Avere vent’anni: ottobre 2002

BEHEMOTH – Zos Kia Cultus (Here and Beyond)

Ciccio Russo: Con Satanica e Thelema.6 – due dischi che, a distanza di lustri, continuano a dirmi poco – erano arrivati il contratto con Avantgarde e il plauso pressoché unanime della critica. Zos Kia Cultus fu invece il disco in cui quella che era fino a poco prima una formazione black metal di seconda o terza fascia sintetizzò la formula che la avrebbe portata a un successo di pubblico crescente, fino a diventare uno dei principali “gruppi di ingresso” per la generazione di metallari venuta su a metà anni duemila. Formula che, in concreto, è un death metal violento e sulfureo, pesantemente ispirato ai Morbid Angel e non distantissimo da certe intuizioni coeve dei Nile. Si tratta di un cammino evolutivo che era stato percorso negli anni precedenti da diversi esponenti della scena norvegese, con esiti però inferiori. Più centrato e coerente dei due lavori precedenti, dove l’inserimento di elementi eterodossi era stato più cauto e sperimentale, Zos Kia Cultus è per lo più un discreto album di death americano suonato con una sensibilità europea, che lascia spazio a reminiscenze del passato nei momenti più ritualistici e cadenzati (Blackest ov the Black), vicini a soluzioni sulle quali molto avrebbero insistito in futuro i Rotting Christ. Il botto che sarebbe seguito di lì a poco era, in ogni caso, imprevedibile, per quanto (e questo dovranno ammetterlo anche i detrattori più indefessi) allora dal vivo i polacchi avessero davvero pochi rivali.

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NEGURA BUNGET – ‘N Crugu Bradului

Michele Romani: ‘N Crugu Bradului è universalmente riconosciuto come il capolavoro assoluto dei Negura Bunget da Timisoara, il cui leader e principale compositore Negru ci ha purtroppo lasciato a soli 42 anni per un attacco di cuore. I Negura Bunget ai tempi erano una band ben diversa rispetto agli ultimi deludenti dischi; parliamo di un black metal (o primitive transilvanian metal come amavano definirsi) ancora lontano dalle pesantissime influenze folk che li avrebbero caratterizzati soprattutto da Tau in poi. Certo un lavoro sicuramente atipico per l’epoca, in cui già spuntavano qua e là strumenti tipici del foklore romeno e partiture progressive che si intersecavano con un tremolo picking di tipica scuola norvegese e una base di tastiere di chiara emperoriana memoria. ‘N Crugu Bradului (di cui conservo ancora il bellissimo packaging in A5 con tanto di foglia di edera all’interno) non è sicuramente un disco facile da assimilare, coi suoi quattro pezzi di circa 13 minuti l’uno che presentano moltissime sfaccettature al loro interno. Bisogna armarsi di santa pazienza per coglierne tutti gli innumerevoli aspetti ma, una volta che ti entra in circolo, non ne puoi più fare a meno.

WOODTEMPLE – Feel the Anger of the Wind

Barg: Sono legatissimo al secondo disco degli austriaci Woodtemple, ovvero The Call from the Pagan Woods, ma anche questo debutto merita assai. È un black metal atmosferico, silvano, dai tempi sempre molto lenti, con un’andatura cadenzata e un’atmosfera a metà tra l’eroico e il rassegnato. Si sentono parecchio le influenze dei Graveland, tanto che lo stesso Rob Darken è stato chiamato a suonare il basso in un paio di occasioni nella discografia dei Woodtemple; però il risultato può comunque dirsi abbastanza personale. Feel the Anger of the Wind ha tre canzoni effettive, tutte poco sopra i dieci minuti, e riesce a trasportare l’ascoltatore in uno stato di contemplazione ipnotica, con quei giri lenti e ripetuti all’infinito che richiamano scene di campi di battaglia disseminati di cadaveri, mentre la pioggia picchietta piano sulle foglie che nascondono i corpi di guerrieri morti. Lo schema riuscirà ancora meglio col disco successivo, come già detto, ma con Feel the Anger of the Wind i Woodtemple avevano già dimostrato di saper centrare il bersaglio.

