Last Fair Deal Gone Down dei Katatonia compie vent’anni e non li porta benissimo

Michele Romani: Last Fair Deal Gone Down può essere considerato a tutti gli effetti i disco che ha dato la definitiva notorietà ai Katatonia, grazie anche ad una ingente campagna promozionale della Peaceville ai tempi dell’uscita (ricordo pure un paio di copertine su riviste metal italiane). È anche il primo lavoro in cui i due mastermind Renkse e Nyström si affidano ad una band vera e propria invece di chiamare i soliti Åkerfeldt o i Dan Swanö di turno. Al basso entra in pianta stabile Mattias Norman (fratello di Fred, oggi ambedue negli October Tide) e soprattutto un batterista vero come Daniel Liljekvist, che contribuisce ad una sezione ritmica piuttosto quadrata ma allo stesso tempo variegata come non si era mai sentito prima in un disco degli svedesi.

Dal punto di vista prettamente sonoro parliamo sempre dei Katatonia del periodo “di mezzo”, ancora lontanissimi delle influenze tooliane e le chitarre ribassate di The Great Cold Distance, ma ancora pesantemente influenzati dal tipico melancholic rock dei conterranei Kent (vera e propria fissa di Renkse ai tempi) e in minima parte anche primi Coldplay. Intendiamoci, parliamo sempre e comunque di una band metal, e questo nonostante l’orecchiabilità e l’alleggerimento del sound rimane comunque una componente sempre presente nelle sonorità dei nostri. Un’altra caratteristica unica di questi Katatonia è il riuscire a creare atmosfere depresse e malinconiche senza per forza associarle ad una cupezza di fondo o all’aiuto del doom death sound dei primi lavori, è proprio una cosa insita nella band stessa, nei giri di chitarra di Nyström e nella straordinaria voce di Jonas Renkse, cresciuta tantissimo se la paragoniamo alle tonalità monocordi e dimesse di Tonight’s Decision.

L’opener Dispossession mette già in chiaro le cose su come suonerà il disco, seguita da Chrome (forse l’unica che ricorda un po’ il precedente lavoro) e la fiacca We Must Bury You, che fa da preludio alla parte centrate del lavoro che considero nettamente la migliore. Da Teargas alla splendida The Future of Speech (testo a dir poco da brividi) sono tutte notevolissime, con una menzione speciale anche per la semi-ballad Tonight’s Music, tra le cose più belle mai scritte dalla band di Stoccolma. Purtroppo il disco cala notevolmente nella parte finale con una serie di brani non proprio indimenticabili, cosa che comunque non va ad intaccare più di tanto la riuscita del lavoro, dopodiché (come ho già avuto modo di scrivere) per me i Katatonia diventeranno semplicemente un’altra cosa.

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Edoardo Giardina: Lascio le considerazioni più oggettive (per quanto possa esistere l’oggettività) al buon Michele Romani, che le ha già esposte a dovere. E gli lascio anche i ricordi di quanto e come all’epoca Last Fair Deal Gone Down venne pubblicizzato dalla Peaceville. Io, infatti, non posso certo ricordarmi queste cose perché ancora non ascoltavo metal; una cosa che invece ricordo molto bene sono le sensazioni che ebbi quando scoprii i Katatonia con gli album successivi e cominciai ad ascoltare la loro discografia a ritroso.

A scanso di equivoci metto subito in chiaro che quest’album non è mai stato il mio preferito. E non è una questione meramente anagrafica, come il mio collega supponeva nel suo bell’articolo tra il verace e il nostalgico. È vero che Viva Emptiness è uno dei miei dischi preferiti di sempre e che secondo me rasenta la perfezione. Ed è anche vero che secondo me The Great Cold Distance è quantomeno apprezzabile. Ma trovo comunque Brave Murder Day un album semplicemente fantastico, giusto per fare un esempio. Discouraged Ones non arriva agli stessi livelli, ma la sua emotività è impareggiabile – giusto per farne un altro. Mentre di Tonight’s Decision ho già scritto cosa penso sempre insieme al mio compagno scribacchino. Invece, Last Fair Deal Gone Down è semplicemente un passaggio quasi totalmente a vuoto nella discografia degli svedesi e non sono neanche mai riuscito a capire come quasi tutti gli altri fan potessero esserci così affezionati. Ricordo per esempio come la platea impazzì quando ad un loro concerto annunciarono Teargas. Questo, emblematicamente, è un ottimo singolo, ma non mi ha mai lasciato molto oltre alla sua bellezza formale. Ho sempre preferito le prime due canzoni, mentre ho sempre odiato con tutto me stesso We Must Bury You. Le successive, di contro, mi lasciano abbastanza indifferente.

Pur avendo riascoltato Last Fair Deal Gone Down in occasione di questo suo anniversario, non sono riuscito a trovarci nient’altro. La parte centrale da Teargas a The Future of Speech mi è sembrata forse più centrata di quanto ricordassi, ma continuo comunque a non capire affatto come quest’album possa occupare un posto così speciale all’interno dei cuori di chi ama i Katatonia. Per me quel posto sarà sempre occupato da altri dischi, sia precedenti che successivi.

