Avere vent’anni: PUNGENT STENCH – Masters of Moral, Servants of Sin

Per chi scrive, Symphonies of Sickness è il migliore album dei Carcass. Adoro smisuratamente i due che lo seguono così come adoro l’ultimo, ben tenendo conto che l’era a cui esso appartiene, lo status dei musicisti e tutto quanto il resto non permettono alcun paragone. Symphonies of Sickness ha però un mood talmente malato, corrotto, marcescente da impedirmi ogni confronto: ne nasce un fatto di cuore, e di fronte a un fatto di cuore non c’è obiettività a tener banco. È come se io tifassi per Symphonies of Sickness, ritenendolo un qualcosa di irripetibile. Poi un giorno scopri i Pungent Stench e inizi a rimuginarci sopra.

Presi Been Caught Buttering con quell’orrenda copertina tanto disturbante quanto geniale. La detestavo eppure ci ritornavo sopra e ridevo non senza una punta di disgusto. Che cazzo di copertina che avevano scelto, e poi dicono agli Autopsy di Shitfun. Una volta partito Been Caught Buttering provai la stessa sensazione avuta con il classico minore dei Carcass: il suo mood era ripetibile; il suo carattere malsano, le sue abitudini, le sue tracce si potevano in qualche modo ripercorrere senza doverle per forza di cose ricopiare.

Persi di vista i Pungent Stench quando, nel completarne la discografia, compresi che in seguito non avevano fatto nulla che facesse per me. Anche se su Club Mondo Bizarre puntualmente ci ritorno con una ciclicità che staziona sui due o tre anni. Credo che fra poco ci saremo nuovamente e ancora una volta non mi piacerà: al prossimo giro. Il giorno che uscì Masters of Moral, Servants of Sin acquistai a scatola chiusa un qualcosa che doveva esser la logica continuazione di Club Mondo Bizarre: ormai stava lì, nell’ampia tasca del giubbotto, e in qualche maniera lo si doveva pur affrontare. Non li riconobbi neanche quella volta, eppure andò benissimo.

Masters of Moral, Servants of Sin (che cazzo in culo riscriverne il titolo ogni volta) è probabilmente l’album degli austriaci che obiettivamente preferisco. Ha dieci canzoni, sei o sette delle quali conosco a memoria, e, sebbene non sia una pietra miliare alla Heartwork, un po’ lo percepisco come il loro Heartwork. È un album di death metal melodico per tutti, ma proprio tutti, e surclassa il 99% della merda uscita dall’Europa, entro i medesimi ambiti, a partire dal 2001. Non riesco a togliermi dalla testa il finale di Diary of a Nurse e il suo attacco magnetico, il riff tagliente sulla strofa di Rex Paedophilus, la strepitosa Viva il Vaticano, la blastata improvvisa che non t’aspetti alla fine di The Testament of Stench. E poi le immagini della photosession con loro vestiti come preti e i testi allucinati, su tutti quello della meravigliosa School’s Out Forever. Album fantastico, con un piglio sarcastico, provocatorio, satirico e lacerante che oggi all’heavy metal decisamente manca: loro ce l’avevano, e, se l’heavy metal m’è entrato nel cuore anche per merito di libertà espressive estreme, senza queste ultime non è decisamente la stessa cosa. (Marco Belardi)

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