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Peggio di una sbornia: CARNAL FORGE – Gun To Mouth Salvation

11 febbraio 2019

Quand’è che possiamo realmente considerare bello un disco?

Who’s Gonna Burn, seguito a debita distanza da Firedemon, è il migliore album mai realizzato dai Carnal Forge. Mi piacque fin da subito, e me lo sono riascoltato qualche mese fa perché intendevo parlarne sulla rubrica Avere vent’anni. Onestamente mentirei se affermassi che me ne ricordavo anche solo una singola nota. Non è l’incapacità dei suoi brani nel risultare incisivi a non avermi lasciato niente dentro: sul momento risuonavano piacevoli senza particolari eccezioni, tranne forse quella Confuzzed così differente dalle altre. Il fatto è che, in tutto questo tempo, non ho mai avuto la minima voglia di rimetterlo su, Who’s Gonna Burn, forse perché i Carnal Forge non si sono mai distinti per ciò che facevano; neanche quando quella roba andava così di moda da mettere in una posizione favorevole chiunque si cimentasse nel suonarla. Eppure esistono album degli Sleep che considero autentici manuali della musica pesante, ma che non ho riascoltato molto spesso, ed il motivo è che non ne sentivo assolutamente la necessità: è come se me li avessero marchiati a fuoco nella memoria, per cui esistono due casistiche nelle quali un album non può e non potrà mai essere considerato bello, o superiore alla sufficienza, o usate l’aggettivo che preferite. Neanche se, non appena ne siete entrati in possesso, esso avrà svolto alla perfezione la sua funzione di impeccabile materiale usa e getta. Come lo era molto del materiale centrale o parallelo rispetto al rinomato e abusato Gothenburg sound. 

Quello che riesce ai Carnal Forge di oggi è il rientrare nella categoria in cui si trovano tantissime band che rimediano con facilità un contratto discografico, sia storiche che giovani, le quali pubblicano costantemente un qualcosa che è ideale per passare rapidamente su Spotify e poi scomparire per sempre. A nessuno interesserà sapere che dei Carnal Forge debuttanti di Who’s Gonna Burn è qui presente il solo Jari Kuusisto, o che il nuovo batterista di cognome fa realmente Dinamarca. E nemmeno che la mia canzone preferita di questo loro nuovo disco è Aftermath, perché nell’affermare questo me la sono già dimenticata e proprio adesso sto cercando di ricollegarmi a come essa suonasse. Ricordo che attaccava bene, un po’ alla Terror 2000, dopodiché c’era questo finale tranquillone ma comunque azzeccato. Aftermath è immersa in un mare di brani simili e accomunati dal medesimo destino di finire nel dimenticatoio al primo ascolto, quindi non ha senso nominare Sin Feast Paradise dal riffone slayeriano e dal piacevole retrogusto blues; questo perché ce l’ho sotto adesso ma non è e non sarà mai all’altezza di una Palace Of Lepers, capitolo centrale di un album nella media degli At The Gates, ma che comunque ho scolpita nella mente, e mi ha già portato a rimettere su quel To Drink From The Night Itself di cui generalmente apprezzo anche altro. È questione di personalità e di capacità, e non solo.

