Frank, I’m pregnant: SODOM – Genesis XIX

Per scrivere del nuovo album dei Sodom non debbo in alcun modo pensare a Frank Blackfire. Quando ne annunciarono il rientro nei ranghi avrei preso un cartello, ci avrei scritto “Frank, I’m pregnant” e avrei cominciato a girare per le strade. Ecco come sto messo. Ma il trauma d’origine? Fu Frank Blackfire a rendere magico il sound dei Sodom nei due capolavori che tutti conosciamo, in coppia con Chris Witchhunter alla batteria.

Ciò che pretendevo dai Sodom con Frank Blackfire era il sistematico ripristino d’una caratteristica che i tedeschi persero nel transitare da Agent Orange a Better Off Dead, dove, appunto, Frank fu sostituito da Michael Hoffman degli Assassin per recarsi temporaneamente alla corte di Mille Petrozza. Quale caratteristica?

Agent Orange aveva un sensibile eppur percepibile tocco americano: chitarre più strutturate e nette, non ingolfate, confusionarie e chiassone come da pura tradizione crucca. C’è chi considera i Sodom una band dagli album tutti uguali ma chi ne è appassionato sarà in grado di distinguere le differenze abissali esistenti fra gli uni e gli altri. Senza rinunciare alla velocità di esecuzione, Agent Orange segnò un netto distacco dal passato con quei riff eleganti, marziali e melodiosi. Merito di Blackfire, al quale l’uomo al comando aveva lasciato prendere il timone, come avrebbe fatto anche in seguito. Non dimentichiamolo, Tom Angelripper è il capo ma se Bernemann l’ha presa come l’ha presa evidentemente non aveva un ruolo di interprete ma sentiva la cosa un po’ sua. E Bernemann è stato cacciato (finalmente, dal vivo non ne prendeva una) proprio per i mediocri risultati compositivi degli ultimi due dischi.

Nel frattempo i Sodom hanno reclutato un batterista che si fa chiamare Husky, e, a ruota, un secondo chitarrista per poi cacciare l’Husky rimpiazzandolo con un altro animale, un tale di nome Toni Merkel che letteralmente distrugge la batteria. Avete presente i video dei Sepultura con Derrick che canta in cucina e nell’angolo in basso a destra Eloy Casagrande che sfascia qualsiasi meccanica a tiro? Ecco, Toni Merkel, al netto di una minore tecnica esecutiva, è della medesima scuola e credo che adesso Tom Angelripper avrà un serio problema di costi in tournée derivante dalla repentina sostituzione di pelli sfondate. La cosa positiva è che la batteria di Toni Merkel suona come una batteria reale, aspetto che con Markus Freiwald era venuto un po’ a mancare nei fiacchissimi – per quanto veloci e pesanti – Epitome of Torture e Decision Day, quest’ultimo il peggiore di sempre con Masquerade in Blood. Il ragazzo non esce fuori dalla nebbia: se lo è portato appresso proprio Frank, che ci aveva suonato qualche annetto fa nel suo disco solista, che vi consiglio d’ascoltare solamente per rendervi conto di quanto faccia schifo a cantare.

Genesis XIX è bello ma quel tocco americano in cui bambinescamente speravo non c’è, cosa che si era capita già dai due EP (Partisan era caruccio ma da recuperare è soprattutto il successivo Out of the Frontline Trench, con due ottimi inediti che fanno perdonare il remake di Agent Orange dove l’Husky storpia ogni fantastico fill di Witchhunter). Questi ultimi però avevano una produzione retro thrash che nell’album non c’è e avrei sperato di ritrovare, così come non ci ho ritrovato un riff che richiami seriamente l’estetica del 1989.

