Storia male illustrata del black metal vampiresco

Prima che l’inverno a cavallo tra il 1993 e il 1994 culminasse, una temeraria spedizione organizzata da esploratori norvegesi decise di tributare l’impresa di Ernest Shackleton a bordo del veliero Endurance e il conseguente salvataggio dei superstiti, i quali, presso l’isola di Elephant, resistettero per settimane alla minaccia di fame e intemperie. Sebbene fossero trascorsi ottant’anni dalla sfiorata tragedia, gli scandinavi optarono ugualmente per un approccio tradizionale alla navigazione e scelsero di volgere il proprio sguardo al Polo Nord, più ragionevolmente raggiungibile rispetto a quello opposto, con il fine unico di ricercare gelide terre ove recarsi a registrare i nuovi videoclip di Emperor, Satyricon ed Immortal.

La nave venne varata in Inghilterra da un giovane e promettente marinaio, che i possenti norvegesi, non senza evitabile presunzione, schernirono e sottovalutarono per la sua bassa statura oltre che per la voce così fastidiosamente acuta. Tuttavia il veliero rimase di proprietà della Corona inglese, e il popolo nordico riuscì a strappare soltanto una preziosa quanto striminzita concessione all’utilizzo: come capitano fu nominato l’emergente Daniel Lloyd Davey, mentre le operazioni a terra, la gestione delle mute di cani da slitta e ogni altra questione di natura logistica avrebbero ricevuto meticolosa cura da parte degli ufficiali Olve Eikemo, Sigurd Wongraven e Tomas Haugen. Quest’ultimo era rigorosamente accompagnato dal fedele ed eclettico medico di bordo Vegard Sverre Tveitan, esperto nella prevenzione dello scorbuto e nell’utilizzo di lacci per capelli.

Sarah Jezebel Deva

La navigazione procedette senza particolari intoppi in direzione delle isole Svalbard, presso le quali sarebbero state imbarcate generose razioni di carne di foca e carbone. Gli unici intoppi provenivano dalla mancanza di coordinamento tra i due equipaggi: quello inglese, composto dal capitano Davey e dai suoi pallidi mozzi, e quello norvegese, ambizioso di sensazionali scoperte e con lo sguardo perennemente rivolto all’orizzonte. In una notte timidamente illuminata dall’aurora boreale, il veliero cominciò a fare i conti con il pack frammentato alla deriva: si scelse di proseguire nella navigazione con lo scopo di approdare alle terre della Groenlandia più rivolte al Polo, ma così facendo si cominciò a deviare più e più volte a causa dell’infittirsi del pack, finendo per circumnavigare la gigantesca isola verso l’imbuto mortale e l’intricato labirinto rispettivamente caratterizzati dalla Baia di Baffin e dal Passaggio a Nord Ovest.

A un certo punto procedere divenne impossibile, tanto il ghiaccio aveva preso il sopravvento, e così il veliero fece sosta nel pack completamente solidificato in attesa di giorni favorevoli. I cani si mostravano sospettosi verso l’equipaggio inglese: abbaiavano continuamente al capitano Davey e sembravano sfidare, a zanne serrate, anche i suoi pallidi assistenti. Al contrario i norvegesi, in tutta tranquillità, iniziarono a nascondersi in stiva per effettuare alcune videochiamate verso il Nord Europa.

Daniel Lloyd Davey

Il medico di bordo origliò una conversazione tra il fedele Tomas Haugen e una personalità ignota, nel corso della quale pareva si progettasse in gran segreto qualcosa di nuovo, nominando inspiegabilmente il gas Zyklon. Nella fattispecie colse la frase “ha sempre i capelli buttati all’indietro, un giorno indosserà maglioncini a collo alto e si farà crescere la barba hipster”, e si insospettì non poco.

Sigurd Wongraven era al telefono con il centro assistenza Amazon, da cui aveva ordinato un teschio e un rapace impagliato da fotografare per un libretto illustrativo, e cercava di capire se un certo Ted Skjellum fosse stato a casa per poter ricevere la consegna del pacco da parte del corriere Bartolini.