ULVER – Lyckantropen Themes

Giuliano D’Amico: In origine colonna sonora di un cortometraggio svedese che acquistai in DVD e guardai una volta per poi metterlo nel dimenticatoio, Lyckantropen Themes è uno di quegli EP di quel periodo in cui ci si chiedeva ancora che cosa stessero combinando gli Ulver. Frutto, almeno in parte, di adattare la musica al film e di esigenze alimentari, il disco è meno a fuoco dei due EP dell’anno precedente, ma ne condivide i pregi: vale a dire i due-tre accordi o linee di pianoforte che, remixati, rivisti e riarrangiati, creano l’atmosfera e il significato dell’intero album. In altre parole, basta ascoltare il primo brano per capire tutto il disco. Il resto, infatti, è poca cosa: il film omonimo, per quanto mi ricordi, era una riflessione sulle tensioni coniugali, e gli altri brani un’antologia di fruscii, rumorismi e mortacci vari, di cui – vent’anni fa come adesso – ce n’è uno che mi è sempre sembrato una gallina che fa coccodè.

MEZZERSCHMITT – Weltherrschaft

Barg: Mi ero completamente dimenticato dell’esistenza di questo disco, eppure all’epoca lo ascoltai parecchio. Weltherrschaft , EP di diciotto minuti scarsi, rappresenta l’unico frutto discografico di questo progetto estemporaneo dietro cui si celavano nientemeno che Blasphemer ed Hellhammer insieme a Lars Sorensen dei Red Harvest, tutti rigorosamente sotto pseudonimo. Stilisticamente è figlio delle marcette militari di Grand Declaration of War, con batteria e chitarra che incedono a ritmi spezzati e marziali e la voce (di Blasphemer) che declama cose minacciose in un pessimo tedesco. Uscì abbastanza in sordina e venne dimenticato in fretta, eppure dalle intenzioni degli autori doveva rappresentare una possibile nuova via al black metal, genere che in quel periodo in molti cercavano di adattare ai tempi che cambiavano. Più che una nuova via fu però un vicolo cieco, visto che questi spunti non credo siano stati ripresi più da alcuno; di sicuro non dai Mayhem (che con Chimera iniziarono il percorso all’indietro) né tantomeno dai Mezzerschmitt, che non produssero più alcunché. È comunque interessante da riascoltare, quantomeno a posteriori; di certo aiuta il fatto che sia un breve EP, perché un disco intero sarebbe stato comunque difficile da reggere.

PARADISE LOST – Symbol of Life

L’Azzeccagarbugli: Symbol of Life è il peggior disco dei Paradise Lost e su questo penso che non ci sia bisogno di discutere molto. Posto a suggello della fase depeche metal dei Nostri, che personalmente ho sempre trovato tanto stimolante quanto inserita in un percorso discendente, Symbol of Life è l’evidente frutto di una band che ha esaurito la vena creativa. Un lavoro mediocre, scritto con la mano sinistra, ma non brutto. L’album comunque scòre, come diceva Carlo Verdone: Erased è caruccia, Mistify è coatta e divertente e No Celebration è davvero ottima. Il resto è la versione annacquata di un esatto mix dei due precedenti lavori, senza alcun guizzo particolare e con molto poco da dire. Se ne saranno accorti anche Holmes e soci, perché il successivo Paradise Lost comportò una netta variazione sia nei suoni che nella qualità dei brani.

TAPROOT – Welcome

Barg: Nel 2002 il nu metal era bello che morto, e già non si usava più quel termine. Specifico che quando dico morto intendo commercialmente, altrimenti nei commenti mi scrivono di nuovo una lista di quaranta nomi di gruppi sconosciuti o che nu metal lo sono giusto di sfuggita. Però insomma, tutta quella massa di ascoltatori che aveva fatto la fortuna del genere da qualche parte doveva pure andare, e difficilmente si sarebbe messa ad ascoltare, non so, Celine Dion o i Cirith Gorgor; inoltre era passato un numero sufficiente di anni affinché ci fosse una nuova generazione di musicisti ventenni che avevano passato l’adolescenza a giocare a fare i depressi con i Korn di sottofondo. E così il nu metal cambiò pelle, come già spiegato a proposito dei Disturbed, mischiandosi con altri generi e con una più generale via americana al rock duro. I Taproot fanno parte di questa ondata: per spiegarli in due parole, direi che sono un incrocio tra il nu metal più all’acqua di rose e gli Alice in Chains, in un modo che all’epoca venne definito nu grunge. Alla fine Welcome è anche carino, e lo dico con un pizzico di vergogna; è roba parecchio adolescenziale, sia per i testi che parlano di angosce da scuola superiore, sindromi d’inadeguatezza, litigi con la fidanzatina etc, sia per la musica in sé che concettualmente è abbastanza terra terra. Ma, ripeto, il disco è carino. Famosissima Poem, il cui video all’epoca veniva trasmesso di continuo, ma anche le altre non sono male. In realtà non c’è neanche un pezzo brutto qua dentro, ma resta il fatto che, per una questione di dignità, non potrei mai consigliarne l’ascolto.

