Il disco di addio dei FALCONER: From a Dying Ember

È possibile mai che in dieci anni di blog non vi abbiamo mai parlato approfonditamente dei FALCONER? Chissà quante volte ve lo sarete chiesto e quante inascoltate vibranti lettere di protesta avrete inviato alla skunk mail che nessuno più consulta da anni. Prima che scendiate in piazza coi forconi, vi comunico che è giunto il momento di dare seguito alle suddette pressanti, nonché legittime, istanze. Ci sono due notizie di cui parlare: una buona (i Falconer hanno cacciato un disco nuovo ed è davvero un buon disco) e una cattiva (questo sarà l’ultimo perché si sono ufficialmente sciolti). L’occasione è tale da meritare venga fatta prima una recapitulatio rerum.

I Mithotyn, band amata in modo abbastanza incondizionato dal sottoscritto e anche da molti skunkers (uccidetemi pure), dopo aver tirato fuori tre album uno più bello ed epico dell’altro, si sciolgono (fiondatevi subito sul clamoroso triplete In the Sign of the Ravens, King of the Distant Forest e Gathered Around the Oaken Table). Siamo temporalmente verso la fine degli anni ’90. A questo punto, Stefan Weinerhall, il chitarrista, insieme a Karsten Larsson, il batterista, ingaggia un vero attore di teatro, lo sconosciuto – fino a quel momento – Mathias Blad (fratello della Helene che aveva prestato la sua voce proprio durante gli esordi dei Mithotyn), e non per rappresentare una versione heavy metal de La Signorina Julie al Dramaten di Stoccolma con abiti in pelle e borchie, bensì per mettere su una nuova band che desse sfogo ai suoi pruriti power metal con influenze folk e voci pulite. Per la cronaca, l’altro chitarrista dei Mithotyn (Karl Beckmann), insieme allo stesso batterista, nel 2008 darà vita ai King of Asgard, band che a mio parere ha subito una progressiva normalizzazione dopo un esordio coi controcazzi. Insomma, Stefan e Co. tirano fuori l’omonimo Falconer, prodotto da un tale Andy LaRocque (come anche tutti i dischi successivi), che è bello ancora oggi: il proverbiale album che non è invecchiato di un giorno. La novità consisteva proprio nell’inusitato cortocircuito creato dalla voce calda e – appunto – teatrale di Mathias quando sovrapposta alla batteria powerosa, al tono sempre molto epico e vichingo dei maschi cori, all’eco dei classici riff alla Mithotyn (guarda un po’) e alle zufolate allegrotte da taverna di Re Artù. Insomma, tutto bello e tutto apposto, però mancava ancora la spezia giusta, cioè un osare maggiormente con la teatralità. Così arrivano dei pezzi clamorosi quali Decadence of our Dignity, colonna sonora della nostra quotidianità universitaria alle prese con gli esami di Economia Politica, la slumpflation e le teorie sul gioco della domanda e dell’offerta (When profit shows his face our sense of clarity is washed away. Spinning round the axle of greed, don’t let the economy stagnate for it’s our creed.), ma anche Stand in Veneration e, soprattutto, The Clarion Call, che troveremo insieme ad altre belle cose attinte alla tradizione svedese nel successivo ed insuperato Chapters from a Vale Forlorn, disco che riassume perfettamente la nobile ed urbana anima del gruppo.

Ma le belle cose sono destinate a finire presto, lo sa anche un bambino. Così, l’anno dopo, l’equilibrio si rompe: Mathias, il cantante, che probabilmente fa fatica a gestire contemporaneamente il suo lavoro principale di attore con quello di cantante di una band power folk metal coi violini i cui testi parlano di quanto fosse avida e gretta la gente che viveva a corte nella Svezia del XIV secolo, opta comprensibilmente per il suo reddito principale (o almeno, mi sono immaginato che sia andata così) e si vede costretto a mollare per un po’ sull’altro fronte. Stefan ingaggia due connazionali al basso e seconda chitarra, che entrambi di cognome fanno Johansson pur non essendo parenti, uno addirittura si chiama Anders Johansson come quello degli Hammerfall (nome che in Svezia immagino debba corrispondere al partenopeo Ciro Esposito), e un po’ si riesce a mettere una pezza. Il vero problema è il cantante. Non giudico nel merito delle sue abilità, probabilmente giuste per un altro gruppo e un altro contesto, bensì in quello della scelta proprio del tipo di cantante e del tipo di voce, che, ahimè, non ci azzecca niente con tutto l’impianto concettual-musicale dei nostri. Così, The Sceptre of Deception risulta essere, nomen omen, un album che non ce la racconta giusta, sebbene, col senno di poi, sia ancora ascoltabile. Rimango parecchio deluso all’epoca e mollo pure io i Falconer per qualche periodo.

