Avere vent’anni: UNIDA – Coping With The Urban Coyote

La settimana scorsa ero a mangiare una pizza in un posto all’aperto. Ad un certo punto, complice la città semideserta, fra i tavoli si è affacciata una piccola volpe in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Nonostante l’aspetto selvatico e l’atteggiamento schivo, l’animale si è ritrovato ad essere protagonista delle attenzioni dei presenti che volevano ammirarlo da vicino (e farcisi magari l’immancabile selfie) invitandolo ad avvicinarsi ed omaggiandolo con rimasugli di cibo, croste di pizza e pezzetti di carne. La scena mi ha ricordato in qualche maniera la copertina del disco di esordio degli Unida anche perché proprio la mattina stessa me ne era stata ricordata l’imminente “scadenza editoriale”.

Il nome scientifico del coyote è Canis Latrans: l’ululato, la vocalità, l’urlo come tratto distintivo stesso della specie. E allora forse il ricorrere di questo animale nella discografia dell’ex cantante dei Kyuss (nel titolo di due album e svariate immagini sparse fra le varie uscite) è più di una semplice casualità.

Perché in effetti John Garcia è il coyote. Un animale urlante e indefinibile, a metà tra razze differenti, selvaggio e solitario, ma in qualche maniera attratto dagli estranei. Una creatura che sembra costantemente fuori posto, abitante di una perenne zona di confine in cui diversi mondi si mischiano e sovrappongono. L’animale diviene rappresentazione di una vocazione artistica e di una carriera che vede il cantante agire ai margini senza impedirgli di essere di essere comunque occasionale protagonista e ammirato come pochi altri. L’antitesi tra città e campagna come la contrapposizione tra l’indie e il mainstream. La capacità di abitare entrambe, oltrepassando barriere e non sentirsi a suo agio da nessuna parte. O forse bene ovunque.

Nel 1999, mentre il suo ex-compare si sta preparando inconsapevolmente a divenire uno del giro grosso, il coyote mette su una nuova banda che sembra rifiutare a priori questa possibilità e punta a trascendere il genere che ha contribuito a definire proprio in virtù di una ancora maggiore selvatichezza.

Coping With The Urban Coyote è quaranta minuti fuori dal tempo, suonati con un’irruenza e una ferocia senza pari. Il merito, giusto riconoscerlo, non è tutto del messicano: il chitarrista Arthur Seay è una sorta di iradiddio e rischia di passare per uno dei più grossi unsung hero dei nostri tempi. E poi un suono di basso così ciccione non ricordo di averlo sentito tanto spesso. Ma è questa foga indomabile ciò che tiene unito il tutto e domina la successione dei pezzi in un crescendo costante, il tiro aumenta passo dopo passo ma non si capisce bene dove si voglia arrivare o cosa si voglia dimostrare. Non importa, Black Woman, If Only Two e Dwarf It sono tra le robe più impetuose di sempre. Non essendo possibile andare oltre, l’unica opzione possibile per il finale è il momento di riposo che sancisce la fine della caccia: You Wish è uno di quei momenti in cui Dio o chi per lui sembra entrare nello stereo e non posso certo stare io a raccontarvelo perché fallirei miseramente.

Eppure anche un disco così non ebbe vita facile, all’epoca il primo confronto obbligatorio fu, per ovvie ragioni, con il primo dei QOTSA. Ma i due album, fatte salve delle inevitabili similitudini di sound generale, non potevano essere più diversi. Da una parte ci sta la testa e dall’altra i muscoli. Da una parte l’indolenza e dall’altra l’assalto. Se Homme si muove in avanti Garcia sembra fare un passo indietro e questo probabilmente lo fece apprezzare e celebrare meno di quanto avrebbe meritato, rendendo poi difficoltoso il futuro della band. Il coyote però ha continuato ad ululare alla luna e la sua eco risuona ancora oggi. (Stefano Greco)

10 commenti

  • Non li avevo mai sentiti prima, e li trovo cento volte meglio dei Queens Of The Stone Age. Parakalò, Greco.

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    • il confronto si può realmente fare solo con il primo dei qotsa (e io, dovendo proprio, mi schiero con quello). poi l’evoluzione li porta da altre parti.

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  • Che sound acido ! Nonostante l’impeto a me viene voglia di fumare erba e stendermi sul divano con il mio vecchio Pioneer a palla ! A proposito anche in un parco della Prenestina la mattina quando faccio jogging c’è una volpe che si appalesa e mi viene dietro per un po’ ! Mi piace pensare che mi aspetta !

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  • Lorenzo (l'altro)

    Disco DICRISTO, Seay, Cancino e DInsmore bestie disumane, sudate e assetate, volume all’eccesso, foga, FOGA, FOGA!!!
    Black Woman è una botta sconsiderata che spettina e toglie il fiato, You Wish dio in terra.
    Comprato a 15 anni a scatola vuota perché Sorge scrisse “caldo come una roccia della Mesa, il rock degli Unida è qui per restare. E resterà.” Grazie Sorge.
    E grazie anche a Frank Kozik
    Comunque, il gruppo più sfigato e criminalmente sottovalutato che conosca. Anche il disco dopo sarebbe stato/è un capolavoro assoluto e diversissimo da questo.
    La Classe, la Classe che non c’è più.
    Non lo paragono ai QOTSA solo perché non si paragona la prima che te l’ha data alla più figa che hai visto in vetrina ad Amsterdam.

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  • Cazzo Greco, che coniglio che hai tirato fuori dal cilindro. Respect.

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  • Levarsi il cappello subito di fronte a questo disco. Credo che solo l’instabilità di Garcia abbia giocato a suo sfavore generando troppa confusione in chi avrebbe voluto seguirlo, questo disco e quello degli Slo-burn stracciano quasi tutta la scena stoner (Kyuss esclusi, ovviamente) in scioltezza. E poi “You wish” è il miglior brando di stoner mai inciso (Kyuss compesi).

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