Avere vent’anni: settembre 2002

LACUNA COIL – Comalies

Barg: Ho storicamente un pregiudizio verso i Lacuna Coil. Probabilmente perché sono usciti durante un periodo della mia vita in cui si è poco tolleranti, oppure perché le riviste ne parlavano un po’ troppo bene per i miei gusti, non so. Sono contento che abbiano avuto successo in quanto italiani, quello sì, ma in casa mia non sono mai entrati, salvo la copia di Unleashed Memories comprata alla cieca appunto perché in giro ne si parlava troppo bene. Di Comalies ricordo la sfiancante Heaven’s a Lie, passata a ripetizione da qualsiasi apparecchio dotato di amplificatore, che a un certo punto presi a odiare visceralmente. Al momento di rimettere il disco nello stereo mi sono quindi preparato al peggio, e invece devo ammettere di essere rimasto sorpreso, perché non me lo ricordavo così. Heaven’s a Lie è sempre lì, e l’insofferenza è ritornata alle prime note, ma tutto il resto dell’album non è poi così male. Sono tutte canzoncine tutto sommato ascoltabili, in certi momenti addirittura carine, e – escludendo l’esasperante singolo – mantengono un portamento anni Novanta tanto ingenuo da essere affascinante. Non dico che ora prenderò ad ascoltarmelo tutti i giorni, però ogni tanto potrebbe ripassare dallo stereo; sempre ovviamente saltando la seconda traccia, per carità.

HATE ETERNAL – King of all Kings

Griffar: Non è la prima volta che recensisco questo Lp, dato che ne scrissi già vent’anni fa per Metallus. L’articolo cominciava con un AAAAAARRRRRRRGGGGGGHHHHHH!!!!!!, in maiuscolo: me lo ricordo bene perché è lo stesso modo con il quale inizierei a recensire King of all Kings se fosse uscito ieri. Quest’album ti fa venire la necessità di urlare tutto il tuo odio a squarciagola, oggi come allora. Scrissi che King of all Kings è il Reign in Blood del death metal e naturalmente non ho mai cambiato idea: ne ha la stessa identica attitudine e per certi versi ne ricalca anche il formato nella scaletta. La title-track è la loro Angel of Death, a partire dalle liriche in cui viene ripetuta incessantemente la frase “I am the king of all kings”. Il disco intero è una furia incontrollata, un assalto frontale che toglie il respiro: dieci canzoni per 34 minuti scarsi, il più lungo la conclusiva Powers that Be da 4 minuti, forse l’unica nella quale si percepiscono accenni di una labile melodia. Gli assoli di Erik Rutan sono pari pari a quelli della coppia Hannemann/King, cascate di note altissime che spaccano i timpani; e, sebbene l’impostazione di Rutan sia un po’ più tecnica di quella dei due chitarristi degli Slayer, paga loro un pesante debito d’ispirazione. Manco a dirlo, King of all Kings vola via in un batter d’occhio lasciandosi dietro solo rovine fumanti, disperazione, morte e desolazione. È death metal, cari miei, di quello suonato ai massimi vertici, e non ci si aspetta altro dopo il suo uraganico passaggio. È il capolavoro degli Hate Eternal, uno dei punti più alti mai toccati dal death americano, suonato da paura (il batterista Derek Roddy è una mitragliatrice umana) da un trio di assatanati che fanno talmente tanto baccano da sembrare in centomila. Questo disco è storia, se non lo avete mai ascoltato vedete di rimediare quanto prima, vi accorgerete che Rutan nei Cannibal Corpse è un talento sprecato… Che cazzo ci starà lì a fare non lo so, lui che ha scritto King of all Kings.

