Non più all’ombra di Jeff Loomis: TAUNTED – Songs from the Wasteland

Può capitare d’ascoltare un gruppo e che questo non ti lasci neppure un’impressione negativa. A volte può essere positiva, ma, se quei ragazzi hanno stampato in fronte il nome di qualcuno di più celebre, è probabile che te ne dimenticherai in pochissimo tempo. Con i Taunted è andata esattamente così: erano relativamente giovani, e non sfruttarono le annate migliori per costruire uno stile personale che li identificasse. E paradossalmente sembrano averlo capito adesso, a quindici anni di distanza.

Nel ritrovarmi davanti i Taunted ho subito pensato: e questi? Come detto, in realtà già li conoscevo, giacché nel lontano 2006 mi era capitato sottomano il loro album di debutto, Zero. Ricordo che non mi dispiacque affatto, sebbene soffrisse di una certa tendenza alle atmosfere scazzate tipiche di certi Nevermore, un fattore dal quale era un po’ difficile prescindere data la vicinanza con l’uscita di un certoThis Godless Endeavor. Adesso che i loro fan incalliti li piangono e che i detrattori possono urlare felici d’esserseli tolti dalle palle, i Taunted si ritrovano finalmente nella condizione di comporre la propria musica senza l’incombenza di mentori simili. Essendo californiani, provengono pure dal medesimo lato degli Stati Uniti, quello occidentale, soltanto un po’ più a sud. Per quanto mi fossi un po’ dimenticato di loro, Jaques Serrano, al microfono, mi ha fatto ricordare l’intera faccenda nel breve volgere d’un paio di versi.

Songs from the Wasteland è power/thrash fatto di roccia, forse un po’ monocorde e volto allo stile piuttosto che alla piena riuscita delle canzoni come da peggior tradizione anni Novanta, ma non riesco tuttavia a dirne male. Questi qua esistono dall’anno di scioglimento dei Sanctuary, il 1992, e vantano un’alchimia nelle chitarre e un’attitudine che ripescano a piene mani da quelle annate. Non sono degli sprovveduti, per farvela breve. La cavalcata finale di Deep into the Dark non riesce a farne una canzone del tutto completa e vincente, ma mi rimette in faccia il metal americano dei Metal Church di Blessing in Disguise, e non una sua variante ammodernata e adeguata alle esigenze del metallaro evoluto. In contemporanea è un brano in tutto e per tutto moderno, e, nell’esserlo, riesce a non stuccare minimamente all’ascolto: questa è la differenza con le prime cose uscite dai Taunted, quelle all’ombra dei Nevermore, che ricercavano la modernità senza saperla maneggiare con la dovuta cautela. Bella anche Taunted Again, tetra quasi come se in essa facessero capolino i vari Shermann e King Diamond, e Devil’s Daughter, in una scaletta che pian piano scioglie il blocco di marmo che ci aveva sbarrato la strada in partenza. Il tono oscuro è il medesimo di Into the Mirror Black, e la linearità di una God Fed Sin è una pasta che dimostra quanto i Taunted siano stati capaci, negli anni, di ritagliarsi uno spazio tutto loro: toni orrorifici, pur senza sfociare nella teatralità dei Witherfall, e capacità tecniche e compositive che certamente non latitano.

Nati in un periodo di profondo cambiamento, quel 1992 che un po’ ebbe la funzione di spartiacque tra l’epopea dell’heavy metal e la naturale conseguenza del medesimo, e debuttanti negli anni in cui la creatività toccava i punti più bassi che si potessero raggiungere, i Taunted galleggiano ora in una sorta di stato di stallo: si può procedere oltre e riavviare sul serio una carriera dignitosa, pur tenendo conto che il tempo a disposizione sarà più risicato che nel 2005. Oppure si può vanificare il tutto, rendendo Songs from the Wasteland niente più che un timido fuoco di paglia. Dipende unicamente da loro e dalla voglia che avranno, non di sviluppare un contesto o di raggiungere un chissà quale livello, bensì di divertirsi. (Marco Belardi)

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