Volete sentire il basso? MEKONG DELTA – Tales of a Future Past

Vi sarà certamente capitato di etichettare un gruppo come sottovalutato dai più, o di pensare che abbia raccolto meno di quanto gli spettasse. Penso sia così in rari casi: a determinare il percorso di una band vi sono le scelte di chi la comanda, per cui rifiutare un contratto discografico per continuare a detenere un maggiore senso di controllo potrà tener chiuse porte che si sarebbero altrimenti spalancate, o, viceversa, indirizzare la nave nella direzione sbagliata. A conti fatti, se suoni da trentacinque anni e continui ad avere il tuo pubblico di nicchia, e quello soltanto, probabilmente è giusto così ed è un po’ la fotografia di ciò che si è sempre ricercato. Il problema dei Mekong Delta, semmai, è che sono la band del bassista. Tutto quello che ruota attorno alla personalità e al carisma degli altri musicisti viene spazzato via, se non letteralmente riazzerato, a ogni riassetto della formazione. E ne sono avvenuti tanti, troppi. Per cui mi guarderò bene dall’affermare che l’affiatamento con Martin LeMar al microfono funziona che è una meraviglia: lo butterebbe fuori prima della pubblicazione dell’articolo.

talesfuturepast

La mia esperienza col nuovo Tales of a Future Past è stata di questo tipo: forti dubbi iniziali, mossi da un qualcosa che avrei individuato solo in un secondo momento, poi una improvvisa esaltazione che mi ha fatto come gridare al miracolo, e, infine, un deciso ritorno sui miei passi. Lo giudico un album buono, meno continuo e ispirato di Lurking Fear – dove avevano perfettamente compreso il tipo d’approccio da portare avanti, e di pari passo rinunciato a qualcosa sul piano della pura soddisfazione strumentale – ma tuttavia superiore ad ogni pubblicazione successiva. Anche al penultimo In a Mirror Darkly, che non era affatto malvagio. A renderlo migliore di Wanderer on the Edge of Time e compagnia bella, direi, è un senso di personalità che accomuna un po’ tutto: la struttura del disco, la tipologia di suoni ricercata (croce e delizia, come leggerete tra un po’), e, andando sul semplice, le idee che Hubert ha avuto. La smetterei, semmai, di intitolare gli album come roba varia proveniente dalla discografia dei Blind Guardian: tre degli ultimi quattro LP vanno in quel senso e la cosa sta iniziando a farmi riflettere, oltre che preoccupare.

Tales of a Future Past vive comunque di sali e scendi. Debutta con due pezzi validi eppur privi di un guizzo, per intenderci, quello che sistematicamente ti coglieva nell’ascoltare l’articolato – ma tutto sommato semplice – speed’n’thrash che li caratterizzò fino a The Principle of Doubt. Quel genere di anima è presente in Lurking Fear, e non se ne ritrovano evidenti riscontri negli odierni Mekong Delta. In seguito a una noiosissima strumentale, Landscape 2 – Waste Land, arriva la medicina. Un pezzo come Mindeater è necessario, altrimenti non ti risollevi più: diretto, lineare, una bordata powerthrash per certi versi quasi americanizzata e in cui finalmente le chitarre la fanno da padrone. Dopodiché si prosegue con il sali e scendi: The Hollow Men è buona ma ci mette un po’ troppo a decollare, e l’altra strumentale, Landscape 3 – Inharent è probabilmente il miglior pezzo di tutto il lotto, seguita da una suite sì dinamica, ma anche in debito d’incisività.

Ciò che accomuna ogni nota di Tales of a Future Past è la mano di Ralf Hubert, come se di notte fosse entrato in studio di registrazione e avesse combinato un casino memore dei tempi di Ronnie James Dio sul Live Evil. Si sente solamente il basso, il che suona come una punizione nei miei confronti, dato che quello strumento vado sempre ricercandolo, apprezzandolo, pretendendolo. Il basso è talmente sovrastante da disturbare, da annichilire l’ottimo lavoro svolto dietro alla sei corde da Peter Sjoberg, per intenderci, il tizio dei Theory in Practice che si firmava e continua a firmarsi Peter Lake.

I Mekong Delta non sono un gruppo che ami oppure odi. Semmai te ne accorgi subito o non te ne accorgerai mai, e io che li seguo da un pezzo non potrò certamente sentirmi deluso per delle piccole imperfezioni che, a musicisti navigati e un po’ pretenziosi, capiteranno e si ripeteranno sempre, lungo i rispettivi percorsi. In ogni modo un buon lavoro, l’ennesimo. (Marco Belardi)

One comment

  • Ma come si fa nel 2020 a produrre un disco dove quasi non si sentono neanche le chitarre?!?!? Si sente solo il basso cribbio.
    E’ la vendetta per tutti i dischi thrash i cui il basso non si sente mai, aahahahaha.

    "Mi piace"

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