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L’Azzeccagarbugli: Last Fair Deal Gone Down è un disco difficile sotto diversi punti di vista. Rispetto all’ottimo predecessore è sicuramente meno decifrabile sia a livello compositivo, che di suoni, molto più opprimenti e angoscianti e che abbracciano uno spettro di generi più ampio. Pur allontanandosi ancora di più dalle sonorità pesanti del passato (ad oggi, ritengo che questo sia il disco meno metal del gruppo), i Katatonia, paradossalmente, perdono anche una certa “immediatezza” e orecchiabilità (se si eccettua la comunque cupa We Must Bury You). Si tratta di un album che per questi motivi all’inizio è quasi respingente, e che richiede un minimo di pazienza e di ascolti per essere interiorizzato e compreso. Pazienza ben riposta, perché per quanto mi riguarda Last Fair Gone Down, insieme a Brave Murder Day, è il disco più importante e riuscito degli svedesi, un lavoro pressoché perfetto che  conferma la caratura di una band che fino a quel momento non aveva mai sbagliato nulla.

Un disco preceduto da un ottimo EP, Teargas, contenente Sulfur, una delle migliori canzoni dei Nostri (oggi presente nella ristampa del disco), che funge da perfetto ponte verso le sonorità del nuovo lavoro della band. Un lavoro evocativo fin dal titolo che richiama (chissà se volutamente) un vecchio blues di Robert Johnson in cui veniva trasposta in musica la leggenda che vedeva il musicista vendere la propria anima al diavolo e che si apre con uno dei brani più belli mai scritti dalla band, Dispossession, che mette in chiaro le cose tanto musicalmente (con richiami netti alla wave ottantiana vicina a certi Cure), che tematicamente, come si intuisce da una strofa a metà del brano: In this dead hour / Here with you seconds are worthless / In this dead hour When all is blank Minutes are worthless / How long will It take until There will be room Again for hope.

C’è ben poca speranza, e ogni brano è un tassello di un percepibile tormento emotivo che compone un lavoro, citando una recensione di qualche anno fa del nostro amico e filosofo Giorgio Heidegger, “in un certo senso, sulla consapevolezza della perdita della speranza e sul dolore che, in ogni campo, tale consapevolezza, genera”.

La successiva Chrome, pur essendo più ritmata, rimane nel solco, e la percezione della direzione presa dalla band appare ancora più chiara con la sequenza (tra le migliori in assoluto della band) Teargas/I Transpire/Tonight’s Music: le influenze ottantiane si inseriscono alla perfezione nel sound della band, senza snaturarlo, ma al contrario adeguandosi alla proposta del disco. My prospects have become less promising /I find it hard to believe in anything/ Seems I lost my world and so I lost my faith /And I can’t go back to where I’ve been: la discesa nella spirale discendente e senza fine prosegue in modo plateale con la splendida The Future of Speech, che introduce l’ascoltatore verso il finale dell’album.

Un finale, come da programma, intensissimo ed emozionante e che arriva quasi all’improvviso con Don’t Tell a Soul, uno dei brani più diretti e pesanti del disco che quasi anticipa l’ulteriore svolta che di lì a un paio d’anni i Katatonia intraprenderanno con Viva Emptiness. Svolta che, personalmente, ho sempre trovato convincente e coerente con la filosofia di un gruppo che nel giro di due anni è passato da Brave a Deadhouse, ma che ha irritato molti. Last Fair Deal Gone Down può essere considerato il disco conclusivo del ciclo “storico” della vita dei Katatonia – sicuramente quello più importante – ma che non mette assolutamente fine all’ispirazione di una band che, seppur con paio di episodi non proprio a fuoco, continua a pubblicare ottimi album e a regalare emozioni.

4 commenti

  • All’epoca non mi fece impazzire, rispetto al predessore (che a mio avviso rimane il loro apice) c’era qualche passaggio a vuoto e una sensazione di incompiutezza. L’ho decisamente rivalutato negli anni, e di molto. Sopratutto se lo devo accostare alla scarica di diarrea che sono diventati da the grat cold stocazzo..i Tool dei poveri con le chitarre ribassate e il cazzo moscissimo. Qua era ancora ben presente la loro migliore qualità: il saper scrivere ottime canzoni che ti entrano in testa subito e non stancano mai. I Katatonia erano una band che chiedeva poco in quanto a soglia di attenzione ma sapeva dare moltissimo. Poi hanno pensato bene di fare l’esatto contrario…che culo eh?!

    Piace a 1 persona

  • “Tonight my head is full of wishes
    And everything I drink is full of her…”.

    Perché sto disco è considerato con grande affetto? Perché eravamo giovani, innamorati della donna sbagliata o impossibile, perlopiù. Questo è il disco della genesi di una disillusione collettiva (una generazione senza vere guerre da combattere, se non con i propri demoni interni); della solitudine che va a sintonizzarsi con la tua. È una questione generazionale che chi non ha vissuto il disco in tempo reale non può capire. Avevo 26 anni quando uscì. E in My sweet nurse non potevo non vedere l’ambiguità del prendersi cura fino ad ammazzare (ciao mamma…), per esempio. Quando sono cresciuto ero molto, molto più vecchio del mio vecchio, che alla mia età era già padre da una vita…
    Sì, vero. Disco imperfetto ma con dentro alcuni pezzi indimenticabili, in sintonia con quel periodo dell’esistenza di chi ha un piede nell’illusione di prolungare il limbo e l’altro nella dura realtà.

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  • Bel disco, anche se a me Brave Murder Day, Viva Emptiness, Greast Cold Distance e altri piacciono molto di più. Però questa è l’unica copertina che ricorda il bagno della casa in cui abitavo nella fetida periferia torinese tanti anni fa…

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  • Forse sotto forma di ep da 5/6 pezzi parleremmo di lavoro imprescindibile

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