazioni, anche se ci sto lavorando sopra: il ragù, la ribollita, il lampredotto fatto bollire con gli odori, sono cose che probabilmente attenderanno un ulteriore decennio, e al momento si tratta d’ascoltare più spezzoni di disco che dischi veri e propri.

Il minutaggio s’allunga significativamente quando mi rado la barba, e qui aprirò un’altra parentesi delicata. Come ogni (quasi) quarantenne che si guarda allo specchio e si vede tutto sommato ancora pischello, mentre il grigio ai lati e i tempi di recupero dagli alcolici suggeriscono tutt’altro e la gastrite lo accerta, oltre alle capsule per i grani ho accantonato i fastidiosi e costosi rasoi in plastica con lame intercambiabili aventi sempre più lame (l’equivalente dei luppoli della Poretti, soltanto di metallo), per ritornare alla rasatura tradizionale. E ho riflettuto. Sono tutte cose che avevo tentato di prendere per abitudine fin da ragazzino, oscuri tempi in cui il costante tasso alcolemico nel sangue mi fece rapidamente desistere. Oggi recupero quelle cose per godermele, tipo utilizzare il sapone da barba e montarlo a schiuma nella ciotola, per poi radermi con la lametta e il rasoio di sicurezza e fare tutte quelle minchiate che faranno preoccupare tua moglie quando entra in bagno e scopre che le stai davvero facendo, occupando, così, una stanza che solitamente occuperebbe per svariate ore lei. Questo mi concede d’ascoltare musica a oltranza, sostando in quel bagno più o meno alla maniera dell’anziano segaiolo deceduto nel Clerks capitolo primo, per poi uscirne con la faccia inspiegabilmente affettata. A quale pro? Ho ascoltato un album.

L’ultimo Pallbearer l’ho metabolizzato a codesta maniera, facendomi la barba in un paio di volte, e, sebbene non impazzisca per quel gruppo, direi che i Pallbearer si sposano con la rasatura tanto quanto gli Agalloch e tutta quella roba lenta e malinconica che dovrebbe fartela prendere male, ma che, sorprendentemente, al Metallaro che non deve chiedere mai la fa prendere benissimo. Con i Mr. Bungle mi sarei probabilmente affettato a morte e sarei ritornato impaurito alla rasatura ideata per l’uomo in corsa del nuovo secolo, evitando orpelli di varia natura come l’allume di rocca per cicatrizzare quello sfregio che, a prima vista, non parrebbe altro che l’opera di un grosso esemplare di gatto.

La possibilità di assimilare davvero tanta Musica mi viene però offerta dal banale tragitto casa-lavoro, venticinque minuti all’andata, venticinque al ritorno, in cui è sistematico che io ascolti qualcosa su Spotify o sulle mie due chiavette USB di dimensioni titaniche, e che, prima d’abbonarmi a Spotify, riempii saggiamente di robaccia e ancora altra robaccia che in taluni casi perfino Spotify si rifiuterebbe di catalogare e smerciare. Ma ci sono stati anche dei fallimenti nel cercare ossessivamente la soluzione al problema posto in calce.

Tre anni fa ho avuto la bizzarra idea di cominciare a andare a correre, un’attività fisica parallela al trekking da praticare un po’ ovunque, e cioè dietro casa, e che avrei presto sostituito con la bicicletta. La prima cosa che comprai non furono le scarpe da running o una tuta: fu il supporto da braccio per metterci il cellulare e spararci i Rammstein, decorosi motivatori d’intere generazioni di quei folli che vedi invadere le piste ciclabili di notte – tuttalpiù indicati da catarifrangenti – e di giorno, con il sole battente e la pioggia mista a grandine senza che certe variazioni barometriche comportino alcun freno al loro desiderio di pompare – più veloce che si può – il sangue nelle vene. Una volta constatato che le mie ginocchia tenevano quanto quelle di Batistuta nel 2005, ho iniziato a meditare sull’utilità dei miei acquisti presso il Nencini Sport di Calenzano e fatto la più rapida fra le retromarcia, recandomi nuovamente in loco per prendere una borraccia da ciclista. Se potessi scriverei una bestemmia qui, v’assicuro, non esiterei. Aggiungo che tutta la musica ritmata e marziale di stampo tedesco è un ottimo strumento per accompagnarci durante le estenuanti sessioni di running, e che, senza finire per scomodare gli Oomph!, vi dico che è così che mi sono innamorato per una seconda volta di Outcast dei Kreator e della loro parentesi divanetto/orge/cocaina. In parallelo i Bathory di Requiem e Octagon erano un fenomenale deterrente per incrementare la propria velocità e resistenza al fine di rientrare a casa il prima possibile e cessare l’insostenibile ascolto, ma questa cosa semmai la approfondirò altrove.

