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NILE – Vile Nilotic Rites

10 dicembre 2019

È opinione comune tra i fan che i Nile abbiano perso parecchio smalto più o meno da At the Gate of Sethu in poi. Io, che ho smesso di trovarli davvero appassionanti già ai tempi di Annihilation of the Wicked (il “sei” che gli affibbiai ai tempi di Metal Shock fu forse la recensione cartacea che mi attirò più madonne insieme al “sette” a The Puppet Master di King Diamond), tutto questo tracollo non lo vedo. Il brutal death metal di scuola Usa non è un genere che consente troppe evoluzioni creative e i Nile, al netto di scale arabe e strumenti tradizionali egiziani, pur avendo avuto un impatto enorme sulla scena dei primi anni duemila, non erano in realtà un gruppo chissà quanto innovativo nemmeno agli esordi, quantomeno se paragonati a band esplose più o meno nello stesso periodo come i Dying Fetus. Da musicisti dediti a un genere tradizionale, in particolare se di età non più verde (Karl Sanders ha 56 anni, sei più di un Alex Webster, per dire), quel che è lecito aspettarsi è una dignitosa routine che accontenti i seguaci e, da questo punto di vista, con Vile Nilotic Rites gli americani dimostrano di sapersi difendere ancora molto bene.

L’addio del frontman storico Dallas Toler-Wade, nella band dai tempi di Black Seeds Of Vengeance, aveva gettato diversi fan nello sconforto ma l’innesto di due elementi nuovi – Brian Kingsland e il giovane Brad Parris – accanto ai due membri storici superstiti ha restituito nerbo e freschezza a una formula che resta quella ma non appare più avvitata su se stessa come nel precedente What Should Not Be Unearthed, che avevo trovato scipito e un po’ noioso.

Gli elementi folk sono meno relegati al rango di meri interludi e tornano a essere componente sostanziale del riffing, che si concede anche qualche citazione cinematografica (la sinuosa Seven Horns Of War, forse l’episodio migliore, riprende in alcuni passaggi le colonne sonore di Godzilla e del Signore degli Anelli). E, in generale, c’è una capacità di sintesi maggiore. Se The Imperishable Stars Are Sickened sfora gli otto minuti, The Oxford Handbook Of Savage Genocidal Warfare, orgia di stop’n’go con un George Kollias scatenato, e la micidiale Snake Pit Mating Frenzy sono schegge rapide e letali che faranno volare parecchie teste nel pit. Espressiva e “tuckeriana” l’ugola di Kingsland, che accentua il tocco alla Morbid Angel dei frangenti più rallentati, come l’iniziale Long Shadows Of Dread.

In un periodo nel quale si vedono decine di testate esaltarsi per ordinari gruppi clone come, che so, i Tomb Mold, i vecchi leoni continuano a graffiare assai meglio di tante new sensation posticce messe sugli scudi giusto per far finta di ignorare la crisi creativa che da anni attraversa il genere. Non sono (ancora) un vecchio rimbecillito refrattario al cambiamento, ascolto decine di gruppi nuovi ogni mese, ma il disco death metal che mi è rimasto fisso in cuffia questo novembre è stato Vile Nilotic Rites. Considerando che non sono manco mai stato ‘sto grande fan dei Nile, qualcosa vorrà dire. (Ciccio Russo)

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