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Avere vent’anni: CANNIBAL CORPSE – Bloodthirst

22 ottobre 2019

Trainspotting: Con Bloodthirst diedi ufficialmente inizio al rituale dei Cannibal Corpse, di cui avevo già accennato qui. Ogni volta che usciva un loro album, io tiravo fuori la mia divisa da metallaro diciottenne, andavo al compianto Disfunzioni Musicali di San Lorenzo a Roma e pronunciavo la seguente frase: “Scusa, c’hai l’ultimo dei Cannibal Corpse?”. Era una cosa stupida e infantile che mi aiutava a mantenere il contatto con me stesso, ché alle università private era facile perdere la bussola. Questo andò avanti fino a Kill, mi pare, o comunque fino a che Disfunzioni non chiuse. Ho quindi un legame particolare con Bloodthirst, primo disco dei Cannibal Corpse comprato in diretta aspettando che uscisse. Non è il mio preferito dell’era Fisher (gli preferisco dimolto quantomeno Vile, The Wretched Spawn e Torture), ma qui dentro ci sono dei pezzi spaventosi: Pounded into Dust, Raped by the Beast, Coffin Feeder, Blowtorch Slaughter… Ricordo che nelle interviste la band sosteneva di aver voluto, nella scrittura dei testi, andare oltre il gore per dare una dimensione più epica al tutto. Usavano proprio questo aggettivo: epic. All’epoca la cosa mi provocava grassa ilarità, ma il problema è che, paragonando a quanto da loro scritto prima e dopo, era pure vero.

Marco Belardi: Fin da quando ho conosciuto i Cannibal Corpse, per mezzo di un mix letale tra Ace Ventura e il video di Staring through the Eyes of the Dead, ho maturato l’insana convinzione che il gruppo di Buffalo avesse un senso compiuto solo con Chris Barnes. Davo di matto per il loro materiale old school, in particolar modo per Butchered At Birth. Questo anche in seguito alla terapia d’urto che m’offrì Vile: lì per lì mi piacque, ma non mi scosse più di tanto. La mia fortuna, l’elemento che mi ha fatto rivedere e riconsiderare l’intera faccenda, ha un nome ben preciso ed è Bloodthirst.

L’album del 1999 letteralmente mi folgorò. Lo acquistai dopo aver sentito Pounded into Dust al negozio, e portarlo a casa mi permise di ribaltare tutto quanto. Finalmente compresi i Cannibal Corpse nella loro età matura, cioè quelli con George Fisher alla voce. Rimisi su Vile e mi sembrava d’avere a che fare con un altro album, ovvero, il capolavoro incredibile che è sempre stato. Era come se tramite Bloodthirst fossi riuscito improvvisamente ad entrare nella loro logica, mentre, fino a quel momento, la mia predilezione per un death metal il più possibile ancorato a radici ottantiane, o se preferite thrash metal, mi frenava. Li trovavo bravi, ma anche ripetitivi e prevedibili per i miei gusti. Bloodthirst mi fece rivalutare altri capisaldi che niente o quasi avevano da spartire con esso, come ad esempio Domination dei Morbid Angel che sino a quel momento reputavo nettamente inferiore ai tre che lo precedettero. Posso dire lo stesso di Eternal dei Malevolent Creation e mi fermo qui soltanto per non dilungarmi. Bloodthirst mi diede una lezione in materia di death metal, e, anche se non ne ho la certezza assoluta, è probabilmente grazie a lui che un anno più tardi non avrei perso un solo minuto per poter ammirare Black Seeds Of Vengeance nella sua interezza.

Nei riguardi di quest’album non sono solamente grato: era bello, e parecchio. È il disco meglio prodotto dei Cannibal Corpse, anche se in teoria potrei affermare lo stesso di Vile sebbene quest’ultimo partisse dalla volontà di raggiungere altri obiettivi ed esprimere altri concetti. È il disco più continuo della loro discografia e perfino classici come Tomb of the Mutilated e The Bleeding mostravano una maggiore discontinuità. Bloodthirst è la summa del sound dei Cannibal Corpse, non un disco lineare come Gallery Of Suicide, o essenziale come The Wretched Spawn. È tutto quel che era passato per la testa al gruppo americano a partire dall’ingresso di George Fisher, senza che questo sottintendesse una momentanea mancanza di idee, concetto che con Gallery of Suicide aveva un po’ iniziato a serpeggiare. Assieme a Vile rappresenta inoltre il meglio della loro discografia recente, seguito a ruota da Kill, a dispetto del quale vanta un numero molto più alto di canzoni che sarebbero divenute classici assoluti. Pounded into Dust, Ecstasy in Decay, Dead Human Collection, Unleashing the Bloodthirsty, Condemned to Agony. Certe volte, quando devo scrivere qualcosa per un album uscito vent’anni fa, lo rimetto su e gli concedo un breve ascolto giusto per rinfrescare la memoria e far tornare a galla qualche dettaglio. Magari mi fermo a metà, magari rimetto su solamente quelle canzoni che ritengo di dover rimettere. Bloodthirst è partito dalla traccia numero uno e si è fermato all’undicesima, esattamente come avevo previsto, senza intoppi o sbadigli.

2 commenti leave one →
  1. Bacc0 permalink
    22 ottobre 2019 09:29

    Io ho sempre e soltanto concepito l’era Barnes, dopodiché per me i cannibal corpse hanno fondamentalmente cessato di avere un senso. Bello vile, passabile gallery of suicide ma qua, davvero hanno cominciato a starmi discretamente sui maroni. Non ho mai capito cosa ci trovi la gente di così esaltante nell’era fisher

    Piace a 1 persona

  2. Cattivone permalink
    22 ottobre 2019 10:33

    A me piacciono molto i Cannibal post-Barnes, Giorgione è un frontman molto carismatico e potente. Però è vero che prima erano un’altra cosa. Un mio amico una volta mi disse: “Fisher ti racconta omicidi, stupri e torture, Barnes te li faceva vivere in prima persona”.
    Detto questo, sul disco in sè non ho un cazzo da dire, nessun aneddoto e come album e discreto, sostenuto da quelle due-tre cannonate che ancora propongono dal vivo.
    Cazzo, mi è venuta voglia di riascoltarlo.

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