KING CRIMSON – Happy with What You Have to Be Happy With

L’Azzeccagarbugli: Per me i King Crimson sono la perfetta esemplificazione in musica del nobile concetto del “me cojoni!”. Ovviamente, prestandosi tale espressione latina a molteplici e poliedrici significati, è giusto precisare che in questo caso è da intendersi nella sua attenzione pienamente positiva, come insegna il Maestro Castellari. Ogni volta che metto su un disco di Fripp e soci infatti scopro qualcosa di nuovo, qualcosa che non avevo notato, qualcosa che mi impressiona ancora una volta. E questo vale per tutte le loro uscite, anche quelle minori rispetto al resto della discografia (di recente ho riascoltato Beat: e che gli vuoi dire?), e anche per progetti paralleli ed EP. Questo Happy with What You Have to Be Happy With non fa eccezione, soprattutto per quando è uscito. Infatti l’EP fa da antipasto al sound di The Power of Believe, che sarebbe stato pubblicato pochi mesi dopo, nel 2003 (ad oggi l’ultimo album in studio della band), venendo accolto con grande curiosità. La title track contiene una versione leggermente più lunga dello straordinario pezzo che sarebbe finito sul disco, poi troviamo una splendida versione acustica di Eyes Wide Open e vari intermezzi, frippertronics vari che ci piacciono tanto a fare da collante tra i brani (tra i quali spicca Shogonai) e c’è anche spazio per il blues marcissimo belewiano di Potato Pie, come sempre efficace, e per la folle ghost track Einstein’s Relatives. Ovviamente l’EP aveva più senso nel 2002, quando non era ancora uscito The Power To Believe, ma resta comunque una bizzarria più che piacevole.

OMNIUM GATHERUM – Steal the Light

Barg: Questo EP di cinque tracce è il primo vagito discografico degli Omnium Gatherum, gruppo finlandese dal suono assai particolare che, per qualche motivo, ha raggiunto una relativa notorietà solo nella parte discendente e peggiore della discografia. Steal the Light è un primo, timido passo nella direzione che la banda avrebbe preso più in là, anche se le idee non erano ancora chiarissime. Però Son’s Thoughts contiene già in nuce gran parte delle future intuizioni e di quelle atmosfere cosmiche che poi costituiranno la loro vera cifra distintiva, e Candles for Giordano Bruno, a parte il titolo un po’ così, è un bel pezzo tirato nonostante ancora un po’ troppo derivato dai Dark Tranquillity. Steal the Light fu un debutto promettente, nonostante l’acerbità: il difetto più grosso è il cantante, Antti Fillpu, che comunque non sarebbe durato troppo dietro al microfono degli Omnium Gatherum.

SPIRITUAL BEGGARS – On Fire

SPIRITUAL BEGGARS – On Fire

Lorenzo Centini: A proposito di uno dei brani di questo disco, a causa di una divergenza di vedute tra di noi, il prode Belardi ci tiene a farvi sapere che “KILLING TIME NON È LONTANAMENTE UNA CAGATINA“. A onor del vero anche un insospettabile Romani è dalla sua. Ma, siccome chi scrive è sempre dalla parte della ragione, vi dico che Killing Time, col suo ritornello sciatto da media classifica sanremese di una volta, è di gran lunga il pezzo peggiore di un disco per cui all’epoca ero piuttosto in fissa. Amott al lavoro su una nuova direzione a seguito della dipartita di Spice, all’opera ora coi suoi Mushroom River Band, tanto fighi quanto senza speranze. Il rimpiazzo è di lusso, JB dei Grand Magus, all’epoca in parabola ascendente. Amott lascia che Spice si porti via quel poco di punk che era rimasto nello stoner dei nostri e accentua il lato Deep Purple. Mark III, perché JB, come s’è già detto, è un Coverdale ultra mascolino. Si gioca quindi tra ritmi hard rock e nebbie di hammond, in brani retro-moderni come Fools Gold e Black Feathers (moog di Tarot Woman, hammond di Might Just Take Your Life, le citazioni si sprecano). Un po’ dei Beggars precedenti si sentono nella cazzuta Tall Tales (assolo semplice e davvero bello) e nei due pezzi all’inizio. L’impressione però è quella di un disco studiato a tavolino per suonare in quel modo lì e distanziarsi dalla plebaglia drogata, forse fiutando il declino della stoner-mania. Solo che, se la risposta è il classic rock più ingessato, non mi sento di dire che Amott sia stato lungimirante. Comunque, non me ne vogliano i colleghi, il meglio sta nell’ultima Look Back (chiudete gli occhi e siete quasi a Woodstock con Joe Cocker, peccato per l’assolo indegno di chitarra) e nel ritornello fenomenale della bonus track Burden of Dreams, ritornello che trasforma una canzoncina qualunque in un brano epic da far crollare le mura di Gerico. Merito di JB.

