Dalla torre più nera, un tedesco scruta le perfide manovre dei suoi connazionali

I Bonded sono come un revenge porn che cercherò di descrivervi nel modo più conciso possibile: giri un filmetto in compagnia di una tizia che in breve tempo diventerà pure la tua ragazza ufficiale, di tanto in tanto lo riguardate e ridete della goliardica cazzata, ma sotto sotto ve ne vantate pure. Un giorno lei scopre che detesti i cani di piccola taglia e ti pianta in asso, lasciandoti tre cose oltre la soglia di casa. Sullo zerbino una valigia piena di tuoi vestiti, tra i quali ha erroneamente infilato un suo completo di intimo come per sottolineare che non glielo rivedrai più addosso. Poche decine di metri più avanti, accanto ai cassonetti, rinvieni una montagnola di cd fracassati che finalmente è libera di non sentire mai più, e per fortuna ti accorgi che si è accanita sugli ultimi di Sabaton e Amon Amarth. Il bruciore di stomaco quasi ti acceca non appena ripensi a quando li avevi acquistati originali. Su internet, non un luogo fisico ma quello che ti dà il maggior pensiero, farà finire il vostro storico film porno. Quello che ti aveva fatto sentire Max Felicitas per un giorno.

Di colpo PornHub trasmette la tua precoce schizzata a tutto il mondo.

Rileggiamo l’intera faccenda da un punto di vista ben più esplicativo: il 3 gennaio 2018 Metal Skunk pubblica una sorta di biografia dei Sodom, la mia, nelle cui righe conclusive esalto con fierezza la longevità della loro penultima line-up. Quella con Bernemann per intenderci, e, a rotazione, Bobby e Markus alla batteria. Per descriverla utilizzo l’esatto termine “stabilissima”. Esattamente un giorno più tardi Tom Angelripper caccia tutti. Bernemann si ritrova come un single abbandonato al termine di un amore che si era protratto, senza significative crepe, per ventuno lunghi anni. Per il chitarrista tedesco è giunta l’ora del revenge porn, dato che non sa e non saprà niente delle responsabilità toscane che gravano sul suo allontanamento. Per Bernd Kost rimarrà una faccenda tutta quanta tedesca, panni sporchi da lavare in casa.

Recluta l’ex compagno Markus Freiwald salvandolo dalla disoccupazione o dall’apertura di un chiosco di lampredotto, e poi recluta un greco che ha suonato con i Suicidal Angels il cui cognome ricorda in tutto e per tutto le tette (Chris Tsitsis, o qualcosa del genere). Cerca un bassista, perché se non corre l’anno 1988 quello serve sempre, e come ciliegina sulla torta chiama Ingo Bajonczak. Che non vi inganni il cognome da alpinista polacco pioniere degli Ottomila in invernale: Ingo Bajonczak è il sostituto di Robert Gonnella negli Assassin, ossia un buon motivo per questi ultimi per non andare avanti. Ho avuto modo di ammirarlo dal vivo proprio con la band di Scholli e non mi dispiacque affatto come teneva il palco, ma non ne apprezzai particolarmente lo stile. A ripensarci oggi lo trovo molto poco centrato: ci sono momenti in cui sfoggia pure una discreta espressività, un certo carattere, ma li limita in favore di un’aggressività piuttosto sterile.

In cambio di due birre Bernemann attira in gabbia pure Bobby Ellsworth e il bassista appena licenziato dai Kreator, e gli fa fare da guest sul pezzo più paraculo, più speed metal ed ottantiano di tutto quanto l’album. La canzone è la terza in lista e non è affatto male.

