Avere vent’anni: ISIS – Celestial

A ripensarci oggi, Celestial forse più di ogni altro disco rappresenta l’inizio della nuova era. Il 1999 aveva drenato ogni spinta propulsiva residua da ogni possibile sottogenere del metal nel corso di una lunga serie di esperimenti, quasi tutti fallimentari, portati avanti fin dai primi anni ’90 per cercare di raggiungere il livello successivo; tutta roba che adesso suona come bizzarro modernariato, come i film in cui si immaginava come potessero essere Internet e la realtà virtuale, dai Kreator di Renewal agli Helloween di Chameleon via a scendere, una lunga serie di vicoli ciechi e coraggiosi disastri a ribadire che non era il caso. Dall’altra parte, quella barzelletta di power metal finnico-tedesco che aveva intasato le classifiche di vendita nella parte peggiore della fine del secolo era finalmente tornato nelle retrovie, per inevitabili ragioni anagrafiche – i ragazzini nel frattempo erano cresciuti e avevano smesso di cacciare la lira per del ciarpame disneyano.

Gli Isis del grafico Aaron Turner intercettano quel vuoto, riuscendo a colmarlo al primo colpo grazie a un’intuizione che all’istante e per sempre diventa standard: mescolare generi preesistenti, meglio se del tutto antitetici, impacchettando il beverone in una confezione che faccia sentire migliore chi la possiede (stampe numerate in vinile di colore variabile a seconda della tornata – varie gradazioni di blu, arancio, rosa, marrone, la terza ristampa in oro, tutto per la gioia di collezionisti pronti a farsi spennare). Tanto semplice l’idea, quanto impeccabile l’esecuzione; niente più alcol in corpo e una marea di tempo libero da occupare, la formazione musicale Aaron Turner l’aveva acquisita alla vecchia maniera, faticando per procurarsi i dischi, lunghe ore di ascolto prima e sala prove poi, fino ad arrivare alla sintesi imprigionata nei 52 minuti di Celestial, che nel 2000 a orecchie vergini appare come una rivelazione, ed è facile nel 2000 trovare orecchie vergini. Con Internet poco più che agli albori e la banda larga manco un’idea nella letteratura cyberpunk, il mondo è ancora bianco o nero ed è quasi impossibile per i ragazzini riconoscere tutte le influenze, mentre i più sgamati sono passati ad altro da un pezzo o hanno smesso di ascoltare musica.

Niente è nuovo – anche la menata delle migliaia di stampe diverse dello stesso disco deriva dai Coil e dalla successiva schiera di professionisti nel pelare il fan danaroso, prevalentemente in area industrial/neofolk – tutto appare nuovo, perché nessuno fino ad allora aveva pensato ad unire doom metal, hard rock psichedelico fine anni ’60 con effetti e distorsioni fine anni ’90, metalcore della prima ondata (Bloodlet Shai Hulud Earth Crisis etc., non certo la barzelletta con lo stesso nome che sta per arrivare), crescendo wagneriani dei Neurosis più tossici ma senza la voce, al post rock languido e immediatamente memorizzabile dei Mogwai dei primi due, tra un climax e l’altro scarichette elettroniche e stacchi ambient contemplativi per quando il doposbornia diventa aggressivo o la droga sale male o lo psicofarmaco scende all’improvviso. I titoli dei pezzi sono ermetici abbastanza da costruirci sopra un concept per stuzzicare teste non ancora del tutto atrofizzate (invasione della privacy tramite la tecnologia, nel 2000; troppe ancora ne dovevamo vedere), l’artwork di gran classe completa il quadro. È il primo ed è ancora un microcosmo a parte, autonomo, impenetrabile, il mistero davanti agli occhi di tutti; l’orda di plagiari sta per arrivare, il metal come agglomerato di robe già fatte mescolate alla cazzo non ancora un’opzione, l’illusione di scoprire qualcosa che non siano riproposizioni fiacche alimentata anche dall’esistenza di Celestial. Il suono diventerà maniera nell’arco di un EP e un altro disco, loro avranno il buonsenso e la preveggenza di sciogliersi un attimo prima che il nome Isis venga associato irrimediabilmente e per sempre a qualcos’altro. (Matteo Cortesi)

One comment

  • Credo che gli Isis abbiano effettivamente avuto il merito di raccogliere un gran numero di ispirazioni musicali e non. Tuttavia amalgamare tutto richiede una certa maestria e non sono poi così convinto che sia solo una semplice summa delle parti: secondo me c’è comunque parecchio del loro. Direi che “Celestial”, “Oceanic” e “Panopticon” possano essere tranqullamente considerati tra i migliori dischi dei primi duemila.

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