NOCTURNAL RITES – Shadowland

Barg: Grazie ad Avere vent’anni stiamo ripercorrendo la discografia dei Nocturnal Rites sin dal principio, e con Shadowland siamo arrivati al punto in cui l’un tempo gloriosa banda svedese è diventata un gruppo normale. Il fascino dei primi dischi, specie quel The Sacred Talisman che a mio parere rimane il loro capolavoro assoluto (anche se sono in molti a preferirgli il precedente Tales of Mystery and Imagination), stava nella loro personalità e nella loro riconoscibilità, a partire dalla voce sgraziata eppure azzeccatissima di Anders Zackrisson. Perso lui, i Nocturnal Rites si sono incamminati pervicacemente sulla strada per la normalizzazione. Chiusa la parentesi di Afterlife, disco sperimentale e sostanzialmente sbagliato, con Shadowland gli svedesi sono diventati uno dei tanti gruppi bensuonatibenprodotti i cui dischi sono privi di difetti e di anima. Sfido chiunque a trovare un passaggio a vuoto in Shadowland, ma sfido anche chiunque a ricordarsi più di un paio di ritornelli a qualche ora dall’ascolto. La voce di Jonny Lindqvist è il perfetto simbolo di tutto questo: potente, tecnicamente ineccepibile, con un timbro accattivante che in certi momenti lo fa somigliare a Jorn Lande, ma signori miei, che palle. Giuro di aver riascoltato l’album almeno 6-7 volte per intero prima di mettermi a recensirlo, eppure non mi è rimasto in testa niente. E questo vale più o meno pure per gli altri tre o quattro dischi che hanno fatto dopo.

DAYLIGHT DIES – No Reply

Michele Romani: Chi mi legge da tempo sa che la mancanza di originalità per me non è stato mai un grande problema: se alla fine il prodotto è valido, ci passo tranquillamente sopra, vedi ad esempio i Black Reaper di cui avevo parlato nello speciale sul black metal cinese, una band clone dei Dissection che aveva tirato fuori un disco della madonna. In questo frangente i protagonisti della scopiazzatura sono sempre svedesi, ma non la band di Nödtveidt bensì i Katatonia di Brave Murder Day, a cui gli americani Daylight Dies attingono in tutto e per tutto, nella struttura dei brani, nel suono e nella voce; l’unica differenza forse è un elemento death metal maggiormente marcato e brani un po’ più intricati che possono ricordare alla lontana anche l’esordio degli Opeth. Nonostante ciò, l’esordio di questa band americana rimane un disco di ottima fattura che presenta alcuni pezzi veramente notevoli, come l’opener The Line That Divides, la stupenda Unending Waves e In The Silence, in cui il cantante si diletta anche nella voce pulita. Nonostante col tempo li abbia persi un po’ di vista, questo No Reply rimane comunque un ottimo d’esordio, sicuramente derivativo ma comunque ideale per chi si professi amante delle tipiche sonorità melodic death doom novantiane.

