Avere vent’anni: novembre 2000

CARPATHIAN FOREST – Strange Old Brew

Marco Belardi: Dei tanti gruppi di seconda fascia che in quegli anni germogliarono, sono uno sfacciato sostenitore dei Carpathian Forest, un incanto che culminò al tempo di Morbid Fascination of Death e che – ahimé – si sarebbe infranto subito dopo. Il perché è semplice: Defending the Throne of Evil, e pure, anzi soprattutto l’album seguente con tutti i punti esclamativi nel titoli, mi fecero grossomodo schifo al cazzo. Qua i Carpathian Forest erano all’apice, anche se a Strange Old Brew (per molti la summa d’una intera discografia) preferisco il precedente e il successivo capitolo. I Carpathian Forest erano perfetti: si cominciò a parlare di black’n’roll e le due anime rappresentate da Nordavind e Nattefrost in qualche modo ancora convivevano. L’album del 2000 prese come punto di riferimento le influenze del black metal piuttosto che il black metal stesso, con buona pace di Nordavind: Motorhead, Venom e Celtic Frost. Il tiro incredibile dell’album fu accentuato da una produzione ottimale e dall’innesto di Anders Kobro, un guest che ben presto divenne membro fisso e che ereditò lo sgabello da Lazare dei Solefald. Per quanto alcuni brani risentissero ancora del timbro di Nordavind, una direzione era estata presa. Cloak of Midnight era ancora sulla scia di Black Shining Leather ma sull’altro piatto della bilancia pesavano come macigni classici come Blood Cleansing, The Suicide Song, Martyr / Sacrificulum. Non il mio preferito di quella meravigliosa fase ma forse il più significativo.

ABRUPTUM – De Profundis Mors Vas Consumet

Michele Romani: Gli Abruptum sono da sempre indissolubilmente legati alla mitologica figura di Tony Särrkä, nome che a molti oggi dice poco o nulla, ma che ai bei gloriosi tempi della scena black scandinava anni ’90 se non era uno dei personaggi chiave poco ci mancava. Tony Särrkä si era dato il nome di battaglia di IT, che di certo non faceva l’effetto di un Infernus o un Emperor Magus Caligula, ma lui giustificava la cosa dicendo di essere troppo malvagio per avere un nome umano. Fondatore del True Satanist Horde (una specie di Inner Circle in salsa svedese), IT con i suoi Abruptum aveva pubblicato i primi due full sotto la Deathlike Silence di Euronymous, talmente impressionato dalla “musica” di questi ragazzi tanto da definirli “la pura essenza uditiva del male”. Basta mettere su uno dei due primi full (più il primo che il secondo) per ritrovarsi nell’inferno più profondo, tra rumori indefiniti ambient noise, atmosfere da oltretomba e soprattutto le lancinanti urla di odio e dolore di IT. Urla talmente terrificanti che cominciarono a girare a proposito le leggende più assurde, tipo che i due ragazzi in sala prove s’infliggessero colpi e ferite l’un l’altro, inghiottissero la cera bollente dei candelabri per rendere lo scream più evil, fino a quella più grossa narrante il fatto che IT si fosse inflitto un colpo di pistola sul piede per rendere il tutto più doloroso possibile. Adesso a 40 anni suonati non può non venirti da ridere, ma vi assicuro che a 16/17 anni ‘ste voci le prendevo molto sul serio. Nel 1996 in seguito a minacce varie IT si ritirò dalla scena, ma gli Abruptum furono comunque portati avanti dal suo alter-ego Evil, che poi non sarebbe altro che Morgan Håkansson dei Marduk. Su questo mini di appena 16 minuti in realtà c’è ben poco da dire: si tratta infatti della title track De Profundis Mors Vas Consumet (già edita sul mitico Nordic Metal – A tribute to Euronymous) e 10 minuti di rumori inquietanti vari in perfetto stile Abruptum. Il progetto tra l’altro nell’indifferenza generale risulta ancora attivo, ma chiaramente (per un’ infinita serie di ragioni che non sto neanche a scrivere) non è più la stessa cosa dei bei tempi andati. RIP Tony Särrkä.