Genesis XIX, al quale vanno perdonati un titolo e una copertina realmente indecorosi, non è altro che la nuova versione dei Sodom pensata e attuata da coloro che Angelripper ha momentaneamente messo al timone mentre apre lattine su lattine. Una versione che, per quanto si sforzi di richiamarla, sta alla vecchia scuola quanto poteva starci The Age of Dead Christ dei Necrodeath: ce la puoi interpretare, leggere fra le righe, ma rimane un album del 2020 in tutto e per tutto. E non è un male.

I blast beat sono fortunatamente occasionali. Quando gli Slayer li misero su Supremist, pensai che meritassero d’essere castrati per aver preso una tale e scellerata decisione. Stavolta sarò meno drastico. Diciamo che tanto stanno bene in Friendly Fire, un ottimo singolo che conclude la scaletta, quanto li avrei felicemente evitati altrove.

Per il resto, Toni Merkel è superiore in tutto e per tutto all’Husky, e l’album è probabilmente il migliore dei Sodom dai tempi di M-16. Ma non griderei al miracolo. Fino alla quinta traccia si può davvero esultare. Poi il disco cala. Prendete The Harponeer, una roba di sette minuti che solamente loro quattro sanno come han fatto a tirare così per le lunghe. Poi ci sono quei momenti alla Slayer che già avevo potuto apprezzare in Code Red, stavolta riferita agli episodi più oscuri e rallentati di Diabolus in Musica e God Hates Us All, con il Tom tedesco che urla quanto un disgraziato (o alla maniera del Tom americano che meno preferisco, per intenderci, quello degli ultimi anni Novanta e d’inizio millennio) e le solite armonizzazioni che ben conosciamo. Di questa parentesi mi è particolarmente piaciuta Occult Perpetrator, una sorta di One Step Over the Line in tono molto minore, ma comunque accettabile.

Il finale è buono quasi quanto la partenza, specie Waldo & Pigpen e quella Indoctrination che mi ha ricordato certe cose dell’ultimo Sacred Reich in salsa naturalmente crucca.

Non posso affatto lamentarmi. Sono quindici anni che periodicamente mi lamento dei Sodom. L’ho fatto con l’omonimo album del 2006, quello della “seconda svolta melodica” dopo l’ottimo heavy metal di Better Off Dead, nonostante la presenza di City Of God e d’altre chicche. L’ho rifatto con In War and Pieces sebbene ricordi a memoria Through Toxic Veins e non quella soltanto. Poi, sì, la situazione è un po’ precipitata.

Oggi non posso, anzi, non devo lamentarmi. Bentornati, vecchi e grandiosi bastardi. (Marco Belardi)

6 commenti

  • Lo volevo comprare a scatola chiusa, viste le condizioni strutturali che facevano ben sperare. Poi l’ho sentito e no, proprio non ci siamo secondo me. Mai un sobbalzo, un brivido, uno stupore…Tutto come da copione e con un senso di occasione sprecata. Peccato.

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  • Non li ascolto più dai tempi di M16 e, anche a questo giro, lungi da me prendermi la briga..

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  • Disco passabile, cosa che per i Sodom è già ormai di per sé un miracolo, ma i fasti di Persecution Mania sono ben lontani

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  • Un altro Persecution Mania, che hai fatto benissimo a citare, perché va ricordato, non ci sarà più, così come tanti altri fasti del passato. In una annata eccezionale (per il metal, beninteso) come il 2020 può anche essere messo da parte, ma preso a sé questo disco è ascoltabilissimo, per chi apprezza i Sodom, ed è meglio di tante altre cazzate.

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    • D’accordissimo. Ho menzionato persecution mania proprio perché questo disco, ovviamente, sopratutto nella prima parte , a cui Belardi attribuiva maggior tiro, sembra una versione “rimodernata” di persecution mania, solo che un disco che aveva momenti da strapparsi i capelli, tipo una doppietta christ passion + procession to golgotha , non glielo si può chiedere , se non altro anche per motivi di età anagrafica & alcolismo

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  • Passabile e nulla più. Già a prendere polvere.

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