DEINONYCHUS – Mournument

Michele Romani: Ho sempre nutrito una certa simpatia per personaggi come Marco Kehren, l’uomo che si cela dietro i Deinonychus, autore unico di musica e testi per questo progetto che oramai ha compiuto 30 anni di carriera. Partiti con un canonico black metal di scuola nordica (il terrificante The Silence of December, l’unico disco che mi ricordi a prendere 1 su tutte le riviste metal specializzate), col passare degli anni i Deinonychus (di seguito diventati una band a tutti gli effetti) hanno virato pesantemente verso sonorità doom/black con qualche elemento simil-industrial, con risultati a volte soddisfacenti a volte no, cosa che però non ha impedito a Marco di andare per la sua strada fregandosene di tutto e tutti nonostante le vendite siano sempre state scarsissime. Questo Mournument resta a distanza di anni il loro disco a mio parere meglio riuscito, l’unico probabilmente a presentare retaggi tipici del doom gotico, genere che a quei tempi andava ancora per la maggiore. Undici tracce soffertissime che ti lasciano un grandissimo senso di disagio, come ad esempio l’opener Salus Deceived (uno dei più grandi pezzi doom di sempre, non scherzo affatto), grazie anche alle vocals strazianti di Marco che ricordano molto da vicino i latrati del Jonas Renkse di Dance of December Souls. Un disco tassativamente da riscoprire, anche perché purtroppo il gruppo olandese non si sarebbe più ripetuto su livelli simili.

LIMBONIC ART – The Ultimate Death Worship

Griffar: C’è chi pensa che il quinto – e all’epoca considerato ultimo – disco dei Limbonic Art, fenomenali norvegesi alfieri di un black metal sinfonico cupo, forsennato e straziante, sia sottovalutato. Opinioni, ma il fatto stesso che, dopo averlo pubblicato, Daemon e Morfeus decisero di mettere una pietra sopra al progetto (temporaneamente, come si sarebbe visto in seguito) porta a pensare che il risultato finale non soddisfacesse in pieno i suoi stessi creatori, i quali venivano da un filotto di dischi straordinari, a partire da Moon in the Scorpio,  ormai considerato un classico, fino a Ad Noctum/Dinasty of Death,  a mio parere il loro apice. Probabilmente la tensione generata dalle aspettative del pubblico li innervosì, e questo nelle composizioni si sente eccome. The Ultimate Death Worship è tutto meno che un brutto disco, ma soffre di troppa frenesia e di una violenza sonora a tratti forzata. Tolti i due brevi intermezzi space/ambient, i sei brani effettivi sono brutali, aggressivi fino all’eccesso. Eccesso perché il loro symphonic black tecnico e contorto, stile che si inventarono loro e che portarono avanti sempre e solo loro, mal si sposa con questa estrema violenza. Per riuscire in quest’intento si sarebbe dovuto innanzitutto snellire il minutaggio dei brani, che invece non scendono mai sotto i sei minuti e arrivano a dieci con Towards the Oblivion of Dreams, suite schizoide contortissima al cui termine si tira un sospiro di sollievo tanto è crudele ed efferata. Al tempo fummo in molti a sospettare che i due componenti del gruppo fossero ai ferri corti tra loro, e che questa rabbia avesse permeato i pezzi nuovi con il risultato che ancor oggi possiamo ascoltare. The Ultimate Death Worship è senza dubbio il disco meno riuscito della prima fase della carriera dei Limbonic Art e, pur non essendo brutto, rispetto ai quattro predecessori sfigura.

