CANNIBAL CORPSE – Violence Unimagined

Marco Belardi: Di certo non pretendo che i Cannibal Corpse scrivano la Storia, poiché l’hanno già fatto: la Storia odierna è scritta dagli Ulcerate, dai Blood Incantation e da altri. Quella di George Fisher – e soprattutto di Webster e di Mazurkiewicz – è un’entità che merita di sedere stabilmente sul trono; un’entità, tuttavia, verso la quale non nutro più le aspettative di un tempo, come è fisiologico che sia. L’importante è non scadere nel timbrare anonimamente il cartellino come molti mostri sacri hanno fatto in tempi recenti: Morbid Angel, Deicide, e ce ne saranno sicuramente altri. Ma, se mai i Cannibal Corpse fossero comparsi in codesta lista, lo avrebbero fatto con album modesti, di sicuro non eccessivamente brutti.

Come elementare metro di misurazione di un album dei Cannibal Corpse dal disfacimento della coppia Owen/O’Brien in poi mi limito a considerare quante canzoni mi sono entrate in testa. E talvolta non ce ne sono affatto: dopo Kill, sarò sincero, ne ricorderò tre o quattro ad essere di manica larga. Il merito dei Cannibal Corpse con Erik Rutan è quello d’avermi riconsegnato un’altra canzone da ricordare, e cioè Inhumane Harvest. È meravigliosa, neanche la sto sentendo e sono convinto che riuscirei a “pensarla” passaggio dopo passaggio, favorito dalle sue dinamiche, dal crescendo, dall’efficace break centrale e dalla relativa semplicità delle melodie presenti nell’assolo. È un pezzo concepito per essere memorizzato, una metodologia compositiva che è stata un po’ abbandonata in favore della classica alternanza dei cliché che caratterizzeranno Torture e le uscite adiacenti. I restanti pezzi dell’album valgono, sommati assieme, il tiro e la forza motrice insiti in Inhumane Harvest. Poco importa se Ritual Annihilation ricorda guarda caso i Morbid Angel e se è un buonissimo pezzo, o se Bound and Burned ricorda vagamente Convinction dei Deicide: sono cazzate a margine dell’ennesimo album che giustamente suona come i Cannibal Corpse desiderano.

Un prodotto privo sia di smagliature che di freschezza: è un tipico disco dei Cannibal Corpse, la cui età dell’oro è bella che terminata. La forza di Violence Unimagined sta tutta nell’effetto Rutan, a quindici anni di distanza dall’ultimo innesto alle chitarre col rientrante Rob Barrett, e in quell’eclatante singolo. Discreta anche Surround, Kill, Devour col suo attacco tarato sulla lunghezza d’onda di Sentenced to Burn, eppure sono fermamente convinto che da domani di Violence Unimagined ricorderò solo e soltanto la traccia numero tre. E non è poco, visto l’andazzo tipico degli ultimi quindici anni.

cannibal corpse - violence unimagined - uncensored cover

Barg: In realtà non ho molto da dire rispetto ai miei due stimati colleghi: i Cannibal Corpse fanno sempre più o meno lo stesso disco, con l’alternanza tra uno più vagamente tecnico e uno più vagamente thrashettone che va avanti da tempo immemore. Mi era piaciuto molto il precedente Red Before Black, che era più thrashettone, ma questo Violence Unimagined, più che buttarla sul tecnico (con le ovvie limitazioni al termine, considerato di chi parliamo), ha la novità di Erik Rutan, l’uomo che ha la faccia più death metal della Terra, con quel grugno da bulldog inglese stampato addosso pure quando sorride. Ci sono quindi dei momenti alla Morbid Angel: non quanti avrei sperato, ma ci sono. Mi tocca dare comunque ragione all’ingiustificabile Belardi quando dice che Inhumane Harvest è di gran lunga la migliore del lotto, ma la verità è che l’intero album fa come sempre la sua porca figura, oltre ad essere perfetto per questo periodo storico. Anzi, se fosse uscito all’inizio della pandemia ne sarebbe probabilmente diventato la colonna sonora ideale. Per qualche motivo i Cannibal Corpse mi danno un fomento che pochissimi altri gruppi riescono a darmi: sarà che sono orecchiabili, che non perdono mai di vista il punto della situazione, che sono fumettosi, che ne so. Però girare per strada con Violence Unimagined sparato a cannone in cuffia ti mette in pace con te stesso, facendoti ricordare chi sei, da dove vieni e dove è opportuno che tu vada, ripetendo il discorso che feci per la recensione di Torture.

cannibalcorpsecover

Griffar: Penso di non scrivere eresie se ribadisco che attualmente i Cannibal Corpse sono il gruppo death metal più famoso del pianeta, eppure a me questo loro nuovo album lascia abbastanza neutrale. L’essere così apprezzati non credo sia stato sufficiente per impedirgli di ascoltare opinioni discordanti sui loro album più recenti, che sovente li hanno sottoposti alla critica non infondata di suonare tutti quanti uguali. Credo che, arruolando Erik Rutan nelle loro fila, i CC abbiano avuto il preciso intento di suonare in modo un po’ diverso dal solito, e quando arruoli uno come Erik Rutan è difficile che i risultati non arrivino, visto il suo strabiliante curriculum: l’obiettivo è stato centrato in pieno. C’è stata infatti una minima morbidangelizzazione del sound, non smaccata, no, ma di sicuro l’intento di ritornare alle sonorità degli anni d’oro dell’US death metal i CC ce lo avevano e lo hanno raggiunto.

Vi sembrerà strano, ma a me molte delle sonorità di Violent Unimagined ricordano Eternal dei Malevolent Creation, nelle parti più veloci, e i sottovalutati Brutality di When the Sky Turns Black in quelle più groove, metà anni ’90 o giù di lì. Si badi bene: parlo di scelta di suoni, non di partiture. In queste il trademark è il loro e non si scappa, Erik Rutan volente o nolente. Il risultato? Undici brani ben amalgamati, suonati da quello che in effetti è un supergruppo di ultraprofessionisti, privo di difetti ma che non mi invoglia per nulla a comprare il CD. Insomma, tirate le somme, io penso che questo sia un album dei Cannibal Corpse per i fan dei Cannibal Corpse, i quali lo consumeranno fino a impararlo a memoria e lo indicheranno come disco dell’anno, ma non mi vedo Violence Unimagined capace di accrescere il già foltissimo pubblico della band, né di convincere i vecchi fan come il sottoscritto (che fino a Kill ha sempre comprato qualsiasi cosa facessero a scatola chiusa, vedendoli quattro volte dal vivo ogni volta tornando faticosamente a casa con lividi su tutto il corpo tranne i testicoli) a comprare di nuovo un loro album. Sono al quinto ascolto e mi rendo conto solo ora di essere giunto a Follow the Blood, perché già da un po’ la mia mente stava divagando e la mia attenzione era scemata, ravvivata solo dagli assoli di Rutan che rimane un maestro.

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