Avere vent’anni: giugno 2001

DROWNING POOL – Sinner

Barg: Ci sono gruppi che, da soli, parlano di una determinata epoca più di un saggio di 500 pagine. Per capire l’America del 2001 bisogna sentire Sinner. I Drowning Pool da Dallas, Texas, in Italia non hanno mai sfondato, ma Oltreoceano erano diventate delle rockstar, e a ragione: erano riusciti a prendere i Pantera, il nu grunge, il delirio di onnipotenza americano, i push-up col bilanciere da 150 chili e i giri al Walmart con il kalashnikov a tracolla, fondere tutto e trasporlo in musica. Ora ci sono i Five Finger Death Punch che ne sono una derivazione modernizzata, ma nonostante tutta la simpatia e la vicinanza umana che si possa provare per l’ottimo Zoltan Bathory non potranno mai essere quello che vorrebbero essere, cioè i Drowning Pool. Che ebbero anche una storia tragica, con la morte del cantante Dave Williams proprio durante il tour successivo al disco. Sinner rimane la colonna sonora ideale per l’incazzo americano dopo l’11 settembre, con la zarrissima Bodies che rimbombava nei carri armati mentre soldati rigonfi di testosterone facevano saltare capanne in Afghanistan per proteggere la libertà dei cittadini degli Stati Uniti d’America. Risentito adesso sente tutto il peso dell’età, ma non in senso negativo: sparato a cannone in macchina fa una figura che definire porca è riduttivo, e se lo sentite bloccati nel traffico vi ritroverete a cercare il tasto per sparare con quel cannone che, ahivoi, non vi siete mai decisi ad installare sul tettuccio.

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HOLLENTHON – With Vilest of Worms to Dwell

Marco Belardi: Una rottura di coglioni allucinante, altre parole non mi vengono. Due anni fa ho accennato al primo Hollenthon su questa stessa rubrica, era Domus Mundi ed era un album tutto sommato carino. Scrissi, però, che avrei preferito vedere Schirenc al lavoro su ben altra roba, e mi fregherei da solo se lo scrivessi una seconda volta. Schirenc aveva appena cacciato fuori un signor disco, atipico per i Pungent Stench, sì, ma ditemi voi cosa cazzo fosse tipico per i Pungent Stench. Subito dopo tornò a galoppare con questa band qua, che non ho mai digerito fino in fondo, e rincarò la dose. Più pomposo, più “folk”, più paninaro arabo, più Therion, più doppia cassa, più melodico, più complesso. Più Prokofiev addirittura, nella traccia tre Lords of Bedlam che riprendeva il celebre motivo dell’altrettanto celebre Overture del Romeo e Giulietta. Le aveva tutte, ma non mantenne niente della decenza, dell’ispirazione e della profondità di Domus Mundi. Non si tira fuori With Vilest of Worms to Dwell lo stesso anno in cui hai cantato questo:

My cock’s on fire
A natural religious desire?
Black & white and even mex
Crown me – Paedophile Rex!

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STEEL ATTACK – Fall into Madness

Barg: Degli Steel Attack è bellissimo il terzo disco, chiamato Predator of the Empire, che so praticamente a memoria. Questo Fall into Madness è l’album precedente, e pur essendo decisamente apprezzabile non è a fuoco come il successore, perché meno personale e con molta meno varietà tra un pezzo e l’altro. Siamo in pieno power metal svedese di vent’anni fa, con qualche influenza speed (come potevano essere speed i primissimi Helloween o Blind Guardian, quindi prendendo il termine abbastanza alla larga) e la costante tendenza a scrivere musica da ascoltare col pugno al cielo e lo sguardo verso l’orizzonte. Prese singolarmente, canzoni come The Beast, Fireballs o Judgement Day spaccano tutto, ma l’intero album finisce per essere abbastanza ripetitivo: non è un grossissimo difetto, considerato il contesto, così come si può soprassedere sulla piattezza dei testi di marca fantasy non adattabili alla vita quotidiana e alla lotta contro poser e nemici del vero metal (una caratteristica che invece ha contribuito a rendere enorme l’appena recensito Head of the Deceiver degli Wizard). Ad ogni modo Fall into Madness non deve mancare nella collezione degli amanti del genere.