DISTURBED – Believe

Barg: Edoardo non fu per nulla gentile coi Disturbed quando andò a ripescare il debutto The Sickness per questa rubrica. In realtà non sono d’accordo con lui praticamente in nulla, nonostante nutra per l’Uomo grandissima stima umana e intellettuale: innanzitutto non considero i Disturbed un gruppo nu metal nell’accezione del termine solitamente associata ai vari Korn e Deftones, ma un’evoluzione del genere necessaria non tanto alla sua sopravvivenza (che a ben vedere non c’è stata: nel 2002 praticamente non esisteva già più) ma alla sua mutazione in uno stile che potesse durare fondendosi con la classica via americana al rock duro. Più che ai succitati, i Disturbed andrebbero quindi accostati a gruppi coevi dai confini più vaghi come Drowning Pool, Evanescence, Staind, Creed/Alter Bridge e Five Finger Death Punch, molto diversi tra loro ma che mantengono un quid di fondo nel rifferama, nella compressione delle chitarre, nei ritmi sincopati, che può essere fatto risalire appunto al nu metal vero e proprio. In questo senso i Disturbed furono tra i pionieri di una nuova via al metal americano che fondeva il nu metal col nu grunge e con un po’ tutto quello che capitava. Di più: tutto quello di cui Edoardo accusava i Disturbed in realtà può essere tranquillamente riferito ai Linkin Park, il cui Hybrid Theory fu da tutti i punti di vista la pietra tombale del nu metal, genere che ha sputtanato e di cui ha reso palesi tutti i limiti e le ruffianerie. Dal mio punto di vista i Disturbed sono semplicemente un gruppettino orecchiabile da sentire in macchina e che, specie agli esordi, era capace di tirare fuori delle canzoncine molto carine. In Believe ce n’è più di una.

MYSTIC CIRCLE – Damien

Griffar: I tedeschi Mystic Circle sono sempre stati presi per il culo da tutti, in molti casi non a torto, ma un paio di dischi li hanno azzeccati anche loro: Drachenblut del 1998 e soprattutto Infernal Satanic Verses del ’99, quest’ultimo un lavoro con abbastanza poco da invidiare ai più blasonati Cradle of Filth e compagnia gothic/blackeggiante. The Great Beast del 2001 fu una discreta schifezza, inaspettata perché la band sembrava in costante miglioramento dopo quell’ammasso di merda che fu il loro esordio, di cui non cito neanche il titolo per non invogliarvi ad ascoltarlo. E invece l’anno dopo uscì Damien. Rispetto a The Great Beast le cose vanno un po’ meglio, si ritorna su canoni compositivi vicini a quelli di Infernal Satanic Verses, anche se i pezzi sono meno ispirati ed efficaci. Parte 666 – Mark of the Devil, con buoni riff e tastiere efficaci e non troppo invadenti, e ci si compiace del fatto che i Mystic Circle siano ancora in grado di scrivere del black metal decente, ma già la successiva God Is Dead – Satan Arise comincia a denotare quei cali di tensione che sono il marchio di questo album, che alterna frangenti convincenti e buoni pattern compositivi a momenti che fanno perdere interesse. Le parti migliori sono quelle ad alta velocità ma quando rallentano e cercano di divagare nel death metal o peggio ancora nel thrash non ci azzeccano proprio, perché evidentemente non sono capaci di comporre musica che non sia lanciata a tutta manetta. Il mio sospetto è che parte della colpa sia da attribuire alla Massacre records, etichetta che puntava fortemente al mainstream ed ai grossi volumi di vendita… Ma quali grossi volumi di vendita possono mai avere i Mystic Circle? Finché hanno inciso per Last Episode erano un gruppo di nicchia, probabilmente libero di scrivere musica senza costrizioni, ma Massacre era quasi una major e senza dubbio qualche direttore artistico ci mise il becco. “Ammorbidiamo un po’ il suono, il pubblico non potrà che aumentare”. Che troiata di ragionamento. Il risultato fu un disco con diversi alti ma anche molti bassi, che raggiunge la sufficienza senza andare oltre. Rimane anche l’ultima opera dei Mystic Circle vagamente ascoltabile: nelle produzioni successive da salvare c’è pochissimo.

THE KOVENANT – In Times Before the Light

Michele Romani: Ad essere sincero non sono mai stato un grande fan dei The Kovenant, né per quanto riguarda la loro prima incarnazione a nome Covenant (l’originale In Times Before The Light penso sia uno dei dischi di black sinfonico più sopravvalutati di sempre, Nexus Polaris caruccio ma sono anni che non lo riascolto) né nella versione electro-industrial metal successiva. Il disco in questione appunto non è nient’altro che il remix del debutto del ’97, con parti risuonate del tutto ed altre ampiamente modificate nello stile dei “nuovi” The Kovenant. Non parliamo di un totale stravolgimento del suono come successe ad esempio per quella porcata immonda di Stormblast 2005, ma comunque di una veste nuova per un lavoro che, come già detto, non aveva lasciato gridare al miracolo già nella sua prima versione, nel senso che in ambito sympho BM la Norvegia aveva tirato fuori roba di gran lunga migliore. Un’operazione totalmente inutile per un disco già piuttosto inutile di per sé.

