Avere vent’anni: CANNIBAL CORPSE – Gore Obsessed

Terzo album consecutivo con Pat O’Brien a una delle due chitarre, per i Cannibal Corpse Gore Obsessed significava innanzitutto continuità. L’altra faccia della medaglia di quel preciso periodo storico fu il ritagliare per sé, o forse per l’intero death metal, lo status di band destinata a un certo tipo di fruitori, dopo che MTV ebbe portato in heavy rotation i loro celebrati videoclip Staring Through the Eyes of the DeadDevoured by Vermin e Sentenced to Burn. L’era del death metal in televisione, se non si fosse compreso, era bell’e un ricordo. L’era della musica in televisione non ancora, ma non sarebbe durata a lungo. Così i Cannibal Corpse non dovevano sorprendere nessuno né convincerci di avere un senso senza Chris Barnes come centravanti, sebbene quest’ultimo fosse sempre e comunque l’argomento che ritornava in mente al solo rammentarli. Serviva solo che non commettessero ulteriori mezzi passi falsi come Gallery of Suicide, che, detto fra noi, brutto non lo era per niente.

In prima persona rivalutai Gallery of Suicide proprio a ridosso di Bloodthirst, allorché i Cannibal Corpse inanellarono una sequela interminabile di dischi ben concepiti, magnificamente composti e magistralmente eseguiti, nei quali però non s’individuava quel qualcosa che avrebbe loro permesso anche una onesta comparazione con Vile e col precedente armamentario discografico. Gore Obsessed era carino, non si poteva certo affermare il contrario. Lo definirei un figlio minore di Bloodthirst con una produzione buona e tecnicamente corretta, ma stavolta incapace di tirar giù un palazzo come quelle dell’epoca dei passaggi su MTV (se ne occupò Neil Kernon, non più Scott Burns o Jim Morris o il Colin Richardson del disco uscito nel ’99). Non si dichiarava ancora a gran voce che tutto fosse stato ridimensionato, ma cominciava a piccoli passi ad esserlo.

Il terzetto iniziale di Gore Obsessed era in linea con la tradizione della band: sempre tre canzoni d’altissimo spessore in apertura: era all’incirca da Tomb of the Mutilated che funzionava così e accertare a ogni uscita che il rito si fosse ripetuto era certamente sinonimo di benessere compositivo. Stavolta fu il turno di Savage Butchery seguita da Hatchet to the Head, forse la più celebre oggigiorno, e da Pit of Zombies, la mia preferita, con un suono che li avvicinava nuovamente ai tempi di Vile. Ci sono altri buoni pezzi qua dentro, da Dormant Bodies Bursting a Compelled to Lacerate passando per Mutation of the Cadaver, ma il confronto fra la prima metà e la seconda è piuttosto impietoso. Si parla di noia, per lunghi tratti. Gli preferisco il seguente The Wretched Spawn di pochissimo, forse perché è più snello e perché vanta quel feeling che, ogni volta che ricorre nei Cannibal Corpse, induce tutti a invocare il “thrash metal”. Lo stesso di Red Before Black, insomma, per fare un paragone col passato recente. Ma i Cannibal Corpse migliori, lo ribadisco, sono quelli che arrivano a Bloodthirst: precisamente da qui cominciò la loro parabola a scendere. (Marco Belardi)

One comment

  • Già il precedente non mi aveva detto nulla, questo è il classico disco che potrei ascoltare mille volte di seguito senza che me ne rimanga in testa una nota. Il bello è che continuano da vent’anni con questo andazzo e piacciono pure… Boooh, sarà un problema mio

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