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Avere vent’anni: FAITH NO MORE – Who Cares a Lot?

29 dicembre 2018

Questo best of uscì che l’inchiostro con cui i giornali di tutto il mondo annunciarono la notizia dello scioglimento dei Faith No More era ancora fresco. L’operazione poteva risultare inopportuna, perché troppo tempestiva. Poteva sembrare, questa della Slash Records, una cosa da sciacalli. E in effetti lo fu. Il titolo del primo best of dei californiani è un ironico rimando al primo indimenticato album We Care a Lot ed anche un caustico accenno alla separazione appena avvenuta. Resta il fatto che, pur avendo tutta la discografia in casa (singoli compresi), mi fiondai al negozio a comprare Who Cares a Lot? per puro completismo da collezionista (e poi c’era Benny Hill in copertina e che fai, lo lasci sullo scaffale?), ma anche per provare ad esorcizzare quella che vissi come una pesante botta, essendo i FNM dell’epoca la mia band a tutti gli effetti preferita.

Come c’era da aspettarsi (e da augurarsi), all’interno del booklet trovai qualche riga che spiegava, o che provava a spiegare, cosa diamine fosse accaduto alla più istrionica, originale ed inclassificabile band del suo tempo. Negli anni a venire ho ricostruito parecchi punti che all’epoca mi erano ancora oscuri ma quelle poche righe mi aiutarono già a fare un po’ di luce, o quantomeno a mettermi l’anima in pace. L’autore dello scritto era Steffan Chirazi, un giornalista di Kerrang!, che qualche anno prima, nel 1994, aveva raccontato in un libro la storia definitiva della band di Frisco, The Real Story, contenente interviste ai membri presenti e passati del magnifico combo, nonché al produttore dell’epoca Matt Wallace. Essendo il giornalista amico personale di Jim Martin (il ciclopico capellone officiò addirittura le sue nozze), lo stimolo a capirne di più gli venne proprio a seguito della cacciata di Big Jim dalla band, cacciata che non smise mai di definire “una vergogna”, incontrando la mia totale approvazione. Chirazi era, en passant, anche amico di Lemmy, infatti parlò al suo funerale.

In buona sostanza, la teoria di Chirazi circa lo scioglimento della band si riassume in questa iconica frase: Faith No More were often an obstreperous pain in the arse. Il vero miracolo, continua il giornalista inglese, è come avessero fatto a rimanere uniti fino al 1998. La band era in una costante agitazione autoindotta, c’era sempre qualcuno che diceva male dell’altro, tanto è vero che quando arrivarono di fronte ai microfoni degli attoniti giornalisti inglesi si lanciarono addosso reciprocamente tanta di quella merda che gli screzi dei fratelli Gallagher al confronto sembravano scenette pittoresche. Questa tensione, l’avere dei caratteri problematici, l’incapacità di comunicare tra loro in modo normale, l’essere comunque una famiglia, per quanto disfunzionale, era però alla base della loro creatività e del loro successo. Accadde, dunque, che quando i minuscoli problemi di tutti i giorni si accumularono al punto di essere ingestibili, senza che un qualcosa in particolare determinasse la scelta finale, i “magnifici bastardi” decisero di farla finita. Evidentemente doveva andare così (anche se poi, come ben sappiamo, il corso degli eventi ha preso una piega inaspettata).

Il disco, in una versione limitata, oltre alle storiche hit della band, conteneva anche alcune b-side interessanti, tipo The World is Yours che non si capisce perché non fosse stata inserita in Angel Dust, perché spaccava non poco ed è ancora oggi un piacevole ascolto, in quanto si sente forte l’influenza del suono di quel periodo. Similare discorso da farsi per I Won’t Forget You, scritta nel periodo direttamente successivo, quello di King for a Day, bella disturbata, pesante e funk, forse non meritevole al punto di entrare a far parte della track list originaria dell’album col cane ma comunque una bella scoperta. Altra bonus degna di nota la versione live di This Guy’s in Love with You di Burt Bacharach, la quale mette ulteriormente in risalto le doti crooneristiche di Mike Patton, già palesate a tutti nelle notissime Evidence e I Starter a Joke, brani immancabilmente contenuti nel greatest hits. (Charles)

3 commenti leave one →
  1. Deathinjune permalink
    30 dicembre 2018 03:32

    In I Started a Joke non canta Patton

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    • Charles permalink
      30 dicembre 2018 10:15

      Il brano, che è una cover dei Bee Gees come noto, risale al 1995 come singolo di King for a Day e da quell’anno in poi viene proposto dal vivo con alla voce Mike Patton. Il cantante che appare nel video ufficiale del brano (datato 1998), che forse ha generato la tua confusione, è un attore e performer inglese, David Hoyle (che se non ricordo male fece anche una parte in Velvet Goldmine), il quale nella clip ricopre il ruolo del cantante da karaoke improvvisato che invece lascia di stucco la platea tirando fuori una voce incredibile, quella di Mike Patton, per l’appunto

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  2. Deathinjune permalink
    2 gennaio 2019 23:48

    Cazzo. Allora era Patton? Convinto fosse un altro….

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