ANTAEUS – De Principii Evangelikum

Griffar: Definizione di estremo secondo il dizionario Treccani: che è o rappresenta il termine ultimo di qualche cosa oppure eccessivo, troppo spinto, non moderato. De Principii Evangelikum è esattamente tutto questo. Un termine ultimo, un disco dove il raw black metal incontra il parossismo del brutal death e del grindcore in modo eccessivo, privo di alcuna moderazione ed edulcorazione. Nove brani più una breve outro per la durata complessiva di neanche ventotto minuti; voci straziatissime, ossessive e ossessionanti a cura di MkM, non di rado ai limiti del sopportabile e talvolta anche oltre questi limiti; riff caotici (mai rumore fine a se stesso, si badi bene); batteria spaventosa che aggredisce le orecchie dell’ascoltatore con una mazza ferrata e le riduce ad una poltiglia macilenta. Tra i dischi black metal più violenti di tutti i tempi, patisce come quasi sempre l’eccessiva somiglianza tra i brani ma se consideriamo l’estrema brevità dell’opera ciò non infastidisce più di tanto. Questa musica non è per tutti: se nel black metal cercate anche altre cose al di fuori della più pura e insensata violenza, difficilmente arriverete al terzo brano. Se invece ogni tanto volete randellarvi con musica che ricorda il frastuono di una colata di acciaio in fonderia, gli Antaeus fanno per voi. De Principii Evangelikum è il secondo dei loro quattro full, anche se la loro discografia è rimpolpata da una copiosa quantità di split, live album, EP, demo eccetera, che viaggiano tutti sugli stessi binari. Un gruppo estremo come da definizione da manuale. Tutto qui.

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VILE – Depopulate

Ciccio Russo: Adesso non se li ricorda quasi nessuno ma Depopulate fu uno dei migliori album di death metal americano usciti quell’anno, nonché lo zenit di questo gruppo californiano che avrebbe davvero meritato miglior fortuna. Dopo un esordio più tradizionale, quale il comunque notevole Stench of the Deceased, i Vile affinarono stile e tecnica, in decisa controtendenza rispetto all’andazzo della scena statunitense dell’epoca. Laddove i vari Disgorge e Devourment incarognivano il suono il più possibile, puntando tutto su violenza e cacofonia, il quartetto di Concord partiva da una matrice brutal classica (Suffocation, Cannibal Corpse et cetera) e la contaminava con elementi ai limiti del black metal (sentitevi Eat the Rude), parentesi dissonanti e addirittura chitarre acustiche. C’è una vena melodica peculiare che fa scorrere il disco in scioltezza e fa venir voglia di premere subito ‘play’ un’altra volta, c’è una perizia strumentale non trascurabile e sempre al servizio della canzone, c’è una produzione che sa di antico in anni che vedevano la plastica iniziare a imporsi come standard. Metal Archives li dà ancora per attivi ma è da oltre un decennio che non combinano più nulla.