NATRON – Bedtime For Mercy

Ciccio Russo: La non affollatissima scena death metal italiana degli anni ’90 fu caratterizzata da una peculiare predilezione per tecnicismi e contaminazioni jazz e progressive, probabile eredità di quello che offriva la collezione di vinili dei padri di molti musicisti di quella generazione. Dai primi, gloriosi Sadist a nomi decisamente più underground come Gory Blister o Aydra, era tutto un frullare di tempi dispari, stacchetti prog o fusion e chitarre contorsioniste. Un filone al quale, per un certo periodo, si accostarono anche i Natron. Partiti da un brutal di stampo americano, i baresi con Bedtime for Mercy tirarono fuori quello che è forse il miglior lascito di una carriera in congelatore da troppo tempo. La complessità dei brani non smorza l’impatto dei momenti più feroci e chicche al ripieno di bile come Astroblaster e Less than Human guardano, più che al techno-death classico, al thrash schizoide  dei vari Mekong Delta e Voivod, questi ultimi tributati con una discreta cover di Nothingface. La produzione di Tommy Tagtgren (fratellino di Peter) è nitida al punto giusto ma toglie qualcosina in termini di aggressività. Speriamo di rivederli in giro.

BEHEMOTH – Thelema.6

Marco Belardi: Il sistema è molto semplice: Roberto e Ciccio passano le nottate a racimolare informazioni su alcuni grossi volumi cartacei d’enciclopedie e, da quel che leggono e annotano con l’evidenziatore, estrapolano i titoli per Avere vent’anni del mese successivo. Ci sono cose per cui è evidente che solo il Messicano e pochi altri saranno in grado di prenotarsi. Ma loro non lo fanno. Così, mentre il Messicano è intento a scippare pensioni fuori dagli uffici postali tarantini, gli arriva una notifica sul cellulare in cui Roberto lo avvisa che potrebbe occuparsi dell’ultimo disco crust punk importante perché altrimenti non lo fa nessuno e sarebbe un vero peccato. Il Messicano va un po’ pregato, ma ne vale tuttavia la pena. Il problema sono io, in quanto toscano, presumo. Esce una lista di centocinquanta titoli e immediatamente mi prenoto per una ventina di ventennali, e Roberto deve inventarsi che l’Azzeccagarbugli si era già prenotato ma non è vero un cazzo, perché non c’è scritto da nessuna parte. Contatto un avvocato e decido di fargli causa, ma l’unico avvocato a nostra disposizione è esattamente l’Azzeccagarbugli e così lo metto pure in conflitto d’interessi perché deve difendere me dalla perdita della prenotazione di un disco brutto di cui voleva scrivere lui, e di cui io ho già scritto mentre lui doveva ancora pensarci. Poi ci rifletto, Roberto beve la Nastro Azzurro. Che gli vuoi fare a uno che beve la Nastro Azzurro.
Allora scorro la lunga lista e realizzo che ce ne è di titoli da fare. Poi arrivo ai Behemoth. Generalmente Avere vent’anni è una rubrica stimolante, anche se alcuni di noi vorrebbero toglierla di mezzo dato che coi primi anni 2000 si va incontro a un periodo storico non proprio esaltante, quanto a uscite heavy metal. Insomma Tempo of the Damned mi piacerebbe tanto celebrarlo, ma un po’ questo concetto è vero. Ci sono album di cui avevo in testa la recensione molto prima di scriverla, come Anthems degli Emperor, Winter degli Immortal e via discorrendo. Onestamente io per questi qua mi sono prenotato ma non so veramente che cosa dire (lo vedi che il problema sei tu che sei toscano? ndbarg). All’epoca li ascoltavamo tutti, li giustificavamo tutti. Avevo un amico in fissa con il brutal death e il grindcore, e il black metal quello oltranzista alla Craft, o quello depressivo alla Xasthur, che usciva pazzo per i Kataklysm più melodici e per i Behemoth di Satanica e di questo disco. A me piacevano a piccole dosi dopodiché dovevo toglierli, come un’automobile priva di radiatore che non si ferma e, se si ferma, frigge tutto quanto. Christians to the Lions, ecco cosa scrivere di Thelema.6! Cristiani ai leoni! Ripenso al disco e l’unica cosa che mi viene in mente è quella canzone.