RAISE HELL – Wicked is my Game

Marco Belardi: In quegli anni andavano ancora di moda i Terror 2000, sebbene il seguito di Slaughterhouse Supremacy non valesse un quinto della sola Son of a Gun, Daughter of a Slaughter. I Raise Hell avevano due opportunità: la prima, dimenticare la sbornia di Not Dead Yet del 2000, un radicale restart di un progetto che in principio aveva funzionato benissimo e che li aveva ingiustamente portati all’etichettatura come cloni dei Dissection, per mezzo di un disco, Holy Target, che conosco pressoché a memoria. La seconda, rendersi conto che quell’album aveva giusto due o tre canzoncine accettabili e ripartire un’altra volta da zero; non so, stavolta anziché al thrash metal potevano dedicarsi alla new wave, o fare qualcosa tipo Il Volo imbrattati però di sangue come nelle foto storiche. Avrei certamente gradito l’originalità e certe volte pagherei affinché le band mi assumessero come manager, anche solo per evitare che escano altri Wicked is my Game. Il mio primo contatto col disco fu probabilmente anche l’ultimo, prima di oggi. Andai a ritirare un pacco di promo da Audioglobe, nei loro uffici ad Osmannoro, poco fuori Firenze, e con piacere constatai che c’erano i Raise Hell. In realtà la loro presenza era un’arma a doppio taglio e, appena inserito nell’autoradio, si manifestò uno dei titoli più privi di mordente di quel periodo storico privo di mordente in cui la Scandinavia, da madre dei vari Dissection, primi In Flames e quant’altro, stava dando il peggio di sé. I Raise Hell andavano assumendo il ruolo di attore secondario e referenziale in un contesto nel quale anche gli attori primari correvano forti verso la decadenza creativa e artistica. Immaginate quindi come potesse essere questo cazzo di dischetto qua.

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ICED EARTH – Tribute to the Gods

Barg: Questo è un disco-tributo che in origine venne allegato a un lussuoso cofanetto comprendente i primi tre dischi (più demo) degli Iced Earth e che, poco dopo, venne pubblicato anche da solo. Non sono un grande fan di questo genere di operazioni (i dischi-tributo dico, non i cofanetti) ma Tribute to the Gods fa eccezione. La ratio sul modo di risuonare vecchi classici, e sul criterio di scelta degli stessi, la commentò lo stesso Jon Schaffer ai tempi: secondo l’Uomo, lo scopo di una cover è semplicemente rendere omaggio a ciò con cui si è cresciuti, e dunque bisogna suonare il più simile possibile all’originale proprio per questo motivo; il concetto è che quei pezzi sono già perfetti e modificandoli si peccherebbe di presunzione. Un’opinione come un’altra, certo, ma solo così si riesce a capire la scelta di pezzi che più sputtanati proprio non si poteva, nonché l’aderenza agli originali di queste undici cover. Che non sono tutte venute benissimo, eh, ma sono comunque interessanti per gli amanti del suono morrisoundiano dei vecchi Iced Earth. Ad esempio in Dead Babies di Alice Cooper si sentono le vibrazioni luciferine di Burnt OfferingsAbbastanza oscure anche le due dei Kiss, Creatures of the Night e God of Thunder; non così invece Black Sabbath, a conti fatti la vera nota stonata del disco, in cui non si riesce a restituire quel fascino stregonesco dell’originale. Screaming for Vengeance è una bella mazzata come da copione, e sono carine pure le rese dei due pezzi degli Ac/Dc (Highway to Hell e It’s a Long Way to the Top) ma il vero motivo per cui Tribute to the Gods ogni tanto ripassa nel mio stereo è Hallowed be thy Name, sempre riproposta identica all’originale ma potenziata da quello stesso suono spaccapanzer che era riuscito a rendere Horror Show un disco carino anche in assenza di canzoni. Provate a dargli un’ascoltata, non si sa mai.

3 commenti

  • Dismantling Devotion è fuori scala (capolavoro di doom-death melodico). Vi consiglio caldamente di recuperare A Frail Becoming. Tra l’altro i Daylight Dies sono fermi, discograficamente, al 2012 ma Egan O’Rourke sta per uscire con un interessante progetto a nome MMXX (cui partecipa come singer su alcune tracce Dan Swano).

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  • Peggior disco dei Paradise Lost è un titolo che se le giocano le ultime cacatine stitiche che pubblicano oggigiorno, Symbol of Life è appena sotto i loro classici. Behemoth la merda di plastica

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  • Mi spiace ma, parere personale e col bene che voglio a JB dei Grand Magus dei primi due album, gli Spiritual Beggars senza Spice non valgono nemmeno la metà di quelli precedenti… e la situazione sarebbe drasticamente peggiorata.

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