SATANIC SLAUGHTER – Banished to the Underworld

Griffar: Alle spalle delle superstar Dissection, Dark Funeral e Marduk, in Svezia è sempre esistito un sottobosco di gruppi dediti alla contaminazione tra black e swedish death, con più di una variegatura thrasheggiante. Dai Throne of Ahaz ai Sacramentum passando per Dawn, Noctes, The Abyss, Swordmaster, Raise Hell, Nifelheim e Sacrilege, solo per citarne alcuni, erano in diversi a scalpitare alla ricerca di un posto al sole. Alcuni ce la fecero, per molti altri non fu così, nonostante l’ottima qualità delle loro uscite. In questa pletora di gruppi c’erano anche i Satanic Slaughter, autori tra il 1995 e il 2002 di quattro album, l’ultimo dei quali è questo Banished to the Underworld . Sono tutti dischi di pregevole fattura nei quali la ferocia tipica del black svedese è perfettamente bilanciata da generosi dosi di melodie di chiara derivazione Dissection, con un risultato piacevolissimo fatto di partiture varie e complesse, suonate con notevole perizia, ottimo affiatamento e perfetto amalgama. A partire dalla breve e cattivissima Bringers of Armageddon, meno di due minuti di assalto all’arma bianca, fino alla conclusiva cupa e melodica Ending in Misery, il quintetto ci regala dieci brani di eccellente livello per 37 minuti di musica, oserei dire la perfezione per un Lp di questo genere. Nessun brano è un riempitivo, nessun brano avrebbe potuto essere scartato: Banished to the Underworld avrebbe meritato molta più considerazione. Purtroppo il velo di sottovalutazione che sempre accompagnò il percorso dei Satanic Slaughter non fu squarciato e i ragazzi gettarono la spugna dopo questo canto del cigno. Menzione particolare per il batterista Martin Axenrot, un vero fenomeno. Che peccato.

ISIS – Oceanic

Barg: Il concetto proustiano di madeleine è decisamente abusato e anche io vi sono ricorso più volte. Però stavolta usarlo ha più senso del solito: appena premo play e partono le prime note di The Beginning and the End vengo teletrasportato nella mia stanza da fuorisede universitario, con la pioggia che picchietta sulla finestra in una sonnacchiosa domenica mattina. Alzo il volume, mi sposto in cucina per fare il caffè e trovo Ciccio seduto al tavolo disseminato di briciole e avanzi della cena del giorno prima mentre appronta un qualcosa che migliorerà grandemente l’esperienza dell’ascolto degli Isis. Questo è il punto fondamentale della questione. Per me gli Isis (e quelli come loro) sono irrimediabilmente legati a un periodo di cazzeggio e svacco totale. La gente dice che il power metal è musica adolescenziale impossibile da sentire da adulti, al contrario degli Isis. Per me è l’opposto: per sentire i Rhapsody hai solo bisogno di un po’ di buonumore, per apprezzare gli Isis (e quelli come loro) hai bisogno di ridurti in uno stato psicofisico non dico devastato ma quantomeno un pizzichino alterato. Quindi a 40 anni le occasioni per far ciò diminuiscono, specie se passi una discreta parte del tuo tempo a cambiare pannolini. Poi Oceanic è talmente bello che te lo puoi sentire pure di mattina in metropolitana, ma noi che abbiamo vissuto come abbiamo vissuto sappiamo bene che per fartelo entrare sottopelle devi stare allegro, diciamo così. Chi tra di voi può capire mi capirà, gli altri si fidino. Comunque capolavoro assoluto.

STÍNY PLAMENŮ – Rány černým Kovem

Griffar: Difficile che i più giovani tra voi conoscano i cechi Stíny Plamenů, altra scoperta di Blackgoat della Barbarian Wrath, i quali, a livello concettuale, si erano inventati un nuovo modo di concepire il mondo black metal facendosi sempre immortalare nelle fognature di chissà quale città, probabilmente Praga. Per loro il black metal è una musica underground, e sottoterra ci sono le fognature: quindi altro che foreste e distese innevate, il vero black metal nasce, risiede e prospera nelle gallerie ove fluiscono liquami di ogni turpe putredine. Li ritroviamo qui con il loro secondo disco dopo l’ottimo Ve špíně je pravda dell’anno precedente. Il loro è un black molto vecchio stile, rifacentesi ai grandi nomi del passato (tanto per fare un esempio l’ultimo pezzo del disco è la cover di Open the Gates dei Dark Funeral) in modo quasi pedissequo. I loro riff sono comunque interessanti, si riesce sempre a seguire la linea melodica anche grazie a produzione e arrangiamenti molto succinti, tanto che Rány černým Kovem suona molto “live”, come se fosse stato registrato in presa diretta. Danno il loro meglio quando si mettono a tirare a tutto gas, col batterista che picchia come un fabbro sul rullante ad alta velocità senza però sfociare nel vero e proprio blast beat, conferendo a tutto il progetto un’atmosfera assai retrò; altrove, quando rallentano fino ai limiti del thrash, l’intensità cala un pochettino. Il livello dei pezzi è molto omogeneo, tanto che non ce ne sono che spicchino davvero. Dovendo trovare un difetto evidente (a parte la non eccessiva originalità, su cui si soprassiede sempre volentieri se i brani funzionano), è proprio quest’omogeneità smaccata che alla fine rende un po’ pesante l’ascolto e verso i tre quarti dell’album si comincia ad aver voglia di sentire qualcos’altro. Il problema più evidente degli Stíny Plamenů è sempre stato il non riuscire a diversificare maggiormente le canzoni e i dischi, che sono tutti quanti di buon livello (quando mai Barbarian Wrath ha avuto ciofeche nel roster?) senza però raggiungere mai picchi particolarmente elevati. Classico true black metal bello marcio, niente di più, niente di meno. Se Rány černým Kovem vi piace, vi piaceranno anche tutti gli altri (ormai dieci, se non ho perso il conto), altrimenti potete anche lasciar stare.