VINTERSORG – Cosmic Genesis

Michele Romani: Cosmic Genesis rappresenta sotto tutti gli aspetti un punto di svolta nella discografia di Vintersorg, dal punto di vista delle tematiche, dei testi (quasi tutti in inglese) e soprattutto del sound proposto: il caratteristico folk-viking metal dei due immortali capolavori precedenti viene in questo frangente messo da parte in favore di un sound più heavy ottantiano e con delle venature progressive che saranno il vero marchio di fabbrica nei due dischi successivi, prima che Andreas intraprendesse il lento ritorno alle sonorità degli esordi culminato con lo splendido Till Fjalls del II. Dal punto di vista delle liriche non sono più protagonisti il foklore scandinavo e i paesaggi innevati del Nordland, bensì tematiche legate alla metafisica e ai misteri del cosmo, come si evince già chiaramente dal titolo. Quello che non cambia è la capacità di Hedlund di scrivere pezzi notevolissimi. In Cosmic Genesis infatti il livello è sempre altissimo, con tre picchi assoluti come l’opener Astral and Arcane, A Dialogue with the Stars (con l’uso dei synth nettamente predominante rispetto al passato) e The Enigmatic Spirit, unica concessione alla chitarra acustica e, non esagero, uno dei pezzi più belli mai composti da mente umana. Molti ai tempi mal digerirono questo improvviso cambio di stile, ma per quanto mi riguarda Cosmic Genesis rimane a tutt’oggi un grandissimo disco che, seppur diverso da molti punti di vista, non ha nulla da invidiare ai primi due lavori dell’artista svedese.

HIMINBJORG – In the Raven’s Shadow

Trainspotting: Sempre a proposito di gruppi sottovalutati non si può fare a meno di citare i francesi Himinbjorg, uno dei migliori gruppi viking metal non scandinavi. Di viking metal vero e proprio si può peraltro parlare solo con i primi due album, perché già a partire dal terzo Haunted Shores la loro evoluzione li portò a fare tutt’altro; questo In The Raven’s Shadow è il loro secondo lavoro, e stilisticamente riprende parecchio lo stile di Eld degli Enslaved, spingendosi spesso ad alcuni omaggi molto smaccati. Non è tutto qui, però: il disco riesce a sorprendere quando meno te lo aspetti, con il variare di stili ed atmosfere, rivelando una personalità che fa capolino qua e là e che poi verrà definitivamente fuori col successivo già citato Haunted Shores. Si vedano ad esempio i tredici minuti di The Voice of Blood, strutturata in più fasi, che al classico stile alla Enslaved accosta una parte centrale lenta e melodica che ricorda quanto avrebbero fatto gli Agalloch di lì a poco (e che anticipa lo stile dei dischi successivi). In the Raven’s Shadow è davvero un bel dischetto, è un passo avanti rispetto al già pregevole debutto e meriterebbe di essere riscoperto, o quantomeno che si partisse da qui per dare il giusto valore ad un gruppo che è stato molto penalizzato dalla provenienza geografica.

IMMOLATION – Close to a World Below

Marco Belardi: Close to a World Below sta di fronte a un precipizio. Da un lato già avevo tastato un album degli Immolation parzialmente insipido, il pesantissimo Here in After, uno di quei titoli che subito bolli come occasione mancata, un po’ come potremmo dire di Stillborn dei Malevolent Creation. Failures for Gods aveva rimesso tutto in carreggiata e aveva finalmente evoluto il loro suono anziché banalizzarlo ma è Close to a World Below è il loro miglior disco dopo Dawn of Possession: sta qui la loro canzone che preferisco, Higher Coward, uno di quei brani death metal che a furia d’ascoltarlo finisci per conoscere a memoria, dalla rumorosa introduzione in poi. Qui ci sono altri tre o quattro titoli di livello assoluto, e nella triade iniziale si rasenta il sublime. La produzione è impeccabile, non c’è niente che non vada, eppure gli Immolation stavano di fronte a un precipizio: un altro passo ancora e avrebbero imboccato la via mediana della loro carriera, quella fatta di titoli non indimenticabili come Unholy Cult e Shadows in the Light (menzione a parte per Harnessing Ruin, che è pieno di difetti ma verso il quale nutro una malsana predilezione). Se gli Immolation odierni sono tornati ad essere una macchina perfetta, talvolta con dei suoni un po’ artificiosi, lo devono anche a quella fase mediana che ancora all’epoca di Close to a World Below non avevano imboccato. E quegli Immolation mangiavano in testa perfino agli attuali.