La debacle vera e propria arriva col successivo Grime vs. Grandeur, che recupererò in seguito, dove la band, invece di cambiare cantante, sembra tenti, a mio parere insensatamente, di allineare lo stile musicale alla sua voce, tirando fuori un power metal grezzo, abbastanza fuori fuoco e che ricorda tutto e niente. Dopodiché torna Mathias ed esce Northwind con cui si compie un netto dietrofront stilistico, sebbene le cose dal punto di vista qualitativo non decollano ancora come dovrebbero: a parte un paio di brani più a fuoco, che denotano un certo risveglio nella band, anche questo capitolo risulta trascurabile per chi volesse approfondire la discografia degli svedesi. Le cose, invece, si mettono decisamente meglio col successivo Among Beggars and Thieves, album nel complesso piacevole che mi è rimasto impresso fondamentalmente per i due brani cantati in svedese (fino a questo punto, per gli inediti si era utilizzato esclusivamente l’inglese), Vargaskall e Skula, skorpa, skalk, nei quali si riscontrano di nuovo delle vaghe reminiscenze mithotyniane o comunque qualcosa dello spirito viking primigenio. Tale formula viene ripresa e portata all’esasperazione nel successivo Armod, che risulta essere un album unico e particolare, cantato tutto in lingua madre, forse il migliore dopo Chapters (o addirittura superiore a quello, lo devo ancora capire) anche se ad esso risulta difficilmente confrontabile (sembra a tratti proprio un altro gruppo). Il dato storico è il seguente: tutte le volte che i Falconer hanno osato hanno creato cose pregevolissime. Recuperatelo anche voi, se non lo conoscete già, anche perché qui le caratteristiche vocali, solenni e recitative, di Mathias si esprimono e rendono al meglio (come ulteriormente confermato da Bland sump och dy, l’unico brano cantato in svedese nell’ultimo disco). Si arriva a Black Moon Rising, un buon disco con un paio di pezzi notevoli (Halls and Chambers, per esempio, non riesco ancora a togliermela dalla testa) e discrete ballate (c’è da dire che con le ballad i Falconer sono sempre stati molto efficaci e lo confermano anche oggi: sentitevi Rejoice the Adorned se pensate stia mentendo); nel complesso, purtroppo, quell’album è eccessivamente spinto verso un power classico, cosa che potrebbe piacere a qualcuno ma che, personalmente, mi rende quel cortocircuito di cui si parlava all’inizio un po’ strano e a tratti, come dire, poco condivisibile.

Sensazione di fondo confermata a tratti nell’ultimo From a Dying Ember, dove alle accelerazioni power ti aspetti debba seguire un acuto da sfondare i vetri di casa. Ma sapete che c’è, non me ne frega niente. Trovo che questo disco sia davvero un ottimo disco, anche molto vario, e su di esso non voglio dire nient’altro, a parte il fatto che non è il classico compitino fatto per onorare una clausola contrattuale, bensì un lavoro fatto per onorare una carriera ventennale, riassunta perfettamente, che pone su di essa una degna chiosa. L’epopea del falconiere finisce qui e già so che mi mancheranno le sue storie…

…Salvo poi leggere un messaggio sibillino lanciato sulla pagina Facebook dei Mithotyn dopo anni di silenzio, in concomitanza della notizia sullo scioglimento dei Falconer, che mi ha lasciato interdetto ma che lascia anche intendere possa esserci vita dopo essi. Che si riuniscano per fare un nuovo disco o soltanto per suonare dal vivo i pezzi vecchi? Non è ancora chiaro ma, insomma, dov’è che si firma? (Charles)

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