Avere vent’anni: MEGIDDO – The Devil and the Whore

Perché riesumare un ciddì di un gruppino oggi semisconosciuto di cui ricorre il ventennale della prima stampa? Eh, non lo so… forse per nostalgia, per poter rivangare un po’ di aneddoti avvenuti in un tempo passato, che in realtà non sarebbe neanche così lontano, solo che oramai il mondo corre talmente veloce che la settimana scorsa sembra un anno fa.

I meno giovani si ricorderanno che nel 2000, prima dell’effettivo avvento dell’era internet (che sarebbe avvenuto nel giro di tre-quattro anni, col senno di poi), c’erano le label, le distro, i negozietti specializzati, i tapetrader… e questi li incontravi, o venivi a conoscenza della loro esistenza, in due modi: andando ai concerti o leggendo le fanzine. C’erano quelle fotocopiate più underground che solitamente potevi trovare in qualche oscura birreria dove stava suonando qualcuno che prima o poi avrebbe fatto il botto di popolarità, mentre le più professionali erano su carta patinata e le compravi in edicola; ma in quei casi erano le etichette più importanti a potersi permettere lo spazio pubblicitario. Quale che fosse, tu prendevi carta e penna, scrivevi una bella letterina di richiesta del catalogo di vendita che prima o poi ti arrivava a casa (sempre se avevi l’accortezza di includere una busta preaffrancata auto-indirizzata nel plico), e di lì in poi avevi la possibilità di comprarti dischi che non sempre venivano distribuiti anche in Italia. Comprarli all’estero costava un botto di meno, non c’erano ancora l’euro e tutte queste menate. Era anche meno sicuro (soldi in busta che venivano rubati, pacchi che venivano aperti, robette del genere), ma questa è un’altra storia.

Fatto sta che io già da un po’ compravo dischi da Blackgoat, capoccia della Barbarian Wrathlabel underground tedesca che pubblicava un po’ di dischi di suo (tutti molto fighi, ovvio) e che grazie a questo aveva in catalogo di tutto, un mondo intero di roba a prezzi quasi di fabbrica. I clienti abituali ricevevano un opuscoletto ogni mese contenente tutte le novità, i pre-order eccetera. Sicché una volta mi arrivò il catalogo della distro con un accorato appello: “Ragazzi, ho trovato un gruppo che suona come i primi Beherit, i Bathory di The Return e Under the Sign of the Black Mark e gli Hellhammer, solo che non ho i soldi per firmarli. Tutto il materiale in lista è in vendita a metà prezzo, svuoto tutto, svendo ma datemi i soldi per farlo!!!”. Mezzo mondo ci si catapultò sopra (me compreso) finché il gruppo fu messo sotto contratto; e adesso avrete capito che erano i Megiddo.

Canadesi, con un’autentica fissa per quello che oggi potremmo chiamare proto-black (all’epoca ‘ste menate di discussioni su first, second, third, sticazzi wave of black metal erano lontanissime dal nascere), i due ragazzi (Chorazaim, voce chitarra e basso; Blaspherion, batteria) incidono quello che sarà il loro lavoro migliore dopo un paio di demo belli putridi (ristampati poi nel 2003 su CD sempre da Barbarian Wrath) e quello che viene fuori è un disco poderoso, registrato ad alto volume come si conviene ad un album il cui unico scopo è quello di spaccare i timpani, concepito per essere suonato dal vivo davanti ad una platea di scalmanati che se non ne usciranno con un paio di costole fratturate avranno pensato di aver gettato al vento un’occasione di divertirsi. Per ogni canzone pochi, semplici riff rocciosi, monolitici, spaccatutto, kill-‘em-all. Non velocità altissime se non sparutamente, il must sono i mid-tempo che smembrano l’ascoltatore lentamente, senza fretta, ché tanto di tempo ce n’è e la sofferenza così si protrae più a lungo. Un disco rumoroso come quelli che tanto ci piacciono. Linee melodiche essenziali, asciutte, quel tanto che basta per diversificare i pezzi l’uno dall’altro, senza alcuno spazio per arrangiamenti elaborati, melodie sognanti e cose del genere. Sette pezzi originali di black metal vecchia scuola più due cover (Violence and Force degli Exciter e Take this Torch dei Razor, riviste secondo uno stile un po’ meno thrash e più “cattivo” qual era il loro) e una outro, tutto lì. Niente voli pindarici, un pezzo vale l’altro, persino la lunga Across the Shores… / Four Suns da dieci minuti non si discosta di quasi niente dal filo conduttore dell’album. Cosa c’è altro da dire? Aveva detto tutto Blackgoat: Beherit, Bathory, Hellhammer. Mica patatine.

Blackgoat

Oggi questo è un cult album, di solito erroneamente incluso nel war black metal con il quale non ha molto a che fare essendo molto più vecchio stile, ma nonostante il supporto incondizionato di Blackgoat non ebbe mai il successo che egli si auspicò. La prima stampa numerata fu di 666 copie, ne seguì una a mille (non numerata) e poi, due anni più tardi,  un’edizione in vinile limitata a 333 pezzi. Significa che ne circolano più o meno duemila copie in tutto, che per quello che avrebbe dovuto essere un album epocale da consegnare alla storia sono abbastanza pochine. A malapena ci rientrò dell’investimento, se i miei calcoli sono esatti. A Blackgoat poco importava, credo. È andato avanti per la sua strada continuando a pubblicare dischi della madonna in gran parte, altri meno, ognuno dei quali con la costante di essere fatti da gente con il metallo pesante nelle vene, com’era lui. Ho avuto il piacere di conoscerlo anni e anni fa, un metallarone tedesco che viveva per il semplice fatto che l’heavy metal esiste e spacca i culi. Figura mitica, che ci ha lasciato nel 2017 a soli cinquant’anni, e da allora il metal ha perso una leggenda.

Ci pensi, Blackgoat? Dei dischi che hai prodotto parliamo ancora oggi… Grazie, ragazzo. E viva i Megiddo sempre. (Griffar)

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