MYRKSKOG – Superior Massacre

Michele Romani: I Myrkskog sono uno di quei gruppi norvegesi nati intorno alla metà degli anni ’90 che a un certo punto ebbero un cambiamento totalmente radicale in termini di suono. Se si ascoltano prima i due demo e poi i successivi due full sembra di trovarsi al cospetto di due band diverse, visto che dal black sinfonico tipicamente norvegese si è passati con grande nonchalance al death metal tecnico ed estremamente brutale di Deatmachine e di questo Superior Massacre. Stilisticamente siamo molto vicini come sonorità agli Zyklon di Samoth (in cui, non a caso, hanno suonato anche membri dei Myrkskog): un’assalto all’arma bianca fatto di un death velocissimo ed estremamente tecnico, con assoli sparati ed il growl ultragutturale di Destruchtor a declamare scenari di morte e distruzione. Peccato che dopo il disco in questione la band si sia limitata solo a sporadiche esibizioni live (a proposito, dal vivo sono uno spettacolo), senza pubblicare più nulla.

GEWEIH/NACHTMAHR – Moorleichen

Griffar: Ah, le serate trascorse in birreria quando avevi trent’anni o giù di lì. A sparare minchiate una dietro l’altra fino all’immancabile momento nel quale si snocciolavano tutte le uscite più recenti che portava al classico “io ce l’ho e tu no”. Potevi esimerti dal possedere il dieci pollici d’esordio, limitato a cinquecento copie – e pertanto probabilmente introvabile nel giro di quindici giorni – di un paio di gruppi tedeschi che definire di terza fascia è poco? Non potevi. E visto che, come già detto in precedenza, fu proprio questo il periodo storico nel quale internet stava cominciando ad diffondersi in modo significativo, radicale e ahimè irreversibile, si riusciva a mettere le mani su questi dischi in modo abbastanza semplice. C’era la Warlord di Alex Vicini che metteva le mani su queste uscite ultraunderground, te le teneva da parte e decidevi tu quando farti spedire il pacco. Arrivavano trenta/quaranta dischi la volta, era un bello spendere ma ne valeva la pena. Quasi sempre. Così poi potevi vantarti di avere un disco che gli amici non possedevano, costringendoli di fatto a procurarsene uno e poi il circolo vizioso riprendeva. Altri tempi.
Se Moorleichen uscisse oggi se lo filerebbero forse in dieci, e sono di manica larga. Nel 2002 era un must-have-super-cult-necroevil, ma la verità è che sia i Geweih che i Nachtmahr erano gruppi di livello medio-basso, con poco da dire, onesti riciclatori di musica da altri inventata e portata su livelli artistici superiori. Non ci fosse stato da riesumarlo per questo Avere vent’anni, penso che non avrei mai più ascoltato questo split in vita mia, ed erano 18 o 19 anni che non lo facevo girare sul piatto dello stereo. Ne parlo più che altro perché mi sembra un lampante esempio di come a un certo punto, grazie ad internet, qualunque gruppino avesse avuto un po’ d’intraprendenza nello stamparsi un disco sarebbe riuscito a vendere comunque tutte le copie. Non avevano alcuna chance di sfondare: i Geweih si sciolsero tre anni dopo senza aver mai pubblicato altro (il cantante Isegrimm pochi anni dopo avrebbe fondato i ben più significativi Irrlycht); i Nachtmahr invece uscirono con qualche altro split (tra cui un tributo ai Summoning con gli Psychomantum, in cui i due gruppi cantano in tedesco The Legend of the Master Ring e The Passing of the Grey Company) ma non arrivarono mai al full prima di cadere nell’oblio.

