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Avere vent’anni: AGALLOCH – Pale Folklore

25 giugno 2019

Gli Agalloch sono in assoluto il mio gruppo preferito tra quelli che hanno debuttato negli ultimi vent’anni, e i loro primi tre album sono uno dei motivi per cui a trentasette cazzo di anni sono ancora qui, rubando ore al sonno e alla lettura dei racconti inediti di Robert Howard, per portare avanti questo blog. Gli Agalloch sono l’ultimo grandissimo gruppo che il metallo ci ha regalato: dopo di loro mi vengono in mente grandissimi dischi, o gruppi molto simpatici, ma niente che possa essere paragonabile né a questi tre dischi né a quello che sono stati gli Agalloch concettualmente: tanto è vero che, dopo di loro, il black metal americano non è più stato lo stesso. Loro, che a ben vedere non sono neanche davvero rubricabili come black metal, hanno cambiato per sempre un modo di intendere il genere; e ciò nonostante la provenienza statunitense, che all’epoca quando parlavi di black americano pensavi ai Judas Iscariot, agli Absu e a gruppi di buzzurri denominati in maniera improbabile, con la croce uncinata tatuata sul bicipite gonfio, le foto in face painting con le lattine di birra e i booklet pieni di discorsi improponibili. Salvo eccezioni, il black metal per gli americani era una scusa per bestemmiare e fare casino; per carità, è una concezione di black metal come un’altra, ma non può esserne il filone principale, perché a quel punto la cosa inizia a perdere proprio di senso.

Poi sono arrivati gli Agalloch. Che stilisticamente non suonavano black metal, ma lo erano nell’animo, nel modo di trasporre in musica determinate sensazioni intimamente legate all’ambiente da cui provenivano. Tant’è che senza di loro non sarebbe potuto esistere il cosiddetto cascadian black metal, da cui provengono quasi tutte le migliori cose uscite gli Stati Uniti, sempre in quell’ambito.

In quest’album l’unica vera influenza black sono gli Ulver di Bergtatt. Per il resto si sente parecchio quel gothic doom malinconico svedese di metà anni Novanta: primi Katatonia, primi Opeth e via dicendo, però rivisitato in uno stile estremamente personale, cercato proprio laddove lo avrebbe cercato un gruppo black: nella propria provenienza, nelle proprie radici, nella natura dei propri luoghi. Gli Agalloch sono la voce delle piovose foreste di conifere sempreverdi dell’Oregon così come gli Emperor sono la voce della luna piena che si riflette sui ghiacciai norvegesi. La fascinazione è così potente da avere investito in pieno un’intera generazione di musicisti del Nord-Ovest, tanto da aver fatto di Portland, si parva licet componere magnis, una piccola Seattle. Non conobbi gli Agalloch con Pale Folklore, ma col secondo The Mantle, uno dei dischi della mia vita, che recensii sul Metal Shock cartaceo probabilmente senza capirci troppo; ma non dubito che in quel 1999 Pale Folklore sia stato una folgorazione nella scena americana, perché indicava una nuova via che oltre a rappresentare sé stessi era anche perfettamente percorribile, mostrando quelle sensazioni intime che nessun altro era riuscito mai a tradurre in musica. E, difatti, l’influenza degli Agalloch è rintracciabile in gruppi e sottogeneri anche parecchio diversi tra loro.

In Pale Folklore la chitarra di John Haughm è sempre in primo piano a condurre i giochi, ondeggiando tra arpeggi, riff, parti soliste e assoli ma senza mai, neanche per un istante, far perdere al tutto la sua atmosfera boschiva e immaginifica. Nonostante questo, i riferimenti sono sovente scoperti: Hallways of Enchanted Ebony è un’atto d’amore per Brave Murder Day, in As Embers Dress the Sky si nota il gusto del Jesper Stromblad di The Jester Race, l’estetica di Akerfeldt è spesso sovrapponibile, e in generale non solo si capisce benissimo che Pale Folklore non è uscito dal nulla, ma si riesce quasi sempre a collegarlo con qualcosa. Del resto a quell’epoca a suonare come i Katatonia e gli Opeth erano in migliaia, ma nessuno mai è riuscito a rielaborare quella materia in modo così personale come gli Agalloch. Adesso forse riesco a far capire meglio la mia delusione con Marrow of the Spirit: l’inaridimento degli Agalloch mi ha portato via l’unico tra i miei gruppi della vita ad essere nato a ridosso del 2000. Dopo di loro non c’è stato più nulla che ci si avvicinasse neanche da lontano; di sicuro nessuno che abbia scritto tre capolavori assoluti come hanno fatto loro. Continuiamo ad aspettare; del resto non abbiamo niente da perdere. (barg)

 

One Comment leave one →
  1. 25 giugno 2019 16:25

    Ho avuto il piacere di riascoltare l’intera discografia di recente, esperienza totalizzante per quanto riguarda i primi 3 dischi perché, come al solito, non riuscivo più a staccarmene. Immensi. Purtroppo da Marrow in poi condivido nettamente la sensazione di trainspotting, ovvero di una magia spezzata. Manca quel trasporto totale, quel rapimento che ti porta a scioglierti nella musica, a creare mondi nella tua mente attorno alle note che ti attraversano… anche se mi permetto un eccezione, To Drown, che mi regala gli stessi brividi.

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