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ENID – Der Tag zur Nacht Sich Senkt

Michele Romani: La storia degli Enid è indissolubilmente legata a quella del suo fondatore Martin Wiese, da sempre unica mente del progetto e colui che si è sempre occupato di tutti gli strumenti. Ricordo che li conobbi con il demo del  ’97 Nahe Avalon, contenente tra le altre cose una delle più belle cover dei Summoning che abbia mai sentito, per quello che ancora oggi considero l’ apice compositivo della one man band tedesca. Musicalmente Wiese si è dapprima barcamenato in una sorta di symphonic black dalle fortissime influenze medievali, per poi invece propendere più alla dark ambient negli ultimi lavori. In questo EP del 2001 è ancora la componente black a farla da padrone, con quei continui momenti acustici e quelle delicate composizioni pianistiche che sono state da sempre il marchio di fabbrica degli Enid, al contrario delle parti black a volte eccessivamente scolastiche che odorano un po’ di già sentito. Purtroppo la band rimarrà sempre più o meno nell’anonimato fino allo scioglimento del 2011, ed è un peccato perché, pur non avendo mai fatto gridare al miracolo, erano almeno riusciti a creare un sound originale e ben distintivo. Peccato.

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FANTOMAS – The Director’s Cut

Charles: Coprendo tutte le categorie musicali possibili e immaginabili e passando con nonchalance da capolavori assoluti a porcate inenarrabili, la carriera di Mike Patton, del quale abbiamo già raccontato tutto il raccontabile, ha vissuto, dunque, alti e bassi da capogiro, ben rappresentati dalle sue performance nei Fantomas, un gruppo che ha fatto del cazzeggio la sua ragion d’essere. Autori di ben quattro album, di cui tre decisamente inascoltabili e privi di senso, che piaceranno sicuramente a quelli che hanno bisogno di darsi un tono da fini cultori di musica strana, e uno che svetta sopra gli altri per la semplicità dell’idea (fare cover metal di famosissimi temi musicali di altrettanto noti film) e la spettacolare esecuzione di voce e batteria (quella di Dave Lombardo che butta qui e là nel disco sprazzi di magia), passando per una copertina azzeccatissima, un titolo perfetto, la scelta di brani non banale, e tutta l’atmosfera anni ’60-’70 che dà una patina di stile, storia e cultura al tutto. Ognuno troverà facilmente il suo brano preferito, ripensando alle scene del film cui appartiene, perché, nonostante l’interpretazione mai scontata, ne viene sempre rispettata l’essenza a favore di una immediata riconoscibilità, caratteristica senza la quale il giochino avrebbe sicuramente funzionato di meno. Se ne fece anche un concerto a San Francisco, con annesso DVD, nel capodanno del 2008, volto a consolidare la tradizione dei concerti di fine anno dei Fantomas, come l’assurdo Millennium Monsterwork Live: New Year’s Eve 2000 allo Slim’s di Frisco suonato insieme ad alcuni dei Melvins, pure pubblicato un paio d’anni dopo con un artwork e una qualità audio orripilanti, che già anticipava qualche cover che andrà a comporre il parterre de rois di brani presenti in questo splendido Director’s Cut.

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HADES – Damnation

Marco Belardi: Gli Hades sono un gruppo storico, ma non uno di quelli che incisero una demo in Brasile e che poi, prima di poter concretamente pensare a un full vero e proprio, scomparvero mangiati dai piranha d’uno dei suoi generosi corsi fluviali dopo una fucilata in faccia o una cinquantina di coltellate. Sono un gruppo che il suo segno l’ha lasciato. Gli Hades hanno oltretutto preso parte alle compilation Metal Massacre, per la precisione alla sesta puntata, anno 1985, in compagnia di Possessed, Dark Angel e tanti altri. Due sono gli album degli Hades risalenti agli anni Ottanta, fra cui il succulento If at First you don’t Succeed, con in copertina quel giochino con cui i delinquentelli raggirano i turisti in riviera. Onestamente non so perché ce lo misero. Tant’è che gli Hades erano la band di Dan Lorenzo e dovremmo chiederlo a lui. Erano pure la band di Alan Tecchio, e molto probabilmente sarà il suo nome ad attirare la vostra attenzione. Dopo soli due album, Tecchio lasciò gli Hades ed entrò nei Watchtower come successore di Jason McMaster, incidendo il classico (pur nettamente inferiore al primo) Control and Resistance. Lunga pausa. Gli Hades riprendono a esistere tanti anni più tardi, e, con una sequela di album ora moderni e potenti (Exist to Resist), ora decisamente oscuri (Savior Self), chiuderanno il cerchio una seconda volta nel 2001, all’uscita di Damnation. Manco a dirlo, Damnation è anche il migliore del secondo corso grazie a un suono elegante, pulito e generalmente un po’ più volto al metal classico: il problema era che all’epoca un gruppo dedito al power/thrash ottantiano tirava molto meno che la fica nel 2021, a meno che non disponesse di qualche sfaccettatura tale da renderlo genuinamente progressivo (i nostrani Eldritch all’epoca avevano più che dimenticato gli esordi e anche il fortunato periodo di mezzo: se ci pensate eravamo a Reverse), genuinamente moderno, genuinamente evoluto o paraculo che si volesse. Damnation fu tuttavia un album relativamente moderno, e, nonostante qualche voce fuori dal coro, come quella Stressfest dal riffone quasi sludge, diede l’impressione di una prima retromarcia, di una sorta di parziale tabula rasa. E, per quanto buono fosse l’album, non se lo filarono in molti.