ERYKAH BADU – Mama’s Gun

Lorenzo Centini: Nel novembre 2000 usciva anche Mama’s Gun della divina Badu, che con Metal Skunk c’entrerebbe più o meno nulla, o per lo meno non più delle Spice Girls. Ma anche non meno dei Radiohead. Insomma, Mama’s Gun è un capolavoro r’n’b, uscito per la Motown e registrato agli Electric Lady studio di Jimi Hendrix, suonato da musicisti bestiali (per i batteristi come il buon Belardi, qua e là c’è il tocco killer e riconoscibilissimo di Ahmir ‘Questlove’ Thompson). Canzoni disumane come la prima, Penitentiary PhilosophyHeavy Soul in cui il suddetto Questlove supporta alla grande una Badu che toglie letteralmente il fiato, o l’ultima suite, Green Eyes, che, c’è da riderci, comincia con lo stesso espediente finto vinile della title track di Dead Heart in a Dead World, ma lo risolve con un sospiro di voce che fa venire i brividi, anziché con una sfuriata di chitarre elettriche e doppio pedale. Va benissimo così e l’intensità è pazzesca. Poi certo, chissà cosa potrebbe combinare una così con una backing band fuzzosa. Si può solo sognarcela, o accontentarsi, ed è un gran bell’accontentarsi, di una Thornetta Davis. Unica pecca, io non digerisco il reggae e qua c’è un featuring con un figlio a caso di Bob Marley nel ruolo di imitatore del padre. Avrebbe fatto meglio ad andare a cantare con Max Cavalera.

BRUJERIA – Brujerizmo

Marco Belardi: I Brujeria hanno un senso compiuto se davvero fingiamo di cascarci, e se li immaginiamo nascosti tra rocce e polvere in attesa che un convoglio di politici messicani attraversi un canyon ignaro di quel che sta per accadere. All’improvviso, come in The Monkey Wrench Gang, di cui vi narrerò nel prossimo episodio de La frusta letteraria, esplodono il primo e l’ultimo mezzo dell’arrancante carovana motorizzata: colpi di mitra, sangue, il Gabibbo che impreca in spagnolo con gli occhi distorti dalla cocaina e i suoi uomini intenti a derubare e prendere feticci corporei. Poi il buio, poiché non sono previsti superstiti. Matando Gueros, che non è un capolavoro da cima a fondo ma un ottimo album con un finale un po’ in calando fatta eccezione per l’ipnosi che Cristo de la roca è in grado di generare, è l’album dei Brujeria che corrisponde alla descrizione di cui sopra. Perché io una volta ci provai a spiegare il cazzo che avevano imbastito questi tipi qua: membri di Fear Factory, Napalm Death e Faith No More, coadiuvati da svitati totali in assetto sommossa, che si spacciano per fondamentalisti narcos satanisti e suonano un derivato del death metal, esordendo con una copertina raffigurante una testa mozzata che non hanno affatto mozzato loro, ma così parrebbe. Inutile dirlo, ma il tizio che stava ascoltando questa descrizione esplose come in Scanners più o meno alla decima parola. La magia è finita, è finita subito, perché mi potete anche dire che Raza Odiada è un bel disco, in effetti i numeri e i pezzi ce li ha, inclusa un’altra ottima introduzione, però è pulito, troppo pulito, e il giochino, che ben si sapeva fosse un giochino, ora è risaputo. E al terzo album i Brujeria si misero pure a fare musichetta di medio-basso livello, salvo quella Pititis te Invoco, che non dimenticherò mai. E allora tu, che hai ancora in testa il fastidioso rimbombo di Marijuana, dei Brujeria inizi a non poterne più.

