Damage Done dei DARK TRANQUILLITY e quel concerto stracolmo al Circolo degli Artisti

Michele Romani: Su Damage  Done devo fare mea culpa, visto che all’epoca fui troppo influenzato dalle recensioni che parlavano di una sorta di ritorno all’ovile dopo le influenze gotico-elettroniche di Projector e Haven, dischi che ho letteralmente consumato nel corso degli anni, soprattutto il secondo. Mi sarebbe piaciuto molto che la band di Mikael Stanne avesse continuato su quel filone, e inizialmente rimasi quindi un po’ sconcertato nel leggere di questo ritorno improvviso a quel melodic death che contribuì a renderli famosi, anche se, ascoltando attentamente il disco, le cose non stavano esattamente così. Damage Done alla fine si può inquadrare come il punto d’incontro tra il classico suono di Göteborg di lavori come The Gallery e The Mind’s I e le sperimentazioni dei dischi già citati, il che dà vita ad un connubio perfetto. Ma poi, a prescindere dalla direzione musicale intrapresa, a un disco che come quintetto iniziale ti spara Final Resistance, Hours Passed in Exile, Monochromatic Stains, Single Part of Two (la mia preferita) e The Treason Wall una dietro l’altra che diamine vuoi dire? Cinque pezzi magnifici che mostrano un gruppo nel momento probabilmente più fulgido della carriera, con continui incroci tra riff tipicamente svedesi e lo straordinario lavoro ai synth di Martin Brandstrom, probabilmente la vera chiave del successo di ‘sto lavoro. Per non parlare poi della produzione perfetta che dà ancora più risalto agli altri due picchi del disco, la splendida Cathode Ray Sunshine e The Enemy. Magari gli ultimi tre pezzi non sono indimenticabili, ma sarebbe stato chiedere troppo a un disco che, per quanto mi riguarda, rientra stabilmente nel podio della discografia dei Dark Tranquillity. Peraltro loro li vidi dal vivo per la prima volta proprio nel tour di supporto a questo disco, in un Circolo degli Artisti stracolmo; e fu uno dei concerti più belli e intensi ai quali abbia mai assistito.

L’Azzeccagarbugli: Ho provato più volte a scrivere di Damage Done, ma mi è davvero difficile essere imparziale. Non è il migliore dei Dark Tranquillity, né il mio preferito (Projector), ma è quello a cui sono più legato per ragioni squisitamente personali. È un disco che lego ai primi mesi in cui ho vissuto a Roma e ai primi concerti capitolini in compagnia di alcune firme del blog con il più tasso di capro al mondo (e anche del prode Michele con il quale divido questo pezzo).

Insomma, Damage Done è uno dei dischi dei miei diciott’anni e, ogni volta che lo riascolto, con la mente ritorno a Montesacro, alle nottate passate fumando una sigaretta dopo l’altro creando cloni su forum metal e a organizzare l’agenda dei concerti. Giornate passate a discutere del nulla cosmico (potrei dare lezioni a Larry David), come ad esempio l’origine della brusca cesura finale di Final Resistance (che alla fine era un errore delle prime stampe del disco).

Ogni volta che rimetto su Monochromatic Stains, Cathode Ray Sunshine o Hours Passed in Exile – che al di là dell’affetto per me restano tra le tre migliori canzoni dei Dark Tranquillity – mi verrebbe da chiedere al mio amico Roberto che c’è di buono al Fornaccio, oppure di prendere il 90, scendere a Santa Emerenziana e poi arrivare in zona Piazza Bologna per andare a casa Trainspotting, magari beccando anche Ciccio e Luciano sul divano e Ramone che scorrazza felice in mezzo a strane croci giganti.

Ma, ancor di più, ogni volta che metto su il disco che più di tutti rappresenta una summa – praticamente perfetta – di tutto quello che sono stati fino a quel momento i Dark Tranquillity, mi viene in mente il loro concerto al Circolo degli Artisti nel 2003, uno degli “eventi” dell’anno, del quale conservo ancora le fotografie. Un Circolo (R.I.P.) stipato fino all’inverosimile, in cui era impossibile muoversi o anche solo respirare, monopolizzato da Stanne e soci davvero in forma smagliante. Stanne in particolare era e resta un animale da palcoscenico, un frontman carismatico capace di non far sfigurare i brani dell’ultimo lavoro al fianco di pezzi immortali come Lethe, e che alla fine del concerto riuscii anche a incontrare. Ricordo che tornammo a casa tardissimo, dopo una nottata di meraviglioso cazzeggio – un po’ il minimo comun denominatore del periodo – dopo una tappa dallo zozzone a Porta Maggiore.

Quindi, cari et affezionatissimi cinque lettori, davvero non posso giudicare serenamente questo disco, ma posso dire che da vent’anni mi sembra davvero bellissimo e che con un paio di pezzi di meno sarebbe davvero perfetto.

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