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THE CURE @Firenze Rocks, 16.06.2019

18 giugno 2019

Foto dalla pagina Facebook dell’evento

Dopo un autobus, un pullman, un tentativo di sonno, un panino, una barretta al cioccolato, due soste veloci in autogrill, un tramvetto e un pezzo a piedi in un afoso pomeriggio fiorentino, giungiamo finalmente alla Visarno Arena. Davanti a noi ore ed ore di concerti e io, anche giustamente, ho già sonno. Ma a Firenze non sono stronzi come a Roma ed ecco che, attraversati i soliti cancelli (nessuna fila, romani prendete appunti!) e gli stand che servono birra e cibo a prezzi da St. Moritz (su questo punto ci difendiamo anche noi, purtroppo), ci appare in tutta la sua magnificenza lui: IL TENDONE, con pochissima gente sotto tra l’altro. Mi sdraio lì per le prime due ore più o meno. Sul palco sale un gruppo con il cappotto giallo alla Greta Thunberg e dopo dei tizi, probabilmente fan di Stalin, che si chiamano Siberia: sti cazzi, l’ombra e il riposo sono più importanti, adesso.  Mi riesco ad alzare per i mai sentiti Balthazar che, nonostante il nome faccia pensare ad un night club o ad un cattivo di un cartone anni ’80, fanno un indie rock non malvagio, anzi con piacevoli reminiscenze depechemodiane e il basso groovoso e talmente a cannone da farti muovere la testolina su e giù in più di un’occasione.

Una spruzzata degli idranti sul pubblico (possiate essere benedetti!) ed è il turno degli Editors. Anche loro non li avevo mai sentiti (scusate, sono una zappa) ma posso dire che mi sono sembrati una band di solidi professionisti, precisi ed impeccabili. Molto apprezzati dal pubblico; c’è uno dietro di me che canta tutte le canzoni e zompetta ininterrottamente, chissà che polpacci gli sono venuti, alla faccia di chi preferisce la palestra ai festival. Per quel che riguarda la proposta musicale non so, probabilmente li conoscete meglio voi di me; mi vien da dire “new wave”, così su due piedi, ma sono proprio territori per me sconosciuti. Bargone mi scrive per messaggio “una specie di Interpol più allegrotti”. Gli Interpol li ho a malapena sentiti nominare, traete voi le conclusioni.

Foto dalla pagina Facebook dell’evento

Una mezz’oretta scarsa e si alzano sul palco i vessilli dei Sum 41, gruppetto che, insieme ai Blink 182, è stato portabandiera del pop-punk petaloso American Pie style che tanto ha fatto per quelli della mia generazione, nel bene o nel male. Loro uscirono leggermente dopo Travis & co., ma diciamo in tempo per avere ancora senso di esistere (non sono tipo i Paramore, per capirci, che sono brutti, inutili, in ritardo e forse anche con un ritardo). Ancora non mi sono fatto un’idea precisa sullo show di questi canadesi sbagliati (vengono dall’Ontario ma suonano talmente alla californiana che sarebbe da sequestrargli la carta d’identità); i suoni sono fuori contesto e loro sembrano incerti, insicuri. A poco a poco sembrano acquistare maggiore consapevolezza dei 5-6 accordi che fanno, e alla fine, tolte le distorsioni quasi thrash metal delle chitarre (che col loro genere stonano come un coretto di voci bianche durante un pezzo dei Rotterdam Terror Corps) e la tristezza dell’essere dei quarantenni che si atteggiano e si agghindano ancora da matricole universitarie caciarone e allupate, portano a casa un risultato dignitoso. In fondo il chitarrista solista bangladino con lo smanicato dei Black Sabbath è un discreto smanettone, e la doppietta conclusiva Fat Lip/Still Waiting ha letteralmente mandato i visibilio le ragazzine decolorate alle mie spalle. C’è anche tempo per una specie di Eddie gigante di gomma che fa il dito medio. E poi prima di un gruppo complicato e introspettivo come i Cure, una cosettina leggera ci può anche stare. Già, i Cure, perché da qui in poi è il loro report.

Foto dalla pagina Facebook dell’evento

Non sono il fan numero uno al mondo dei cinque inglesi, ma più per pigrizia mia che per gusto personale. Gli ho sempre portato un enorme rispetto e penso che una band che è riuscita a costruirsi un successo planetario con melodie ipnotiche e disturbanti, e pochissimi ritornelloni facili al seguito, sia solo da adorare incondizionatamente, ma non mi ero mai “concentrato” abbastanza su di loro per amarli appieno. Me tapino, perché ieri ho capito che significa trovarsi di fronte ad una leggenda vivente. Si respira qualcosa di sacro: I Cure suonano lenti, calmi, col battito cardiaco regolare di chi non deve impressionare nessuno e sa di essere amato. I cavalli di battaglia ci sono tutti: Pictures of you, Fascination Street, Just Like Heaven, In Between Days, A Forest, Lullaby, non manca niente. Pezzi di luce e oscurità che si spandono nell’aria della notte fiorentina. Robert Smith è sempre quell’adorabile incrocio disturbato tra Moira Orfei e Romano Prodi; flemmatico e pittoresco, sedato e dinoccolato.  A un certo punto è partito con una schitarrata acustica, ondeggiando avanti e indietro il bacino, e la paura e la preoccupazione che si ribaltasse all’indietro per un attimo mi hanno attanagliato lo stomaco. E poi cantano tutti: dal neo cinquantenne con la moglie e la maglietta dei Sisters of Mercy alla fan dei Sum 41 con l’esonero d’inglese da preparare per la sessione estiva. Quindi leggenda vivente multigenerazionale in uno show ricco di pathos e in un’atmosfera di sacralità che Piazza San Pietro il giorno del conclave al confronto sembra una riunione di condominio. What else? Io ho il mal di schiena, i piedi che mi fanno male, sono stanco… ma sorrido, e penso: “Certo che se Robert Smith si ribaltava durante la schitarrata acustica era divertente”.  (Gabriele Traversa)

3 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    19 giugno 2019 10:28

    visti al Palalottomatica quasi 3 anni fa, stavo tipo in terza o quarta fila sotto il palco e fu un concerto della madonna. Smith stava decisamente in palla sia di voce che di umore. Sarei andato volentieri anche a questo concerto a Firenze, ma per vari motivi non mi sono potuto organizzare, oltre al fatto che c’era davvero poco di interessante oltre ai Cure. Comunque sono contento che il buon Robert stia ancora in forma, e comunque dopo 3 anni di un nuovo disco non se ne hanno ancora notizie, pur avendo presentato un paio di nuove tracce proprio al concerto già menzionato. Una domanda? Il chitarrista era sempre Revels, l’ex chitarrista di Bowie?

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  2. vito permalink
    19 giugno 2019 13:27

    Sui Cure è inutile che dica niente, per me sono una istituzione ! Mentre gli Editors gli ho scoperti da poco, nonostante siano in giro da parecchio e non mi dispiacciono affatto.

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