Olve Eikemo scese addirittura sul pack per telefonare, probabilmente mosso dall’imbarazzo per le parole che avrebbe pronunciato: scivolò e rotolò per metri, finché venne attaccato da alcune misteriose figure nell’oscurità. A quel punto corse di nuovo a bordo, mentre i cani abbaiavano al buio senza ricevere alcuna considerazione dal resto dell’equipaggio.

Al mattino i cani erano tutti morti, e a scomparire era stato proprio il loro sangue, del quale si rinvennero solo alcune tracce. Sigurd iniziò a truccarsi nervosamente la faccia con il fard e gli altri lo ammonirono subitaneamente, invitandolo a seguire le istruzioni comportamentali ricevute dall’ammiraglio Oystein Aarseth prima di salpare. Olve si rifugiò in stiva e cominciò a bere ossessivamente birra, e inoltre ruppe del gesso, lo sminuzzò e prese a inalarlo in nome di Blashyrkh. Il medico di bordo fu costretto a sedarlo, dopodiché aggiunse altra gelatina ai capelli e si dileguò.

Tomas Haugen aveva intuito qualcosa, o almeno così suggerivano i lunghi silenzi e gli sguardi inquisitori che dall’alto spediva al capitano Davey, come un ripetuto monito dai toni severi.

endurance1

L’Endurance ancora intatta nella morsa del pack

I naviganti furono svegliati dal tonfo sordo dell’albero di trinchetto, il quale si era spezzato a metà sotto la pressione incessante del pack. La nave, anziché innalzarsi verso l’alto, era finita in mezzo a un pericoloso gioco di compressione e stritolamento, azione causata da due blocchi di ghiaccio mossi l’uno contro l’altro. Iniziarono a caricare sulle slitte cibo, capi di vestiario e altri beni essenziali come la musicassetta di December Moon dei Morbid, e portarono con sé ben tre scialuppe da destinare all’equipaggio in caso di navigazione sicura nelle acque libere dal ghiaccio. Si diressero a sud-est, e poi scomparvero nel nulla.

Due anni più tardi una nave rompighiaccio riuscì ad accedere, all’irrompere della primavera, in quella che a lungo era stata nominata zona di ricerca, senza produrre significativi risultati. L’allora ammiraglio Roger Rasmussen, detto Hell Commander, attendeva ansioso in diretta radio, vomitando di tanto in tanto nel secchio custodito di fianco alla scrivania. Quello che l’equipaggio della rompighiaccio ebbe modo d’osservare destò stupore e raccapriccio in ognuno. Nessuno osava aprir bocca, anzi si limitavano a ricacciar dentro i conati con la flebile speranza che presto sarebbe giunto l’ordine di ripartire, con i motori spinti a pieno regime.

Sulla costa sassosa e sferzata dal vento di un’isola minore della Groenlandia, oramai scollegata da terra dal precoce sciogliersi dei ghiacci, l’equipaggio inglese del veliero era sopravvissuto per lunghe stagioni cibandosi avidamente di robuste foche fasciate. Uno di loro, Nicholas, era particolarmente ingrassato e affermava di non aver mai buttato via niente. Il capitano Davey sembrava aver perduto ogni parvenza del portamento degno d’un ufficiale: aveva rubato il cerone facciale da una cassa di equipaggiamenti di sopravvivenza dei norvegesi, e si era pittato la faccia in una maniera che suscitò orrore nei marinai giunti in suo soccorso. Inoltre, proprio in quel momento, i due chitarristi – Stuart e Gian – stavano bollendo il sangue d’un grosso tricheco deceduto da giorni, e di tanto in tanto ne lanciavano una manciata addosso a una ragazza Inuit che tenevano in ostaggio e che avevano denominato “la corista”.

Il capitano dell’imbarcazione telefonò a terra e avvisò l’Hell Commander: “Qui pattuglia di soccorso, chiamo terra. Stiamo ritornando a casa con il futuro del black metal. Passo e chiudo.” (Marco Belardi)

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