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Apoteosi del Gothenburg unsound: IN FLAMES – I, The Mask

8 marzo 2019

Mi dispiace vedere due come Anders Friden e Bjorn Gelotte perennemente sulla difensiva. Ripetono a oltranza che divideranno i fan ad ogni nuova uscita, e che non pubblicheranno mai più un The Jester Race. Forse si tratta del più grosso fraintendimento possibile e immaginabile, perché siamo sicuri che – ad oggi – qualcuno glielo stia davvero chiedendo? Personalmente mi augurerei un album composto con il cuore e una rinnovata ispirazione, e fin dai tempi di Reroute To Remain o al limite Come Clarity, ho sempre mandato giù l’amaro boccone ammettendo che di pezzi piacevoli eccome se ce ne erano. Ma ormai si erano infilati in un pericoloso limbo, con in mano un biglietto di sola andata da cui altri seppero come tenersi a distanza di sicurezza. Perfino i Dark Tranquillity, in pilota automatico da una vita, aggiungono o tolgono elementi da una formula base che è assodata dai tempi di Damage Done, e arrivano a pubblicare un più che onesto Atoma. Oppure i Soilwork, capaci di azzeccare tre dischi di fila dopo aver rintracciato David Andersson, il braccio destro giusto per Bjorn Strid. Gli stessi Avenged Sevenfold, paladini del metalcore d’oltreoceano, sono un gruppo dietro al quale non perderei mezzo pomeriggio, ma ne capisco l’utilità all’interno del circuito mainstream e ne percepisco il corretto funzionamento; questo anche senza apprezzarne la musica.

Gli In Flames invece non ce l’hanno fatta, non in quel senso, s’intende. Una volta elaborata la summa del proprio sound in Clayman, hanno riazzerato tutto quanto iniziando a guardarsi intorno. Chi suona cosa, oggi? Lentamente, ma neanche troppo, si sono accasati presso la musica appartenente ad altre generazioni o ideologie di sorta, optando per quella che risultava ai loro occhi l’unica corrente forte da un punto di vista strettamente mediatico. E con il sound di Colony ne accontenterai di fan, ma finirai per raggiungerne molti meno di quanti la tua ingordigia ne vorrebbe avere su Spotify, o davanti a un palco di quelli belli rialzati e illuminati. Le emozioni che mi hanno sempre travolto con l’ascolto di un loro album, sin da quando premetti play per far partire Moonshield, sono state del tutto annientate dalla fredda esecuzione di un metal perennemente sottomesso a tutto ciò che è stato in voga, presso un pubblico prettamente giovanile, dall’anno Duemila in poi. Gli In Flames di oggi sono un blocco di ghiaccio che pretende di emozionarti grazie ai suoi onnipresenti e tronfi ritornelli.

Anders Friden, un quarantaseienne con la barba da gestore di pub, finito nostro malgrado per fare il verso al metalcore americano. Tradotto, lo zio che si mette a dare ripetizioni di matematica per vedere se riuscirà a chiavarsi qualche compagna di classe del nipote, ovvero l’unico modo in cui gli In Flames suonano dal preciso momento in cui hanno stabilito come procedere oltre il vistoso Clayman. Friden appartiene ad una generazione ben precisa, e non può far finta di essere in grado di attraversare le epoche, risultando per giunta sempre adeguato a ciò che faranno gli altri. Non può riportare a casa i vecchi fan con qualche sporadica accelerazione, perché già lo fanno i Trivium, e per giunta piace. E nemmeno sembrare più giovane di quanto lo fossero i macchinosi Metallica col cappellino, che suonavano St. Anger in un carcere, come quarantenni che vengono dalla stessa strada piena di tute dell’Adidas e treccine, in cui si urlava a squarciagola il nome dei Korn. Gli In Flames odierni sono fuori luogo quanto lo furono i Metallica nel 2003, e non c’è spazio per le ridicole scusanti a cui si appigliano per tenere a bada critiche o luoghi apparentemente comuni, che, generalmente e in particolar modo nel mondo del metal, si sono riversati contro chiunque abbia tirato fuori le palle dagli anni Novanta in poi. Se avete pubblicato BattlesSounds Of A Playground Fading è soltanto colpa vostra. Non ha senso stare sulla difensiva.

I, The Mask riesce solo ed esclusivamente nell’impresa di suonare giusto un po’ meglio degli ultimi dischi, riuscendo a coinvolgere grazie a qualche ritornello accattivante come quello di Follow Me, per poi lasciarti dentro il medesimo vuoto che ha aleggiato su quasi tutta la discografia della band dal 2000 in poi. Fatte pochissime eccezioni, individuabili dentro a lavori passabili ed in cui si finiva per godere anche con poco, come Siren Charms. I, The Mask suona un po’ più pieno di Battles, ha un piglio da album importante e vorrebbe fissare una sorta di punto d’arrivo come all’epoca accadde appunto con Clayman. Una sorta di seconda chiusura del cerchio. Sentitevi We Will Remember, arrivate al suo ritornello stucchevole e cercate di provare seriamente qualcosa. Mettetegli in fila Burn. Riff retrò, velocità e refrain nuovamente privo di sale, ma proprio Friden in sede di interviste disse che andava fiero esattamente dei ritornelli di I, The Mask. Che sono poi la linfa vitale del metal-core americano.

