La Bunga Bunga Production proudly presents: il nuovo album dei Kent

Manca poco alla fine di quest’anno e, come è solito, ognuno di noi comincia a ragionare per classifiche. L’album migliore? Il disco più cagone? La figura di merda dell’anno? La barzelletta di Silvio più sporcacciona? E via discorrendo. Non essendo affatto affrancato da questa esecrabile logica comincio a formarmi un’opinione musicalmente chiara sul 2010. Nella mia top ten immaginaria figura sempre meno metal e sempre più alternative rock. Sto diventando un fottuto indie boy? Che Dio (Ronnie James dall’Alto dei Cieli) me ne scampi. È che quest’anno l’acqua è poca e la papera non galleggia. Fino ad ora almeno (aspetto gli Agalloch per cambiare opinione). Ecco spiegato perché mi trovo spesso a divagare e perché di conseguenza mi appresto a parlarvi di uno dei gruppi indie rock più fighetti degli ultimi anni, che canta in uno svedese very cool e very chill che a volte mi ricorda lo stile da discount dei Tokio Hotel, rimembrate? Quelli che si trasformavano in Super Saiyan.

 I recenti  album dei Kent sono uno più tunz-tunz dell’altro e alternano una hit ferragostana da disco lounge in Costa Smeralda (da ascoltare mentre, palestrato e abbronzato come un Adone, sorseggi un Bellini abbracciato ad una escort venticinquenne in vesti succinte che sorride al tuo portafogli), ad una emo-ballata da lucchetto con dedica d’amore scritta coll’uniposca, attaccato al lampione più sfigato e lercio di Ponte Milvio in Roma (da mano nella mano e lacrima sul viso nonché una rotonda sul mar). L’ultima uscita poi ha una copertina da catalogo d’agenzia di viaggi che non se po’ proprio guardà. Insisto: perché parlarne? Boh, e che ne so io. A me andava di farlo… Mica si può sempre star dietro all’attualità stretta, al bunga bunga, alla presunta omofobia di certi politici italiani, alle case a Montecarlo o agli einstürzende altbauten (vecchi edifici che crollano) di Pompei? Bisogna pur divagare ogni tanto. E divaghiamone allora.

Nel 2009 i Kent decisero con convinzione di stracciarmi le palle con Röd, un album pressoché inutile da dance shit music ancora peggiore dell’insignificante Tillbaka Till Samtiden del 2007, che una gatta attaccata ai maroni era meno fastidiosa. Allora quando è così mi avverti e ci metto una pietra sopra. Anche perché Du & Jag Döden di due anni prima non era proprio una totale monnezza, ma non mi aveva emozionato manco per una sacra ceppa. Poi, diciamocelo, ad abbuffarmi saltuariamente las pelotas (aridanghete) ci si sono messi di impegno con quasi tutti i precedenti album. Però c’è un però. Infatti ho detto “quasi tutti”. Questo quasi che sfugge all’insulto feroce si chiama Isola: il più grande, immenso, ineguagliato, insperato, insuperabile, invalicabile, invincibile, insormontabile, incomparabile, inarrivabile (ed altri insopportabili aggettivi) album indie rock che mente umana abbia mai concepito e prodotto, prima e dopo. E parlo seriamente. Rei di aver tanto cazzeggiato con mixer e campionatori (e altri aggeggi di cui non conosco l’esistenza) e dopo tanto sbrodolamento di zebedei, forse che forse, i Kent hanno ripreso la vecchia via del rock di qualità coll’ultimo nato En Plats I Solen. Se ne ascolti una prima metà dici: cazzo, sì sono loro! Poi continui e ti scende il latte… Comunque, sgocciolamenti a parte, mezza strada è fatta. Può darsi veramente che l’anno prossimo questi qui ci tirano fuori il capolavoro di una carriera e di un genere musicale. Dai che ce la si fa! Runnin through the monsoon, beyond the world, to the end of time, inta fess’ e soreta. (Charles)

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