I BEHEMOTH hanno pubblicato un nuovo EP: A Forest

Che ci piaccia o meno, bisogna ammettere che i Behemoth sono un gruppo sui generis, che sfida continuamente le nostre categorie mentali in cui incaselliamo le varie tipologie di gruppi. Certo, da Satanica in poi hanno cominciato a rendere le loro sonorità sempre più plasticose, e da questo punto di vista non si discostano minimamente dalle tendenze di certo metal estremo moderno. C’è anche da dire, però, che alla fine quel sound poi definito da qualcuno blackened death metal l’hanno praticamente portato alla ribalta loro – e anche su questo la Avantgarde Music ci aveva visto molto lungo. È poi innegabile che la maggior parte dei gruppi death metal moderni possa annoverare tra le sue influenze principali Behemoth e Nile, i quali sono diventati quello che sono passando per i Morbid Angel. In questo modo Nergal è diventato, volenti o nolenti, uno dei personaggi metal più famosi al mondo. Contemporaneamente e parallelamente ha costruito intorno a sé un immaginario da icona pop, ed è difficile dire se il suo successo sia arrivato grazie a o a dispetto di ciò. Ma la cosa più assurda è che con loro non si può neanche parlare di teorema degli Ulver, o di quanto erano belli i primi album e di quanto siano vomitevoli quelli che sono venuti dopo quando si sono venduti al dio denaro, perché, parliamoci chiaro, Grom fa schifo quasi quanto il gelato della compagnia omonima, che è plasticoso e industriale come Evangelion.

Quindi, contro ogni aspettativa, è andata a finire che i Behemoth del primo periodo black sono di gran lunga peggiori di quelli molto plasticosi e industriali venuti dopo, e che il loro miglior album per distacco, The Satanist, ricco di pathos ed epicità, l’abbiano pubblicato a venti anni dal debutto, dopo aver firmato il contratto con la Nuclear Blast ed essere diventati estremamente famosi. Il loro miglior album e, per assurdo, anche quello dall’animo più black metal nella loro discografia, nonostante le chiare influenze rock molto presenti. Già con l’LP successivo però, quello il cui acronimo sembra la compagnia di telefonia mobile, I Loved You at Your Darkest, l’anima sembrava persa nuovamente. Nonostante le somiglianze che si possono notare con gli ultimi grandi e irreprensibili Rotting Christ facessero ben sperare, soprattutto nei ritmi maggiormente marziali, nella decostruzione delle canzoni e nell’incomprensibile mancanza di riff, alla fine dell’ascolto di Iliad ILYaYD rimane ben poco.

 

 

E questo EP dal titolo A Forest dà, ancora una volta, imprensioni decisamente contrastanti. Se la scelta di proporre una cover dell’omonima canzone dei The Cure può sembrare tutto sommato in linea con la recente svolta stilistica, specie per quanto riguarda l’ultimo album, il risultato non è però dei migliori. Tendenzialmente apprezzo quando i miei artisti preferiti decidono di proporre qualche cover, come, per fare qualche esempio, le versioni di Creeping Death dei Dark Angel, di Planet Caravan dei Pantera o di 21st Century Schizoid Man degli Shining norvegesi, perché ti permettono di avere uno sguardo privilegiato sulle loro influenze filtrato stilisticamente da loro stessi. In questo caso il risultato non è neanche così negativo, perché i Behemoth riescono a trovare il giusto equilibrio tra la fedeltà all’originale e la reinterpretazione. Tuttavia, non si capisce tanto il senso di far fare la comparsata a Niklas Kvarforth degli Shining svedesi proprio qui, su questa traccia – e per fortuna che non sono quelli norvegesi: l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo periodaccio è di un sodalizio tra il Nergal da Novella 2000 e l’ultima digievoluzione di Jørgen Munkeby. Kvarforth sembra proprio sprecato in questa veste, anche perché ogni tanto la fronte più alta della Polonia interviene al microfono cantando in un tono che fa molto black/gothic metal vampiresco, tanto che al primo ascolto mi ha confuso e sono andato a controllare se per l’occasione fosse stato invitato anche il petto villoso di Fernando Ribeiro – però forse non siamo ancora pronti a vedere neanche quest’altro sodalizio. Ad ogni modo, a quel punto non era meglio fare all in e farla cantare totalmente da Kvarforth trasformandola definitivamente in una canzone black metal (più o meno), oppure, in alternativa, farla cantare tutta dalla nuova versione di Nergal (che sarebbe sì suonato un po’ strano, ma non era neanche tanto male)?

Un’altra cosa che mi sfugge, e che credo sfuggisse a tutti anche all’epoca di The Sound of Silence rifatta dai Disturbed, è il senso di girare un videoclip per una cover. Ma a parte questo, la metà poco sensata dell’EP si esaurisce con la cover registrata in studio e una sua versione proposta live a Varsavia nel 2018, che vanno a rappresentare le prime due tracce. Le altre due tracce, Shadows ov Ea Cast upon Golgotha ed Evoe, non sono niente male e sembrano riprendere quello stile black metal con influenze rock caro agli ultimi due album dei Behemoth. Per fortuna le canzoni sono tornate ad avere una struttura come in The Satanist, e questo mi lascia una volta tanto ben sperare per il loro prossimo album. Perché a voler fare come gli ultimi Rotting Christ ed eliminare pressoché completamente i riff si rischia grosso e si viaggia in bilico su una sottile linea che separa le ciofeche dai capolavori (e ogni tanto persino i greci hanno perso l’equilibrio). (Edoardo Giardina)

7 commenti

  • Il tizio svedese recita meglio di come canta^^’

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  • Dio, ma che merda è? Ma come fa la gente ad ascoltare ‘sta roba? ma chi può avere così tanto cattivo gusto ed amore per l’attitudine falsa, per il polipropilene, per il pvc, per il polietilene e altri polimeri assortiti?

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  • La consuetudine di suonare musica di altri è molto antica e diffusa fin dagli albori della civiltà: tanto per fare un esempio, il jazz e il blues vivono di standard, ovvero di brani classici che vengono suonati da tutti e con cui tutti gli artisti si devono confrontare. Quando si passa al rock e al metal, le cover hanno un significato più emozionale che artistico, eccetto pochi casi.
    Ora, cosa vorrebbe comunicarci Nergal con una cover dei Cure? Poi, perché presentarla sia in studio che dal vivo, una dopo l’altra nello stesso EP? Evidentemente ne va molto orgoglioso, ma io francamente non lo capisco e aggiungo che l’esperimento non è riuscito bene. Molto meglio quando fecero “I got erection” dei Turbonegro.

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  • all inizio del video qusi mi aspettavo Benson con i nani… ma questo invece è una cagata pazzesca!!!

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  • Lorenzo (l'altro)

    Mi spiace dirlo, che poer me Satanist è un gran disco, ma ‘sta cover è una zozzata immonda.

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  • Lorenzo (l'altro)

    Cioè, stesso campo (o quasi), ma i Moonspell con Love will tear us apart e i Rotting Christ con Four Horsemen hanno fatto infinitamente meglio, no?

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  • Antonio Capronica

    Secondo me il gelato di Grom e mega bono. Sta cover invece…

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