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CULT – Beyond Good and Evil

Lorenzo Centini: Il primo effimero comeback dei mascolini rocker britannici venne anticipato dal video di Rise e per me, che avevo a mala pena sentito due o tre pezzi in precedenza della band, fu ammore immediato. Hard rock con riff durissimi, assolo iniziale orientaleggiante, ritornello melodico epico ma crepuscolare. Minchia. Astbury e Duffy, che per l’occasione portavano a bordo un batterista solido come Matt Sorum, avevano proprio voglia di rivalsa, il rock vendeva ancora qualcosa e loro evidentemente volevano gli fosse riconosciuto il diritto alla loro parte. Ma sbagliarono i tempi, ché in realtà stava persino per passare la data di scadenza del new metal senza che si vedesse un trend rock di pari richiamo sulle masse (e infatti non ce ne fu). Oppure semplicemente sbagliarono disco, tirandone fuori uno molto duro e scuro, quasi grunge fuori tempo massimo (che per me sarebbe un bene, ma certo non per le folle, che già infatti erano passate ad altro) e con pochi pezzi veramente memorizzabili. La sola altra canzone che meriti di essere tramandata è Breathe, molto bella. Anche se la verità era già tutta sotto i miei occhi, io ci misi ancora qualche tempo a capire la colossale influenza dei Cult sugli Unida, anche perché il dott. Garcia avrebbe voluto spiegarcela in The Great Divide, se solo i nemici del vero metallo non ci avessero poi messo lo zampino. Comunque i Cult calarono nuovamente il sipario di lì a poco anche per dissidi con la casa discografica. Tornarono alcuni anni dopo e per riprendere la carriera senza ambizioni di grandi vendite. Il rock, d’altronde si sa, è morto. Peccato comunque, per una band che aveva un carisma decisamente sopra la media, ma che forse è stata penalizzata solo da se stessa e dalle sue molteplici trasformazioni, dalla gothic wave all’hard rock americano, indecisa se voler essere i nuovi U2 o i nuovi AC/DC.

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LUJURIA – Enemigos de la Castidad

Ciccio Russo: Le quintalate di promo di inesportabili gruppi metal iberici che continuavano ad arrivare imperterriti nella redazione di Metal Shock, nonostante venissero accolti puntualmente con stroncature impietose, mi avevano portato, col tempo, a sviluppare una sorta di perversione culturale per la scena spagnola e le incredibili vette di cattivo gusto che riusciva a raggiungere, rese ancora più erte da un cantato in un idioma che qua siamo soliti associare a pestilenziali balli di gruppo estivi o alla coinquilina Erasmus che ogni mattina vi faceva trovare il bidé intasato dal vomito. Il bello è che band simili, i cui omologhi da noi faticherebbero a trovare una serata nel pub più lercio, in patria riscuotono pure un successo notevole e non è raro vedere gente come i Lujuria apparire in contesti mediatici non proprio settoriali. Enemigos de la Castidad è il quarto album della formazione di Segovia, che si distingue non tanto per lo stile, un metallozzo ottantiano buzzurro e generico, quanto per i testi porcelloni dedicati a esaltare ogni sorta di parafilia, conditi da anticlericalismo un tanto al chilo e l’occasionale metaforone sociale (Beso Negro). A fine ascolto ci si sente un po’ come davanti a quell’amico grezzone di gioventù che si trombava i cessi più inqualificabili, beveva solo Tavernello ed era sempre contento come una Pasqua. Non dico che avresti fatto a cambio, ma il dubbio che lui avesse capito tutto della vita e tu no ti veniva.