ciccio russo pezzo di merda

DISHARMONIC ORCHESTRA – Ahead

Ciccio Russo: Ho scoperto solo grazie alla lista dei ventennali del mese stesa dal Barg che i Disharmonic Orchestra avessero pubblicato altro dopo Pleasuredome, l’album del ’94 che ne segnò uno scioglimento che apprendo oggi essere stato momentaneo. E se non me ne accorsi manco io, capite bene come la risposta del pubblico al ritorno sulle scene degli austriaci non dovesse essere stata proprio calorosissima. Peccato, perché Ahead era un buon dischetto, che tirava le somme della carriera del trio di Klagenfurt, coniugando la furia e la tecnica del debutto Expositionsprophylaxe con le contaminazioni fuori di testa del successivo Not to Be Unidimensional Conscious e la ricerca di soluzioni più melodiche del terzo Lp. Chi aveva apprezzato i lavori degli anni ’90, poté ritrovare intatto il gusto psicotico per le sperimentazioni più eterodosse che rese i Disharmonic Orchestra unici nel rutilante circuito grind dell’epoca, tra esplosioni di ferocia, parentesi elettroniche, interludi pop e sprazzi di follia puri e semplici. Se non li avete mai ascoltati, recuperate prima la produzione storica e poi, magari, ripassate da qui.

KRIEG – Kill Yourself or Someone you Love

Griffar: Compie vent’anni anche l’EP (o minialbum che dir si voglia, dura circa venticinque minuti) Kill Yourself or Someone you Love, che testimonia la ferocia e l’incommensurabile brutalità del gruppo di Lord Imperial anche nella dimensione live, in cui non un solo grammo della violenza quasi assurda che la band ha puntualmente infuso nei suo dischi viene perso o anche lontanamente mitigato. Tolta una breve intro elettronica d’atmosfera, le sette canzoni sono rabbiose, veementi, scarne, asciutte come raw black metal comanda; gli arrangiamenti sono minimali e aspri come un limone acerbo, le voci più simili al ruggito di una pantera nera che non a quelle di un essere umano. Registrazione più che dignitosa, peccato che non si senta per nulla il pubblico perché immagino che sotto il palco ci sia stato un macello mica da ridere. Si ascolta in apnea, ci si immagina di averli nella propria stanza a suonare e si fa un po’ di sano headbanging. Prodotto più che valido: i Krieg sono una certezza (almeno per quel che riguarda la prima fase della loro storia, che termina nel 2005 quando per un po’ la band fu messa in congelatore).

4 commenti

  • Che belle queste rubriche, mi fanno fanno un viaggio nella mente. Mi prendo il tempo necessario per leggerle in pace, per far evocare i ricordi. Centrata la puntualizzazione sul nu metal, mi trova d’accordo

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  • Heaven’s A Lie sta tornando alla carica in “versione XX” (come del resto tutto l’album)

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  • Passo. Aspetto quella “XXX”.

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  • Oceanic + Panopticon. Un uno-due da Tyson in his prime. Dischi che tornano ancora oggi con piacere nello stereo. Fatto interessante: non ricordo nessuno, nella vita, che mi abbia detto che gli piacevano i Lacuna Coil. E ho conosciuto gente che apprezza i Machine Head, diosanto

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