Riprovate, riascoltate Gun To Mouth Salvation una seconda e una terza volta, e non sarà cambiato assolutamente niente: vi piacerà come quei videogiochi che avete portato a casa con entusiasmo per poi mollare al secondo passaggio. Oppure vorrete forse sapere che i Carnal Forge hanno preso un nuovo frontman, che non ha l’impostazione alla The Haunted del precedente ma canta più sporco, e dà l’impressione di trovarsi in sala di registrazione mentre azzanna un panino alla mortadella di cinque o sei etti. Ringhia, ruggisce, ma non combina niente di buono per cui Gun To Mouth Salvation verrà effettivamente riconsiderato. Si può davvero continuare a reputare adeguato un album che sappiamo con precisione quale fine farà una volta terminato il suo ascolto? Riflettete su questo aspetto, perché c’è una miriade di gruppi là fuori che se ci riescono possono farlo solo ed esclusivamente per due motivi: incapacità di scrivere buona musica senza adeguarsi a degli standard, il che ti porta a comporre suonando come lo farebbe qualcun’altro; oppure, nostro malgrado, una forte capacità di scrivere musica a tavolino, sapendo che quella tipologia di prodotto tira nella stessa misura in cui, al giorno d’oggi, tirano dischi privi di anima firmati Lamb Of God o altro. E sono contentissimo se voi li avete compresi e amati, ma tolta la sicura capacità dei musicisti coinvolti, tipo un Chris Adler a caso, là dentro ci sarà effettivamente molto poco a livello di contenuti. E’ la personalità a non rendere una Aftermath o una qualunque hit dei Carnal Forge o dei Soilwork di mezzo, un qualcosa che un giorno vorrò davvero riascoltare. Come appunto Palace Of Lepers, che non è lontanamente paragonabile a Cold Terminal Spirit Disease, ma di fatto mi rimbomba ancora nella testa e chissà per quanto tempo lo farà.

carnalforgeband.jpg

Sono cinque dischi consecutivi che i Carnal Forge producono musica usa e getta, sicuramente non sgradevole, ma pur sempre usa e getta. Prodotti formalmente impeccabili, ma con l’asterisco minuscolo sotto che sta a sottintendere tutte le problematiche elencate sopra. Sono vent’anni che le grosse case discografiche europee si crogiolano nella pubblicazione di album che, proprio come questo, non riescono a suscitare clamore neanche quando ritorna qualcuno o qualcosa che era fuori dai giri dal 2007 (o dal 2010, se si considera che all’epoca misero in circolazione un singolo intitolato Blood War, di cui ricordo che – nel videoclip ufficiale – il cantante aveva la peggiore capigliatura mai mostrata in pubblico da un essere umano). In quell’anno, intendo il 2007, ho rimediato la peggiore sbornia della mia vita, vomitando per una notte intera; e l’ultimo ricordo che ho prima di essermi addormentato è che il soffitto era contorto e ruotava né in senso orario, né antiorario. Era tutto quanto rimescolato, proprio come in un album degli Sleep che ho menzionato in precedenza. Al risveglio ero perfettamente cosciente di tutto quello che era accaduto la sera prima, compreso che avevo mandato a fare in culo un ragazzo che stava solo cercando di aiutarmi, e che un’amica aveva guidato la mia auto fino a casa mia, per tirarmi su per le scale e poi tornare a casa sua in taxi. Ricordo tutto nei minimi dettagli, incluso il fatto che ripresi a vomitare per un paio di ore nel corso della mattinata stessa, e per quanto avessi ascoltato il penultimo album dei Carnal Forge – Testify For My Victims – giusto due o tre mesi prima di quel triste evento dal forte carattere epatico, è di quest’ultimo che non mi sovviene proprio un cazzo, tranne che il cantante era impostato proprio come ho scritto sopra. La storia, con l’aiuto dell’acuto sadismo che caratterizza l’essere umano, ciclicamente fa tornare di moda cose che avevamo riposto con fatica all’interno dei più oscuri cassetti della memoria: come le felpe e tute della Champions, per intenderci. Se mai lo swedish death dovesse beneficiare di questo privilegio, i Carnal Forge – pur essendo riconosciuti fra le dieci o quindici figure principali del movimento – continuerebbero sicuramente a realizzare prodotti destinati a non durare nel tempo. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. vito permalink
    11 febbraio 2019 13:56

    Obsolescenza programmata !

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  2. weareblind permalink
    11 febbraio 2019 16:40

    Musica buona ma usa e getta, concordo.

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  3. Fredrik DZ0 permalink
    11 febbraio 2019 21:42

    io dei carnal forge ricordo che erano la brutta copia dei discreti In thy dreams (sempre con i kuusisto bros).

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