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MINOTAURUS – Carnyx

Barg: Non ho mai sentito nessuno nominare i bavaresi Minotaurus, eppure personalmente sono molto legato a The Lonely Dwarf del 2009, loro terzo album, che oltre a contenere un paio di chicche mica male è anche un esempio di power/folk metal molto personale e difficilmente inquadrabile, con un cantante che per timbro e impostazione mi ricorda nientemeno che Mike Ness dei Social Distortion (giuro). Carnyx è l’EP uscito di seguito al primo album, Path of Burning Torches, e grossomodo anticipa lo stile del disco summenzionato: non è esattamente power metal, anche perché i tempi non sono mai troppo veloci, e non è neanche folk metal – o perlomeno non nell’accezione che intendiamo oggi. In qualche modo possono essere associati ai Falconer, non tanto per vicinanza di stile quanto per levità e libertà nell’interpretare la materia. Probabilmente là fuori ci sono un sacco di potenziali fan dei Minotaurus, magari con queste righe gliene facciamo acquistare un paio.

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MUSE – Origin of Symmetry

Marco Belardi: Sulle prime quasi lo ignorai, sebbene fosse impossibile far finta che su MTV non passasse in continuazione il video di New Born, con Bellamy che sembrava cascato dentro a una vasca di oro fuso. Era però l’anno di Sodom, Kreator e Destruction e occorreva far finta che Origin of Symmetry non fosse mai uscito. Dopodiché ci sarei tornato sopra, pesantemente. Prima di distruggere il retro dell’Opel Meriva con un veicolo commerciale Renault perché troppo preso da Micro Cuts, il mio rapporto con Origin of Symmetry fu per un certo periodo esaltante. Si può dir tutto sui Muse: tamarri, eccessivi e quant’altro. Non si può dire un cazzo su Origin of Symmetry: è un capolavoro, punto. È molto semplicemente il loro album migliore. Accenna alle trame progressive dei successivi e complica la faccenda rispetto a Showbiz: i Muse sono ancora una band di rock pesante ma ha già l’abitudine di puntare più in alto possibile. E allora gli acuti di Matthew si fanno insistenti, quasi insopportabili a tratti, mentre in album più recenti come The Resistance praticamente non ne ritroveremo. E allora certe canzoni prendono a durare tanto, come Space Dementia con tutto il suo sbrodolare di tastiere, o Citizen Erased, la canzone più pesante mai scritta mai Muse nonché la migliore dopo Micro Cuts e New Born. E poi c’è Plug in Baby a complicare la mia già sconquassata classifica; sono bellissime un po’ tutte, incluse Bliss e Hyper Music. Darkshines è forse l’unica che riporta le cose un po’ a terra, a quel mood scanzonato e leggerino che in Showbiz s’alternava alle sue più prepotenti bordate. Un album a cui resterò legato per sempre, un album al quale il retro della mia Opel Meriva è rimasto legato per sempre: dopodiché, lentamente e non immediatamente, mi sarei praticamente scordato di quella gran rottura di palle che sono diventati oggi i Muse.

7 commenti

  • Tutta roba della quale non ho mai sentito mezza nota, Fantomas a parte. E quella cazzo di ninna nanna di merda in acustico dei Musi (gialli), quella la conosco mio malgrado ma non credo faccia parte dell’album di cui scrive Belardi.
    La cosa migliore è il pezzo di Ciccio Russo. Applausi.

    Piace a 2 people

  • I Drowning Pool me li ero scordati e riascoltandoli ho capito perché ! Intendiamoci, le americanate non sono sempre pacchianate, tanta roba di quel periodo mi piace. Faccio un esempio su due piedi : ” destroy everything” degli Hatebreed, mi fa l’ effetto descritto da quella vecchia ciavatta del Barg a inizio articolo. Statevi buoni !🤘

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  • Ho una sinscera venerazione per “Director’s cut” e “Beyond good and evil”. Sul primo mi sembra superfluo aggiungere altro, ma il disco dei Cult è un disco che non dovrebbe mancare in NESSUNA discografia di chiunque si professi amante dell’ Hard rock. Personalmente uno dei migliori dischi del genere degli anni zero, oscuro e potente come pochi e con una carica che onestamente oggi faccio una gran fatica a trovare in un gruppo contemporeneo. Chi non si fila dischi del genere commette un peccato mortale, non c’è molto da aggiungere.

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  • Ciccio Russo sempre affilato come una lama. Grazie Barg per gli Steel Attack, vado a recuperare.

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  • Beyond good and evil è un disco della madonna, per me il migliore dopo il loro primo periodo wave

    Piace a 1 persona

  • Ciccio Russo for president

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  • D’accordissimo sui Muse. All’epoca lo consumai oggi nemmeno so della loro esistenza. In capolavoro assoluto.

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