LOSTPROPHETS – Fakesoundofprogress 

Lorenzo Centini: In realtà non si può dare a gente come i Lostprophets colpe musicali che non hanno, essendo forse i tanto acclamati Incubus i veri responsabili di una delle degenerazioni terminali del new metal (“il new metal non è metal”, cit.), trasformato definitivamente nel concetto di boy band con chitarre. Quindi, musicisti bellocci, melodie melense, un urletto ogni tanto solo per far risaltare la voce lamentosa, una scratch-ata sopra e la merda è bell’e servita. Fakesoundofprogress ha di onesto solo il titolo, ma in fondo non sarebbe nemmeno proprio da buttare via. Anzi ammetto che il ritornello dell’opener Shinobi Vs Dragon Ninja era il mio guilty pleasure ai tempi. Non giudicatemi o sarete giudicati. Successivamente arrivarono altre piaghe ancora peggiori, come gli Alien Ant Farm. Comunque roba posticcia, artificiosa e invecchiata malissimo. Suona più datata che un disco di Crosby, Still, Nash & Young. Musicalmente il discorso si può chiudere anche qui. A gettare un’ombra inquietante c’è la storia che vede come schifoso protagonista il cantante della band. Senza troppe elucubrazioni che sarebbero fuori luogo, in questa storia l’orco aveva proprio le fattezze del principe azzurro. Storia che non avrebbe dovuto nemmeno essere scritta. E invece è terribilmente vera.

THE OFFSPRING – Conspiracy of One

Marco Belardi: L’onda lunga del punk rock televisivo degli anni Novanta era finita qui. L’ho fatto intendere un mese fa tirando in ballo Warning dei Green Day: il giochino s’era rotto per colpa di quei videoclip, che, sulla scia di Pretty Fly, mandarono tutto quanto in rovina. E poi il punk rock era una roba adolescenziale e cominciavano a interpretarlo trentacinquenni col portafoglio carico e l’agente appiccicato all’orecchio a consigliare come iniziare a evadere qualche tassa di troppo. Non era più una cosa credibile. Però Americana mi era andato, non so come e non so perché, bene. Pretty Fly era stata una cosa gigantesca, col videoclip che MTV trasmetteva a ogni ora più e più volte, fino a stordire. L’alternativa era l’ennesimo passaggio di Bittersweet Symphony. I tempi di Smash mi sembravano tuttavia lontanissimi, il 1994, l’anno di Dookie e di Cobain trovato per terra: questa era l’onda lunga di quegli anni, in cui chi stava ai piani alti aveva ben metabolizzato la questione, capito come farne dei bei soldi e messo in testa a quei non-più-ragazzini che era l’ora di rigare dritto e dar retta alla Columbia. Lo fecero. Conspiracy of One fu come Ixnay on the Hombre messo di fila a Smash: non era la stessa cosa di Americana e tu ci bestemmiavi sopra, anche se nel 1997 c’era The Meaning of Life nel ruolo dell’indiscusso e indissolubile singolone. Stavolta c’era Original Prankster, in pratica una tamarrata sulla scia di Pretty Fly. Per l’ultima volta si percepirono i The Offspring come un gruppo di portata generazionale, dopodiché sarebbero diventati a tutti gli effetti un carrozzone invecchiato da mettere alle feste per trentenni, tutti maschi, che hanno troppa birra da aprire e troppo poco tempo per deprimersi davanti a una MTV che stava andando rapidamente in rovina. Era la fine della nostra infanzia, non aveva più alcun senso perdere del tempo dietro ai The Offspring e infatti un album come questo non mi addolorò quanto il precedente: ero dietro ai Marduk, ai classici dei Pestilence, al catalogo storico della Noise Records e il solo ascoltare Conspiracy of One un paio di volte lo interpretai più come una sorta d’atto di gratitudine per quei tempi trascorsi in loro attesa davanti alla televisione.

DARK SANCTUARY – De Lumière et d’Obscurité

Michele Romani: Attivi sin dal 1996, per gli amanti delle sonorità dark wave crepuscolari i parigini Dark Sanctuary non hanno certo bisogno di presentazioni. Personalmente ho sempre reputato loro e gli Arcana (anche se quest’ultimi viravano nettamente più verso il folk apocalittico) tra gli ensemble migliori nel cimentarsi in un suono così intenso e introspettivo, anche perché privo di qualsiasi riferimento metallico. De Lumière et d’Obscuritè è il secondo lavoro dell’act francese, il primo per la Wounded Love di Roberto Mammarella (l’etichetta “gemella” di Avantgarde poi scomparsa). Il sound segue abbastanza fedelmente quello del bellissimo esordio: un evocativo gothic darkwave neoclassico con tastiere sempre predominanti sulle quali si staglia l’eterea voce solista di Marquise Ermia, a cui però personalmente preferisco quella più morbida e soave di Dame Pandora che prenderà il suo posto dai dischi successivi. Ovviamente è inutile che vi dica che ci troviamo davanti ad una proposta molto settoriale, che dilungata in un intero disco può a tratti annoiare. Da ascoltare solo in determinati stati d’animo, discorso che mi sento di allargare a tutta la discografia del gruppo transalpino.