Lontano dalla Germania, a Isengard, la nera torre di Orthanc svetta severa come nell’atto di scrutare territori che vorrebbero nascondere perfino i propri alberi, dal giudizio di essa. Sulla sua sommità, Tom Angelripper osserva il destino all’interno di una palla di vetro acquistata per due spicci dai cinesi sotto casa, e in lei scopre l’inganno: “Io ho ripreso Frank Blackfire e quest’altra testa di cazzo ha chiamato più gente della Metal Allegiance? È ora di liberare gli Uruk-hai!” – fa una pausa e vomita schiuma sul pavimento roccioso, ne vomita in proporzioni che solo la birraccia primo prezzo del supermarket ammucchierebbe all’interno del tuo stomaco, dopodiché prosegue – “faremo fare un album agli Assassin, glielo faremo fare talmente brutto che nessuno si filerà qualcosa con Ingo Kukuczka e con quel Bernemann che mi ha tradito! La nostra line-up fu stabilissima e se ne accorsero perfino in Toscana, e lui adesso mi tradisce!”. Altro vomito, e altri rumorosi conati misti a un borbottio in arcane lingue, fanno immediatamente capire agli Uruk-hai nascosti tra le viscere della Terra che è ora di comporre Bestia Immundis alla cazzo di cane e nel minor tempo possibile. Frank Blackfire accetta di buon grado, poi tenta di disertare fuggendo nelle fitte foreste che circondano Isengard. Ma viene subito catturato e arruolato. IL CHITARRISTA DI PERSECUTION MANIA ED AGENT ORANGE FINISCE SU BESTIA IMMUNDIS.

È come quando leggi che Tom Hardy farà una merdosissima produzione Netflix o che Kevin De Bruyne ha firmato un quadriennale con la SPAL con opzione sul quinto anno: è un cazzo di incubo, e cominciano i pizzicotti su tutte le braccia, e perfino sulla faccia, pur di svegliarsi subito.

bonded

Resa dei conti: Rest in Violence è un ottimo EP travestito da full. Delle prime cinque non ce ne è una che faccia cilecca, ed anzi, se devo dirla tutta, l’apripista Godgiven è probabilmente la meno esaltante del filotto. Je Suis Charlie e The Rattle & The Snake, al contrario, trovo siano le migliori. Poi a Bernemann prende la crisi esistenziale, cresce in lui l’ansia di non condividere queste cose con l’amato Tom, confinato sulla torre. Rest in violence è l’album dei Sodom che Bernemann scrisse per un Tom Angelripper troppo impegnato a dominare al burraco, e che il chitarrista ha arricchito con un po’ di roba che non c’entrava un cazzo giusto per non dare troppo nell’occhio. Grazie all’escamotage ne fuoriesce un disco che non assomiglia granché ai Sodom, tranne per le chitarre pompate di frequenze basse tipiche del periodo di M-16. Per rovescio della medaglia, ne fuoriescono anche liquami come Where Silence Reverberates, una sorta di Kreator di Endorama in coma etilico, e Galaxy M87, che in principio puzza di cose illogiche come gli Hypocrisy ma dopo un poco – per sua e nostra fortuna – si riprenderà grazie al necessario mix di mestiere e sana cazzutaggine tedesca. La differenza tra la prima e la seconda metà dell’album è tuttavia netta, e si procede palesemente in fase calante. Conclusioni: la fretta di sputtanare il proprio ex partner sparpagliando in rete le sue palle in preda al varicocele di terzo grado, certe volte, non si rivela la migliore consigliera. E su questo aspetto Bernemann dovrà lavorare molto.

bestiaimm

L’album degli Assassin sta una spanna sotto a quello dei Bonded. Parte con tre pezzi accettabili ma fondamentalmente privi d’anima, dei quali ricordo soltanto il bellissimo rallentamento al termine di How Much Can I Take? – Siamo al cospetto del trionfo del tremolo picking e del testosterone in un mese in cui abbiamo ragionato unicamente di Bugo che è scappato. Chiacchiericci come questi meritano un rumore coprente, e perciò, tremolo picking. Che dicevate invece di Achille Lauro? Che ha personalità e due palle quadr… tremolo picking.

Toccasana in teoria, ma rottura di palle in realtà, Bestia Immundis mi ha convinto ancor meno del suo predecessore del quale vatti a ricordare qualche cosa, Marco. Col suo titolo ci aveva fatto insospettire, ed alla quarta traccia rivela tutti i suoi limiti, che poi sono gli stessi che caratterizzano una delle reunion meno efficaci (almeno su disco) dal paese dei crauti. (Marco Belardi)

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