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SODOM – Epitome of Torture (Steamhammer)

5 giugno 2013

SodomEpitome-Of-TortureIn teoria non dovrebbe esserci molto da dire sul tredicesimo disco dei Sodom, anche perché loro non è che si siano mai distinti per sperimentare e sorprendere l’ascoltatore, diciamo. E invece la notizia c’è, ed è che Epitome of Torture è decisamente sotto tono rispetto ai precedenti. È una mezza sorpresa soprattutto considerata l’eccezionalità dell’ultimo periodo della band tedesca, diciamo da Code Red in poi, in cui hanno inanellato una serie di dischi della madonna i cui culmini sono stati M-16 e il penultimo In War And Pieces. Per questo ascoltare Epitome of Torture e accorgersi che si tratta di un normale album di thrash teutonico ignorante lascia un po’ spiazzati. Sembra di ascoltare uno di quei dischi degli anni novanta in cui i gruppi thrash cercavano di reinventarsi in qualche modo, non avendo ancora capito esattamente come fare, e quindi puntando quasi esclusivamente sull’aggressività e sull’attitudine. Bisognerebbe, a questo punto, fare una mezza riflessione (che non faremo ora) sulla storia di moltissime band degli anni ottanta che hanno avuto dei momenti bui più o meno a metà carriera, per poi risollevarsi nell’ultima decade; e i Sodom rientrano perfettamente in questa categoria, essendo la loro migliore discografia concentrata all’inizio e alla fine.

L’incomprensibile scelta di usare Stigmatized per il videoclip aveva messo in preallarme, trattandosi di un pezzo banalotto e sterilmente aggressivo che sarebbe potuto uscire dalla penna di un qualsiasi gruppo thrash di caratura mediobassa; poi senti l’opener My Final Bullet e ti viene il dubbio che i nostri tre eroi abbiano passato un periodo in cui erano endemicamente incapaci di comporre roba più strutturata, e quindi abbiano ficcato a forza un paio di arpeggi a inizio disco giusto per rimanere nel solco della tradizione, per poi mettersi a pestare alla cieca per tutta la durata dell’album. La stessa voce di Angelripper è emblematica, regredita a un urlo rauco che spesso si abbassa quasi fino al growl, come per ribadire l’identità punk del disco; così come la produzione scarna e sporca, lontanissima dal suono pieno di In War and Pieces. E l’autocelebrativa S.O.D.O.M. è proprio un tentativo di inno da stadio punkeggione che sembra uscito da Get What You Deserve, riuscito a metà proprio come lo era quel disco. I pezzi migliori si trovano alla fine: Katjuscha, che riprende un vecchio motivo russo, e la cadenzata Into the Skies of War, più vicina alle cose di M-16.

Non ce la prenderemo coi Sodom per non aver fatto un disco all’altezza delle aspettative, perché alla fine è merito loro se le aspettative erano altissime. Un gruppo che sta in giro da trent’anni può permettersi Epitome of Torture come tredicesimo disco: sia perché quest’ultimo -pur essendo piuttosto scialbo- non è comunque un brutto disco; sia perché sono proprio i Sodom quelli a essere invecchiati meglio tra tutti i gruppi thrash tedeschi (forse anche non solo tedeschi) degli anni ottanta; sia perché quest’album è frutto di una scelta precisa anche a livello di suoni e arrangiamenti, e non solo di mancata ispirazione. Andrà meglio la prossima volta. (barg)

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