CARNAL FORGE – Firedemon

Marco Belardi: L’album era bellino, per carità. Quando uscì ricordo benissimo che qualcosa non mi tornava rispetto al primo, ma ancora non ero in grado di comprendere cosa. Era più inquadrato, diciamola così. Era quel genere di disco che incidi pensando a come dovrà suonare, a cosa vogliono da te e a cosa funziona nelle altre compagini. Non lo incisero, sebbene fosse caratterizzato da una pesantezza di fondo al limite del fuori scala, presi dalla rabbia e dall’impeto di un ventenne che vuole spaccare tutto e che, al termine delle registrazioni, volgerà lo sguardo alle spalle e fischierà di soddisfazione non perché sia passato un bel culo, ma perché s’è appena accorto che Who’s Gonna Burn gli è uscito fuori davvero bene nella sua profonda e invalicabile spontaneità. Firedemon non aveva quella spontaneità: era cattivo, giacché loro stessi andavano affermandosi come i figli cattivi della frangia “melodica” del death metal europeo. Però, e purtroppo, i Carnal Forge erano “cattivi” quanto a riff, velocità, metodo d’esecuzione. L’impeto lo persero un po’ subito e Firedemon fu il primo album concepito con la mentalità arrivista di tutti quegli yuppie che non vedevano l’ora di fare il salto alla In Flames. Soltanto che, e questo nessuno poteva immaginarlo, gli In Flames un paio d’anni più tardi sarebbero saltati giù da un palazzo di dieci piani senza una benché minima tuta alare con cui giustificare un gesto tanto imbecille. Avrei preferito che l’orrenda mandria degli yuppie facesse quel che fanno i lemming una volta raggiunto il bordo d’una scogliera, eppure se ne rimasero lì, a fare album di cui in sostanza non fregava un bel cazzo a nessuno. Con gli In Flames nei panni dei progressisti intenti ad azzeccare giusto un paio d’uscite come Come Clarity, e i Carnal Forge, e tutti gli altri del carrozzone, a variare piccole variabili del caso che parevano una parodia di Karate Kid: metti il cantato pulito, togli il cantato pulito, e poi? E poi non c’era più niente da fare con quella musica lì. Fu distrutta completamente e definitivamente una fanbase creata, radicata e resa orfana nel breve volgere di un lustro o poco più. Firedemon fu tuttavia l’ultimo dei Carnal Forge a cui valeva dare una curiosa sbirciata.

5 commenti

  • Stillborn dei Malevolent Creation aveva molto potenziale, stroncato da una produzione indegna a dir poco. Mi pare che il produttore fosse lo stesso di Breeding the Spawn dei Suffocation, che infatti è rovinato allo stesso modo.

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    • No, Mark Pinske fu il producer di Elements degli Atheist ma non ha mai lavorato con i Suffocation.
      Di preciso non ho mai capito perché si fecero produrre da uno degli ingegneri del suono di Frank Zappa, ma se mai dovessero ri-registrare Stillborn i M.C. tirerebbero fuori un capolavoro storico. Su quel disco ci sono dei pezzi favolosi. È prodotto male, troppo pulito, ha i suoni di una rock band, non di una di death killers

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  • Fan degli himinbjorg da “golden age” in avanti e indietro. 🙂 Sottovalutatissimi!

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  • Che cazzo di capolavoro che è Higher Coward. Scandaloso che a quegli Immolation abbiate dedicato solo un trafiletto (seppur corposo essendo stato affidato al sottovalutatissimo Belardi) e non un episodio dedicato.

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  • Resto del parere che il titolo ‘corretto’ del disco degli Abruptum dovesse essere ‘De profundis Mors VOS consumet’, che avrebbe un senso compiuto. VAS ha diversi significati, anche di ambito religioso, ma non mi pare che nessuno si adatti bene. Qualcuno ha informazioni più precise a riguardo?

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