Questa è la musica a tavolino dei giorni nostri, che permette al metal di galleggiare poco al di sotto del circuito mass media che conta: è più densa, chitarrona e appesantita dei Bring Me The Horizon e non ammicca alle loro multiformi contaminazioni, ma se non è zuppa sarà al limite pan bagnato. E comunque, caro Anders, un Whoracle semplicemente non saresti in grado di rifarlo, anche perché il tempo delle cartucce migliori è generalmente lo stesso per tutti, il mood di certe epoche non si ripete, e in maggior misura perché non sarebbe in grado di fornirti il successo a cui ambisci. Toccherebbe ricambiare zona, ed è un po’ tardi per pensarci. Così, come David Andersson si è rivelato la manna dal cielo capace di esaltare le capacità di Bjorn Strid nei Soilwork, e Phil Demmel aveva portato i Machine Head del carismatico Robb Flynn a rinascere in piccole perle come The BlackeningUnto The Locust, oggi Anders Friden è un uomo solo al timone di un franchising scaltro e inefficace, e che cadrà eternamente dalle nuvole alla pubblicazione dell’ennesimo dischetto composto in croce rielaborando la formula del successo altruiPerché ce l’hanno tutti con me? Ma goditi i soldi e falla finita.

I, The Mask poggia comunque le sue basi su di una magnifica produzione ed è spinto da un battage mediatico assolutamente adeguato, di cui fanno parte attiva le scroscianti lamentele di cui vi ho accennato sopra: distraetevi da tutto ciò, perché è soltanto la solita solfa di sempre con ancora più patina sopra; proprio come un prodotto avariato la cui data di scadenza viene allungata ancora un po’, per vedere chi finirà per correre al cesso per primo. Vorrei dirvi che a Friden serve come il pane il ritorno di Jesper Stromblad, ma dubito che le cose possano andare così, specie dopo tutto quello che ha passato. Vorrei anche raccontarvi che I, The Mask è l’album più quadrato che hanno inciso dai tempi di Clayman, quello che suona maggiormente consapevole di essere ciò che gli In Flames – effettivamente – sono oggi diventati, mettendoci la faccia e continuando a battere le testate sul muro fino a che questo non crollerà. Letteralmente non si tratterebbe a tutti gli effetti di una bugia, almeno evitando di fare caso a quella maledettissima patina che fa scomparire tutto, proprio tutto: cambiate una virgola a I, The Mask, non mandate le sue canzoni incontro a quei dannati ritornelli usciti dal solito stampino, ed otterrete un disco davvero buono. Ma non lo è.

Un tempo icone di un qualcosa che aveva la sua magia, e dall’altra parte della medaglia, i suoi lati negativi; oggi faticosamente aggrappati ad altro pur di continuare a sentirsi importanti. Prendetevi una pausa da tutti questi calcoli e fatevi una birra, che tanto la paga lo zio. (Marco Belardi)

11 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    8 marzo 2019 16:30

    Mah, è brutto, tutto qui. Ma pure gli ultimi 4 Soilwork e Dark Tranquillity lo sono. Abbandonati da tempo al loro destino.

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  2. Cure_Eclipse permalink
    8 marzo 2019 16:35

    Non è tutto da buttare, forse il loro migliore lavoro da A Sense Of Purpose (detto però da uno che ama i vecchi IF ma adora al contempo Come Clarity), ma non è che ci volesse molto. Lo ascolterò ancora per qualche settimana in auto, poi verrà dimenticato da qui all’eternità.

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  3. El Baluba permalink
    8 marzo 2019 18:05

    Ho tenuto botta fino a A Sense Of Purpose, che a me piace ancora un botto, ma già Sounds… inizia a mostrare tante crepe e con quell’obbrobrio di Siren Charms li ho mollati del tutto. Se avrò tempo proverò a darci una ascoltata,

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  4. andrea permalink
    8 marzo 2019 18:30

    E’ generalmente bruttino, fiacco, ruffianello,qui e là ascoltabile, talvolta caruccio, ma è tutta l’operazione ad apparire finta, insincera, impostata. pop metal? e non sarebbe un complimento. non è questione di rivangare nostalgicamente il passato, ma bisogna ammettere che allora avevano un senso, adesso no

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  5. vito permalink
    8 marzo 2019 21:35

    di sti tizi ho un cd del 2006 “come clarity” neanche tanto male,in allegato c’era pure un dvd con le canzoni riproposte dal vivo, peccato pero’ che e’ completamente in playback ! manco i Coldplay avrebbero tirato una sola del genere.

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  6. Fredrik DZ0 permalink
    9 marzo 2019 21:08

    purtroppo è tutto vero… non basta un ritornello ben azzeccato ogni 3 pezzi per far riaccendere la fiamma. A 20 anni (tra subterranean e jester race, più o meno) ero convinto che sarei invecchiato con loro, che sarebbero stati il gruppo che mi avrebbe accompagnato per tanti anni… e invece adesso un nuovo loro album mi lascia abbastanza indifferente. lo ascolterò, ci sarà sicuramente qualcosa di buono, ma dubito che andrà oltre la superficie

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  7. Marco Belardi permalink
    9 marzo 2019 23:29

    io capii che stavano diventando roba grossa quando fra the jester race e whoracle, il nome sui giornali iniziava a comparire un po’ troppo spesso. lì per lì non mi presero, whoracle fu la svolta. gli ho sempre preferito altri, ma per me gli In Flames erano il gruppo che se voleva, ti acchiappava subito. purtroppo hanno cercato di mantenere quest’aspetto lasciando per strada troppe altre cose, e in ogni caso, la strada che tentano adesso non è palesemente la loro

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