Qualunque sia la temporanea riscoperta tipica degli uomini di mezza età, e in attesa di iscrivermi a un campo da golf pieno di cardiopatici e con più defibrillatori che coccodrilli, la costante, vedete, è ancora l’heavy metal. Per quanto ci si ingegni nell’ottimizzare ogni porzione della nostra giornata, o settimana, affinché nessuno dei deleteri impegni che ci proponiamo o che ci vengono obbligati salti, o slitti, deflorando così il nostro onore di individuo moderno e sfrecciante, preferisco ottimizzare il mio tempo al contrario e far sì che niente di quel che m’appartiene resti indietro. Anche perché ho dovuto farlo con determinate cose, come la fotografia, e questo ha avuto un costo enorme. Per cui, il giorno in cui sarò fisicamente costretto a stirare mi accompagnerà un album, e quello in cui altissima mi salirà la passione per i modellini in legno, pure. Scongiurando l’avvento di tutto questo, O lente che mi scruti da Mordor, Abruzzo: vinco io. (Marco Belardi)

 

8 commenti

  • Io non ho rinunciato alla musica neanche in occasione di lutti familiari importanti. Qui entriamo nella devianza psichica

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  • Io odio a morte quelle dannate capsule del caffè (più o meno al pari di spotify maledetto), ma è possibile? In Italia si fa l’unico caffè degno di questo nome, abbiamo fior di torrefazioni e dobbiamo cedere a una roba triste ed incapsulata dalle multinazionali? Vergogna, mi tengo stretti la napoletana ed il giradischi (quando si può).

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  • ti capisco bene Belà…vivo i tuoi stessi drammi…ora ascolto la mattina mentre rassetto la cucina post-colazione, e dalle 8 alle 9 quando in ufficio non c’è ancora anima viva. Se ho culo e un po’ di tempo anche il pomeriggio…ma come dici te, tocca raccattare ogni minuto buono per ascoltare qualcosa. Per la corsa ed allenamento alterno Blind Guardian e qualche playlist di Dark Synthwave…

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  • situazione fin peggiore qui… la giornata ha ritmi grindcore, la cena la si prepara in 10 minuti di orologio, e l’unico momento buono è questo: la sera, in cui si continua a lavorare senza rotture di coglioni telefoniche o via mail.

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  • Eh, problemi comuni. Fra le varie cose che succedono oggi, di sicuro c’è che qualunque cosa esca ce la possiamo avere a portata di mano, di cuffia o di autoradio in qualunque momento, quindi abbiamo una scelta infinita di musica da ascoltare. Il tempo diminuisce e la quantità di musica da ascoltare aumenta a dismisura e il risultato è che si ascolta tutto più superficialmente. Studieremo un modo per saltarci fuori.
    PS: Sapevate che Adrian Smith e Richie Kotzen hanno fatto un singolo insieme? “Taking My Chances”

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  • Il rasoio di sicurezza è ancora poco, aspetta di arrivare allo shavette, il rasoio a mano libera con lamette sostituibili… Comunque pare la mia storia, lardo compreso. Devo dire che con il lockdown e lo smart working ho potuto riprendere ad ascoltar musica mentre lavoro, complice un google home (si lo so, audio è quel che è ma in camera al massimo ci andava quello) + Yt music o spotify. Non mi concentrerò sulla musica fino a sentire ogni singolo strumento ma mi concentro molto di più anche sul lavoro.

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    • Io sono partito con i rasoi a mano libera in teoria, me ne fu regalato uno mi pare per i diciotto e inutile dirlo mi massacrai. Poi sono passato all’elettrico e ai gillette mach 3, mi è tornata la voglia quest’anno e ho preso un Muhle

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  • d’accordissimo!!. io ascolto in macchina, in bagno, pausa pranzo lavoro, dalle 21 alle 22 dopo aver messo a letto il bimbo, e il sabato notte finchè mi addormento

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